Ma il Paradiso non è un sogno

Tempera su tavola, 1980
LAFFRANCHI RENATO, Fundamenta eius in montibus sanctis
Avvenire, 14 aprile 2013
di ENZO BIANCHI
La vita eterna è una vita già innestata nel credente qui e ora, a partire da quell’immersione nelle acque del battesimo in cui si depone la vita dell’uomo vecchio e si risale dall’acqua rivestiti di Cristo
Avvenire, 14 aprile 2013
di ENZO BIANCHI

 
La mia generazione ha ancora conosciuto la grazia di una catechesi sui novissimi, cioè sulle “realtà ultimissime” che ci attendono tutti: morte, giudizio, inferno e paradiso. Su queste colonne abbiamo già offerto nel tempo di Avvento una riflessione sul giudizio; ora nel tempo pasquale vogliamo sostare sul tema della vita eterna, chiamata anche, come situazione finale, “paradiso” (da pardes, parola persiana che significa “giardino”: Ne 2,8; Qo 2,5; Ct 4,13).

Prima di andare al cuore della riflessione conviene però cogliere l’oggi nel quale viviamo, un oggi nel quale non solo il tema dei novissimi è sovente dimenticato ed evaso, ma in cui predomina il desiderio della vita presente, e dunque manca o non è esercitato il desiderio della vita eterna. Anche i cristiani, se non in certe ore di sofferenza, non si sentono più “esuli, … gementi e piangenti in questa valle di lacrime” – come si canta nell’antifona mariana Salve Regina –, e dunque non hanno molta attesa della vita in Cristo al di là della morte e sentono il paradiso come un sogno, una chimera. Sì, come ha scritto Benedetto XVI, i cristiani non sembrano volere la vita eterna, anzi la vita eterna appare ad alcuni un ostacolo al vivere bene oggi la vita in questo mondo.

Da monaco, conosco tra gli strumenti della vita cristiana questo esercizio: “Desiderare la vita eterna con tutta la concupiscenza spirituale” (Regola di Benedetto 4,46): Vorrei però ricordare anche una pratica che mi era stata insegnata fin da quando ero piccolo. Forse per il fatto di avere perso mia madre a otto anni, tutte le domeniche pomeriggio dopo la liturgia dei vespri venivo portato, e poi più tardi andavo da solo, al cimitero, per compiere la visita ai morti. Nel fare ritorno a casa avevo ricevuto la raccomandazione di sgranare la corona del rosario sussurrando a ogni passo: “Gesù Cristo è la vita eterna”. Parole che mi sono sempre rimaste impresse, che certo allora mi consolavano nella mia orfanità, ma che più tardi sono diventate parole martellanti nel dubbio, nella paura, nella perdita di persone care. Gesù Cristo è la vita eterna perché, se è lui il Risorto vivente, se è lui che ha vinto la morte, chi può separarci dal suo amore (cf. Rm 8,35)? Se lui si fa sentire accanto a me, se posso dire che io e lui viviamo insieme (cf. 1Ts 5,10), se lui mi ama, mi consola e mi ispira ogni giorno, potrà abbandonarmi al di là della morte? Impossibile! Cristo è fedele e, se ora è accanto a me, lo sarà anche nella morte, e al di là della morte sarà pronto ad abbracciarmi perché io sia sempre con lui e con i suoi e miei amici. È così che la vita eterna può essere non solo una speranza, ma può anche essere desiderata, pur nella consapevolezza del dover attraversare le acque oscure della morte, acque che – secondo il grande Origene – possono essere espiazione dei peccati.

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