Fa’ il tuo dovere ma senza esagerare


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La Stampa, 21 agosto 2003

Sarà perché sono ormai entrato nell’anzianità, età in cui le radici che continuano a dar linfa all’albero rigoglioso fanno sentire la loro funzione di ancoraggio alla terra per ciò che dell’albero appare, sarà per il bisogno di ripensare la sapienza che si crede di aver acquisito nella vita, o forse semplicemente per il ricordo della fatica di vivere, ma sta di fatto che sovente rivado alla mia vita in Monferrato negli anni del dopoguerra, la vita di quel piccolo paese di settecento anime (così si diceva allora) in cui sono cresciuto e sono stato educato, in mezzo a contadini e a gente semplice di campagna. Castervè, Nizza Monferrato, le rive dell’Erro e della Bormida dove andavamo a fare il bagno d’estate, quelle colline disegnate dalle viti e quelle rocche dissodate dall’aratro ancora trainato dai buoi, sono i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, luoghi amati e lasciati per andare a Torino e scoprire, da giovane studente universitario, la vita della grande città in una delle sue stagioni più vivaci e contraddittorie.

Se non c’era la fame, per molti c’era però ancora miseria e per tutti la vita era dura: dura per il lavoro della vigna, dura per l’isolamento in cui si viveva nelle cascine, dura per l’asprezza di una cultura intransigente in morale e austera nelle sue manifestazioni. In casa, le parole erano poche. Il padre, quando rientrava dal lavoro, sentiva il bisogno di alzare di tono e di accendere d’ira le poche espressioni che gli uscivano dai denti per lamentarsi dei figli – testoni, ribelli, fannulloni… - o del cibo, preparato dalla moglie o dalle parenti presenti in casa: era il suo modo di riprendere possesso dello spazio familiare. D’altronde, in casa nessuna televisione da guardare, la radio, muta in un angolo, mai accesa durante i pasti: il padre parlava, i figli chinavano il capo e lasciavano che le solite lamentele scorressero sopra le loro teste, la madre faceva la spola tra i fornelli e la tavola, per “servire”, schivando così almeno a tratti le critiche del marito e accontentandosi di mangiare qualcosa solo dopo, in piedi, da sola. In molte famiglie c’era di fatto una violenza verbale e psicologica, prima ancora che fisica, difficile oggi da immaginare, specie per quanti amano idealizzare l’antica vita di campagna e tesserne le lodi.

Ma c’erano anche delle cene diverse, che a volte si protraevano in un clima di serena bonarietà: erano le serate dei giorni in cui si era fatto un buon raccolto – il grano a giugno, l’uva a settembre e ottobre – che lasciava intravedere un futuro meno ansioso e cupo. Allora il padre, con il cuore rallegrato dal vino nel bicchiere e dal mosto nel tino, riusciva a trasmettere con arguzia quella sapienza monferrina ricevuta a sua volta dal padre, eredità lasciata di generazione in generazione, modulata sull’ininterrotto rincorrersi delle colline. E come grappoli d’uva nel cesto, la sapienza si raccoglieva attorno ad alcuni “comandamenti”, massime da imparare per vivere una vita “buona”: bella e felice no – perché per i contadini la vita non è mai felice, anzi, “la vita l’è dura!” – ma buona e sana sì! Allora quei comandamenti risuonavano con forza e convinzione sulle labbra del padre e, almeno in quell’occasione acquisivano un’autorevolezza che oggi diremmo carismatica. Come il moscato, avrebbero addolcito le giornate amare, come la barbera avrebbero dato corpo e colore ai giorni grigi, ma intanto erano comandi, aspri come acini acerbi, e come tali non si discutevano. Eppure quelle serate, come quelle primaverili di luna e falò, erano momenti preziosi nella loro rarità: le parole sembravano stillate dalla botte piccola, quella delle ore piccole con i grandi amici, e offerte ai figli, consegnate loro perché le accogliessero, le imparassero a memoria e cercassero di metterle in pratica.

Norberto Bobbio, di poco più anziano di mio padre e originario di una terra prossima alla mia, nel suo De senectutericorda tre di questi “detti” lapidari e in essi ho ritrovato, con qualche variante di dizione, gli insegnamenti di mio padre, il quale, forse ignaro della perfezione racchiusa nel “tre”, era solito aggiungerne anche un quarto. Il primo – “Fa’ l to duvèr, cherpa ma va’ avanti!” – è una sorta di traduzione popolare dell’imperativo categorico kantiano: fare il proprio dovere, a costo di crepare è il fondamento dell’etica individuale. Ognuno nella vita è chiamato a fare qualcosa, e quel qualcosa lo deve fare, è il suo dovere assoluto: esiste per ciascuno un compito che, per duro che sia, va svolto senza indugio, c’è un fine che va perseguito senza distrazioni. Elogio del dovere, dunque, posto sotto la legge della perseveranza: “fino a crepare”. Cosa resta oggi, anche in Monferrato, di questo primo comando? Oggi in cui tutto è a breve durata, tutto è “in prova”, tutto senza memoria; oggi in cui ogni scelta è rimandata e, non appena presa, è revocabile alla prima difficoltà; oggi in cui non si ha nemmeno la percezione che esista un “dover essere e fare” per ciascuno. Per quelli della mia generazione accogliere quel comandamento non lasciava spazio al dubbio: si abbracciava un compito che diventava una missione alla quale ci si dedicava senza mai demordere, stringendo i denti, tenendo duro. Del resto, l’irrequieto Alfieri domato dal “volli, sempre volli, fortissimamente volli” non era forse astigiano? Era una questione di fedeltà, senza la quale non vi poteva essere onestà né sul lavoro né nei rapporti. “Ist l’è ‘l to duvèr!”, “Questo è il tuo dovere!”. La frase chiudeva ogni discussione: se eri studente, dovevi studiare, e sodo, soprattutto se, come nel mio caso, potevi continuare a farlo solo conquistando borse di studio e presalari grazie alla media dei voti ottenuta. Ansia, angoscia di non farcela eppure nella vita occorre andare avanti e non tornare indietro, anche a costo di cadere sotto il peso insostenibile del proprio compito. Questo obbligo morale diventava la spina dorsale dell’uomo monferrino e la vita stessa era letta come un dovere, un mestiere faticoso: “il mestiere di vivere”, come aveva ben capito il langarolo Pavese.

Ma subito accanto a questo comando, pesante come un macigno, troppo duro da portare per molti, un secondo ammonimento, quasi volto a correggere possibili fraintendimenti da “superuomini”: “Esageruma nenta!”, “Non esageriamo!”. Parole pronunciate sovente come un adagio in reazione a espressioni altezzose, arroganti, vanitose: occorre avere il senso dei propri limiti, saper aderire alla realtà quotidiana, e chi, meglio dei contadini, sa scrutare i segni nel cielo tenendo saldamente i piedi per terra? “Chi parla troppo, esagera sempre – si diceva – e chi esagera racconta frottole”: l’invito a non esagerare era l’immissione di una sana diffidenza verso tutto ciò che a prima vista si impone, cresce, ha successo. Così, anche quando uno si costruiva la casa o ristrutturava la cascina, doveva cercare di farla bella ma modesta, senza accorgimenti appariscenti, senza ostentazione di ricchezza. Altrimenti, invece di grida di ammirazione, un ironico “esageruma nenta!” sarebbe corso di bocca in bocca tra vicini e conoscenti. Negli edifici come nel vestirsi, nel raccontare se stessi come nel reagire al successo, era segno di saggezza, e fonte di stima, restare nella semplicità, lontano da ogni orgoglio e pretesa.

Il terzo comando suonava più come un consiglio, una dose spicciola di saggezza del vivere di fronte a difficoltà che spicciole non erano: “L’è question ‘d nen piesla”, “Si tratta di non prendersela”. La vita era dura, sovente grama, le disavventure più frequenti di oggi e non coperte da previdenze e assicurazioni: la siccità che non gonfiava gli acini, la grandine – la terribile “tempesta” che vendemmiava prima del tempo, trasformando i solchi della vigna in rigagnoli insanguinati – la pioggia sui grappoli maturi che abbassava il grado alcolico e il magro guadagno, i rigidi inverni, “lunghi come la fame”… E poi le vicende familiari, i problemi di salute, con la mutua che si limitava a rimborsare le spese sostenute e non copriva i ricoveri e gli interventi più costosi, le scomparse premature che colpivano al cuore le famiglie e le loro fonti di sostentamento… Allora, “è questione di non prendersela”, di attenuare il dolore, di cercare di fermare la sofferenza, di allargare lo sguardo al di là del male che ci ha colpito, di reagire per continuare a vivere senza farsi paralizzare dalle disgrazie. Non di cinismo si trattava, bensì della volontà di porre un limite anche al dolore, di fissare e difendere un confine affinché il male non lo varcasse travolgendo l’intera esistenza. E poi, era un consiglio di saggezza anche di fronte alle più quotidiane calunnie, ai dispetti e alle offese ricevute da vicini o parenti, un sano antidoto al rancore e alla vendetta, un balsamo per quelle piccole e grandi sofferenze frequenti nel per nulla idilliaco ambiente agricolo.

Infine la quarta massima, quella che Bobbio non cita: “Mes’ciuma nenta el robi!”, “Non mescoliamo le cose!”. Principio minimo di ordine che successivamente, durante i miei studi, ho scoperto essere alla base delle prescrizioni bibliche contenute nella tradizione sacerdotale sulla “purità”. Non mescolare le cose – “non adulterare” recita letteralmente il comandamento biblico di solito tradotto con un improbabile “non fornicare” o con un sessuofobo “non commettere atti impuri” – è principio di ordine che esige trasparenza di pensiero, chiarezza di discorso, rettitudine nell’agire. Ci sono – si diceva nell’immediatezza del linguaggio contadino – cose degli uomini e cose delle donne, cose della religione e cose politiche, cose di Dio e cose terrene, questioni di interessi e questioni di affetti: non mescoliamo tutto. Principio estremamente esigente, ma fecondo per i rapporti umani come per il dare forma alla propria vita: nessun ibrido, nessuno sconfinamento di campo, nessun appiattimento in un magma indefinito, ma il sapore schietto di un vino non tagliato.

Sì, questi quattro comandi monferrini sono per me un magistero umano che ha edificato la mia etica laica e che ancora oggi considero una coda necessaria ai dieci comandamenti consegnati a Mosè, una norma di vita ancora in vigore anche per i cristiani monferrini come me.

Enzo Bianchi