Il tiranno non può cancellare i diritti

La Stampa, 17 maggio 2003

“Non cambiare mai una legge per soddisfare i capricci di un principe: la legge è al di sopra del principe”. Non è un proclama contemporaneo, ma un consiglio di Kuang-tseu, sapiente cinese del IV-III secolo a.C.; sempre in Cina, già nel secolo precedente, troviamo quest’altro ammonimento attribuito a un discepolo di Mo-tseu: “Cosa succede quando la forza detta legge? La risposta è semplice: i grandi attaccano i piccoli, i forti spogliano i deboli, la maggioranza maltratta la minoranza, i furbi ingannano i semplici, i nobili disprezzano i plebei, i ricchi disdegnano i poveri, i giovani sgridano i vecchi”.

Sovente non solo abbiamo la memoria corta, ma siamo convinti che la storia abbia inizio con noi o con quella del nostro “clan”, che i grandi interrogativi che si pongono all’esistenza umana e alla convivenza civile datino di oggi: ignoriamo così la sapienza orientale e la tragedia greca, il codice di Hammurabi e il diritto romano, i costumi tribali e i dieci comandamenti. Siamo convinti di essere al centro dell’universo, ma non sappiamo cogliere l’universalità dei sentimenti e dei valori con cui ogni giorno facciamo i conti: giustizia e ingiustizia, libertà e oppressione, amore e odio vengono ridotti a faccende personali, all’angusto spazio del nostro egoismo.

Ora proprio la memoria, che è rielaborazione del ricordo e non mistificazione degli eventi, consente di sentirci parte dell’umanità, insegnandoci a far tesoro di conquiste e sconfitte di popoli, civiltà e generazioni che ci hanno preceduto. È quanto possiamo scoprire, per esempio, riflettendo sui “diritti umani”: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomorisale a trentacinque anni fa, a quell’immediato dopoguerra che sembrava dischiudere un’era di larghe intese o perlomeno di concordate composizioni di conflitti che avrebbero dovuto e potuto realizzare quel “mai più!” che sgorgava dai cuori e dalle menti di quanti troppo tardi avevano scoperto gli orrori che l’uomo è capace di infliggere all’uomo. E si potrebbe pensare che questa carta fondamentale di difesa dell’umanità nel suo insieme e di ciascuno dei suoi componenti fosse il risultato di una cultura fondamentalmente “occidentale”: la migliore tradizione ebraico-cristiana, l’eredità greco-romana, le intuizioni universalistiche dell’illuminismo, i principi della rivoluzione francese, le libere aspirazioni del “nuovo mondo”, le speranze egualitarie del movimento socialista…

Interpretazione fondata eppure assai riduttiva, come dimostra un’opera che l’Unesco curò e diede alle stampe per festeggiare i vent’anni della Dichiarazione: Le droit d’être un homme. Anthologie mondiale de la liberté (Unesco – Lattès, Paris 1968). In essa un gruppo di studiosi coordinati da Jeanne Hersch raccolse oltre un migliaio di testi provenienti da tradizioni ed epoche le più disparate i quali mostrassero “proprio in virtù della diversità delle loro origini, l’unità profonda dei loro significati e illustrassero l’universalità nel tempo e nello spazio dell’affermazione e della rivendicazione del diritto a essere un uomo”. Sono pagine impressionanti non solo per la varietà di stili, di accenti, di generi letterari, di ambiti – basta elencare i capitoli nei quali sono stati raggruppati i risultati della ricerca: “L’uomo”, “Il potere”, “Limiti del potere”, “Libertà civile”, “Verità e libertà”, “Diritti sociali”, “La libertà concreta”, “Educazione, scienza e cultura”, “Servitù e violenza”, “Il diritto contro la forza”, “Identità nazionale e indipendenza”, “Universalità”, “Fonti e fini” – ma ancor più per la forza delle similitudini armoniche che emergono perfino nei contrasti, per quella sensazione di fraternitàuniversale sprigionata da una duplice feconda indagine: quella dei curatori che hanno scandagliato i “substrati storici della loro coscienza” e quella di uomini e donne di tutte le epoche alla ricerca dell’”ordine umano”, cioè di quanto fa essere uomoun uomo e degna di essere chiamata umanala sua esistenza.

I documenti raccolti spaziano su un arco di diversi millenni (prendendo come termine ad quemproprio il 1948) e di tutte le aree geografiche e culturali: dai testi sacri delle diverse religioni ad altri “codici” collettivi, da riflessioni individuali di filosofi e saggi a poesie, proverbi e canzoni popolari: nessuna pretesa di costituire un’opera scientifica, né di redigere un trattato di morale, solamente il desiderio di offrire spazio a quanto di meglio l’umanità ha saputo dire e dare di se stessa, prestando la voce anche al grido di indignazione, di rivolta, di amarezza delle moltitudini che per secoli hanno visto calpestati questi diritti fondamentali. Forse la maggior parte delle vittime, di questi uomini e donne “negati”, non ha mai avuto la possibilità di “leggere”, impressi sulla pietra o sulla carta queste verità fondamentali: ciò nondimeno esse esistevano. Forse “i sommersi” hanno perfino dovuto subire l’atroce beffa di inneggiare al persecutore: come gli ebrei in esilio, molti di loro sono stati obbligati a “cantare”, senza per questo essere uomini liberi, infatti, come ricordava l’argentino Moreno duecento anni fa “qualunque despota può obbligare i suoi schiavi a cantare inni alla libertà”. Del resto, lo aveva constatato anche il suo contemporaneo polacco Staszic: “Una libertà non fondata sulla giustizia è una parola vuota che abbraccia solo illusioni: sono stati i più grandi tiranni del genere umano ad alzare le più alte grida in onore della libertà”.

Ma l’avventura della dignità umana, la storia della libertà dimostra che questi “diritti universali” sono sempre stati e sono tali non perché esaltati ipocritamente dai potenti di turno e nemmeno perché stabiliti saggiamente da un organismo democratico (sono loro, infatti, a conferire autorevolezza e dignità a chi li esercita e li difende, non viceversa), ma perché impressi nella mente e nel cuore di ogni essere umano: nessun tiranno allora – qualunque aspetto assuma, qualunque sopruso metta in opera, qualunque vittoria apparente ottenga – potrà mai abrogarli. A ciascuno di noi, in virtù del suo stesso essere “umano”, spetta difenderli, come esorta René Maheu nel concludere la sua prefazione al volume: “Per grandi che siano stati gli sforzi intrapresi, i progressi compiuti e i sacrifici affrontati, il prezzo dell’uomo libero non è stato ancora pagato dall’uomo, e nemmeno definito nel suo giusto valore. Il compito immemorabile permane, anche in quest’ora. Anche in quest’ora, milioni di esseri umani, nostri simili, prostrati o in rivolta, ci aspettano: aspettanote e me”.

Enzo Bianchi