Credenti fieri, ma senza vittimismo


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Avvenire, 26 gennaio 2003

Un anno fa uscì in Francia un libro di René Rémond dal polemico titolo “Cristianesimo in stato di accusa”: in esso si denunciava un atteggiamento ostile della società francese verso il cattolicesimo, atteggiamento nutrito di sarcasmo e di derisione sistematica. Pare che numerosi siano anche in Italia i cristiani che condividono quelle tesi e si sentono oggetto di avversione preconcetta. Ora, se in Francia si possono ritrovare atteggiamenti, tuttora ispirati a una malintesa “laicità repubblicana”, che non riescono a percepire il cristianesimo come una presenza utile e significativa per la società, non mi pare che analoga lamentela abbia fondamento oggettivo in Italia. Eppure anche nel nostro paese assistiamo periodicamente a lamenti intonati da autorevoli “piagnoni” sulla condizione dei cristiani, divenuti oggetto di diffidenza e bersaglio sistematico delle accuse laicistiche. È davvero sorprendente: ci troviamo in una situazione in cui tutte le voci “plaudono a questa chiesa che è un vero servizio alla società”, in cui i cattolici sono totalmente liberi di esprimersi, in cui le figure altamente simboliche sono spesso personaggi ecclesiastici, eppure c’è chi si lamenta e invoca per i cattolici la riconquista di un’identità forte come corpo sociale e l’arroccamento su posizioni inflessibili verso altre forme culturali e religiose.

Queste proteste mi paiono non solo sproporzionate rispetto al dato reale, ma anche offensive verso i cristiani di quei paesi dove davvero i diritti umani e la libertà religiosa sono conculcati e feriti mortalmente. Inoltre, credo siano voci oltremodo dannose perché, come ogni appello al vittimismo, hanno una loro efficacia intrinseca e finiscono per creare ancora maggiori difficoltà ai cattolici nell’ineludibile passaggio epocale da una condizione egemonica, confortevole, rispettata, onorata, a quella di semplici testimoni del Vangelo in una società che non è più cristiana. Il vittimismo, infatti, permette di evitare faticosi ripensamenti, esonera dall’autocritica, rimuove la necessità della conversione, preferendo accusare di ogni problema la società, gli altri, lo stato, la cultura non cristiana.

Perché, invece di lagnarsi, i cristiani non accettano, con consapevolezza e umiltà, che le loro convinzioni possono anche dispiacere agli altri e che essi stessi possono conoscere quel rifiuto di cui parla chiaramente anche il Vangelo, rifiuto sperimentato da profeti e giusti di ogni tempo e dallo stesso loro Signore? Perché i cristiani non si preoccupano, piuttosto, di assumersi la responsabilità di rinforzare e umanizzare ciò che c’è di meglio nella società e nella cultura italiana? Perché non cercano vie universalmente “leggibili” per esprimere il loro anelito a rendere più umana la nostra società? E tutto questo perché non farlo senza arroganza, senza desiderio di dominio, senza strategie da lobby o da gruppo di pressione, ma in modo semplice, trasparente, nella parresia evangelica, da persone consapevoli della propria identità e attente a quella degli altri, fiere dei propri valori e rispettose di quelli altrui?

Enzo Bianchi