Lo spirito di Assisi


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La Stampa, 16 settembre 2003

Quella sera del 16 ottobre 1978 apparve dalla loggia di San Pietro con la testa un po’ insaccata tra le spalle, quasi timido, mentre molti si chiedevano chi fosse e con quali tratti avrebbe caratterizzato il suo pontificato. Poi vennero le sue parole, forti nel timbro, salde nello scandire “Sia lodato Gesù Cristo!”: parole che preannunciavano un vento nuovo per tutta la chiesa, ancora stupita per l’improvvisa scomparsa del suo predecessore. Sì, sono passati ormai venticinque anni, e non è questa l’occasione per leggere un pontificato talmente lungo da potervi discernere fasi e mutamenti di valutazioni e di atteggiamenti, ma si può già ravvisare l’insegnamento che questo papa lascerà alla chiesa tutta, a quella cattolica ma anche alle altre confessioni cristiane.

In questi ultimi tempi, quando appare in pubblico, con i segni della sua malattia, dei suoi handicap, ma anche della sua fede in Colui che gli “rinnova le forze”, viene alla mente e alle labbra un’espressione: “Ecce homo!”: “ecco l’uomo”, nella sua fragilità, nella sua debolezza, ma anche l’uomo che ha speso e che spende tutta la sua vita per il vangelo, cioè per gli uomini tutti, amando fino all’estremo. Si rinnova a volte nel papa, nel vescovo di Roma, questa epifania di Pietro, del povero pescatore di Galilea, di un uomo debole eppure sostenuto dalla preghiera promessagli da Gesù affinché possa confermare i suoi fratelli. Tutto il ministero del successore di Pietro è solo questo: un servizio incessante alla comunione, un perseverante riconfermare i fratelli. Ed è all’interno di questo servizio che possiamo individuare alcune svolte che condizioneranno la chiesa nel futuro, svolte dalle quali difficilmente si potrà tornare indietro per contestarle.

La prima è quella operata da Giovanni Paolo II nell’atteggiamento della chiesa verso gli ebrei. Certo, già Giovanni XXIII aveva dato un segno forte di mutamento, cominciando a rinnegare ogni antigiudaismo, ma questo papa ha operato un mutamento non solo nella carità, ma a livello teologico: per i cristiani, gli ebrei sono fratelli, restano tuttora il popolo in alleanza con Dio, un’alleanza che, come le promesse, non è mai stata revocata. Verso di loro la chiesa chiede innanzitutto perdono: quell’icona di Giovanni Paolo II in preghiera al Muro del pianto, quel biglietto infilato tra le fessure contenente la richiesta di perdono per ciò che i cristiani nella storia hanno operato contro gli ebrei, è lei stessa un “mai più” definitivo e solenne, proclamato a nome di tutti i cattolici.

La seconda svolta è quella nei confronti delle religioni non cristiane e in particolare dell’islam. Inaudito e impensabile prima di lui: a Casablanca il papa ha baciato il Corano, a Damasco è entrato a pregare nella moschea degli Omayyadi dove si trova la tomba di Giovanni il Battezzatore, ha indetto un digiuno penitenziale per la pace in concomitanza con l’apertura del ramadan musulmano… Sì, c’è uno spirito di Giovanni Paolo II, “lo spirito di Assisi”, che sa annunciare l’universalità della salvezza anche ai non cristiani, proprio in nome di una fede saldissima in Cristo, parola eterna di Dio disseminata in ogni cultura e in ogni tempo.

Né si può dimenticare il suo magistero di pace, fattosi insistente, quasi ossessivo durante l’ultimo decennio. Da vero artefice di pace, l’ha chiesta con forza, ha evitato lo scontro di civiltà e, dopo l’11 settembre, è riuscito a esecrare il terrorismo senza identificare la chiesa con l’occidente. Ha condannato la guerra preventiva, senza per questo abbandonare la tradizionale posizione cristiana che contempla la possibilità di una giusta guerra di difesa quale risposta con mezzi proporzionati a un’ingiusta aggressione.

E infine ci pare necessario ricordare la parola di Giovanni Paolo II che confessa i peccati, le colpe dei cristiani. Un gesto certamente poco capito, sia nella chiesa che tra i non cristiani, ma resta forse l’azione più cristiana ed evangelica compiuta da questo papa, un’azione di cui ha voluto assumersi pienamente la responsabilità. Confessare le colpe verso gli oppressi della storia, verso i popoli colonizzati, verso le altre chiese, e farlo in una liturgia pubblica, solenne, in San Pietro, è stato un gesto di rara profezia, in seguito più volte ripreso: “Noi perdoniamo e chiediamo perdono!”.

Certo, nessun cristiano, nemmeno un papa, compie tutto ciò che il vangelo chiede di compiere, certo un giorno si leggerà anche ciò che ancora resta da compiere alla chiesa per essere ancor più fedele al suo Signore, tuttavia questi venticinque anni di pontificato hanno arricchito il dialogo con gli uomini, hanno confermato i cristiani nella fede, hanno tenuto desta la speranza, hanno animato la carità.

Enzo Bianchi