Unione: alla ricerca dell’anima perduta


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Unione: alla ricerca dell’anima perduta

La Stampa, 12 luglio 2003

Da poco è stata approvata la bozza di Costituzione europea e, con essa, il tanto faticoso e discusso preambolo con il suo richiamo “alle eredità culturali, religiose e umanistiche”. Sappiamo bene i confronti anche aspri che si sono avuti per giungere a questo testo, così come le paure manifestate da parti opposte circa una possibile ferita alla laicità dell’Europa o un laicismo nemico della realtà religiosa; tuttavia, come europei e non solo come cristiani, avremmo preferito che ci fosse una menzione del cristianesimo come realtà che innegabilmente ha significato per secoli l’unica unità plurale delle popolazioni del vecchio continente. Credo che il problema, almeno alla fine del confronto, fosse soprattutto di formulazione, perché tra i redattori della carta non alberga un laicismo nemico dell’eredità cristiana; per questo auspicheremmo che prima dell’approvazione definitiva si possa arrivare a una formulazione che ricordi esplicitamente come “tra i retaggi culturali, religiosi e umanistici ci sia soprattutto il cristianesimo nelle sue varie espressioni, sovente in fecondo rapporto con le civiltà ebraica e islamica”. Questo significherebbe semplicemente riconoscere quella realtà che per almeno un millennio ha dato volto e forma all’Europa: la cristianità – cioè una convivenza sociale in cui il cristianesimo occupava un posto determinante – che aveva proseguito e fecondato la cultura ellenistica e romana. Non si tratta di fare un’apologetica della cristianità – di cui ben conosciamo le ombre e, come cristiani, anche le contraddizioni al Vangelo – bensì riconoscere la nostra eredità e farlo in quella fertile comunicazione avvenuta con l’ebraismo, radice del cristianesimo e presenza sempre eloquente in Europa, e con l’islam. Certo, sovente questa “comunicazione” ha conosciuto più tensioni, conflitti e financo persecuzioni che non dialogo; tuttavia, se si pensa a stagioni come il medioevo andaluso in cui il musulmano Averroè e l’ebreo Maimonide incrociavano il pensiero cristiano, si capisce anche meglio non solo la poliedrica ricchezza di riflessione che ha impregnato la storia e le istituzioni europee, ma anche l’attuale consistenza del comune patrimonio etico e spirituale.

Ciò che pare determinante è di sapere a quale unità deve tendere l’Europa. Esiste oggi un’unità economica europea – quella che è stata, del resto, la sua ragione iniziale – esiste un’unità monetaria in parte già raggiunta, esiste un’unità politica che si cerca faticosamente di costruire, ma per questo sarà sempre più necessario discernere e quindi assumere dei valori suscettibili di fondare un’unità politica che potrà essere anche giuridica. Quale “anima”, in sostanza, per l’Europa? È una domanda che, dopo essersi mostrata assillante e convinta in uomini come Jacques Delors, sembra essere oggi attenuata se non addirittura scomparsa. Eppure, se il corpo dell’Europa cresce e si edifica senza avere un’anima, che vitalità potrà mai avere? Non finirà per ripiombare in quella barbarie di cui si scorgono con sempre maggior frequenza e intensità pericolosi segnali nel linguaggio comune, nel dibattito politico, negli atteggiamenti quotidiani?

Delors diceva: “O l’Europa avrà un’anima, o non ci sarà Europa!”. Per dare quest’anima all’Europa, scrive l’arcivescovo di Strasburgo Joseph Doré, “occorreranno soprattutto i contributi dell’etica, dell’artee della religione, queste realtà plurali, multiformi che hanno sempre plasmato le culture e che possono forgiare anche oggi un’identità”. Ecco perché sarà necessario innanzitutto cercare, perseguire e proporre criteri e valori sui quali potersi accordare per delineare l’uomo europeo e, quindi, accedere a un’identità europea. Certo, la Carta europea, con una vena narcisistica, parla di Europa come di “uno spazio privilegiato delle speranze umane”, ma questa sua qualità, che noi crediamo molto fragile, va acquisita e conservata giorno dopo giorno con battaglie e fatiche, soprattutto resistenza alla violenza in tutte le sue forme, da quella della dittatura dei condizionamenti economici a quella dell’ostilità e della guerra. Uguaglianza delle persone, libertà, rispetto della ragione, pace, solidarietà con i più fragili e bisognosi sono valori inscritti nel preambolo della Costituzione, ma richiedono un costante confronto perché un’etica comune si possa realizzare, rinnovandoli così incessantemente. La saggia e vecchia Europa sia tale e sappia esprimersi, come ha tentato di fare in occasione dell’ultimo conflitto, con una volontà di pace, di dialogo e con uno sguardo capace di leggere le povertà dei popoli.

Etica, dunque, ma anche arte: non si dimentichi che l’Europa ha contribuito all’arte più di tutto il resto del mondo. Investire in cultura significa preparare l’humus per la creazione artistica, efficace antidoto alla barbarie. Come dimenticare che per secoli l’Europa è rimasta unita oltre che dalla religione cristiana anche dall’arte, non solo religiosa? Quando si entra in una cattedrale – a Canterbury o a Colonia, a Firenze o a Parigi – si “sente” l’Europa; quando si ammirano i palazzi delle università e i teatri, quando si cammina nelle viuzze dei borghi medievali o si sosta negli ampi spazi delle piazze rinascimentali, quando ci si trova all’ombra di campanili e di torri civiche, si percepisce un’unità di ispirazione più forte dei conflitti che hanno emblematicamente coinvolto anche i monumenti architettonici. Gli europei dovrebbero non solo essere maggiormente consapevoli del patrimonio che hanno ricevuto in eredità dal passato e saperlo leggere, ma dovrebbero anche tutto predisporre perché la creazione artistica in tutte le sue forme si attesti e comunichi un messaggio “europeo”: Chagall e Manzù, Bregovic e Bono, Pessoa e Böll – solo per fare degli esempi – sono Europa eloquente.

Infine, con l’etica e l’arte, la religione o, meglio, le religioni. Anch’esse devono saper dare ancora oggi un contributo alla formazione di un’Europa che sia comunità di cittadini e spazio per il dialogo delle fedi e delle culture. Le religioni, pur nelle loro diversità, non sono un ostacolo all’unità europea, ma devono assolutamente allontanare da sé fanatismi e integralismi, oggi purtroppo ancora numerosi anche se, almeno in Europa, non assumono quasi mai forme fisicamente violente. Alle religioni compete di praticare e sempre più confermare il rispetto dell’altro come “altro”, accogliendo l’identità da questi formulata e, quindi, la sua differenza, facendo credito alla sua volontà di dialogo nella trasparenza. Tuttavia, perché il dialogo interreligioso avvenga e sia fruttuoso, occorre che ciascuno sia se stesso, non metta tra parentesi la propria identità e sia leale nei confronti della comunità religiosa cui professa di appartenere. Occorre inoltre che le religioni pratichino sì il dialogo teologico e tra di loro ma, perché questo sia un contributo all’Europa, esse devono ricercare vie di confronto di conoscenze e di collaborazione su terreni e valori antropologici ed etici già espressi dalle singole tradizioni ma a volte bisognosi di una rilettura e una ricomprensione operata in comune.

Di fronte al dominio crescente della pura tecnica, del totalitarismo economico, dalla ricerca del massimo profitto, dello sfruttamento e del degrado della natura, le religioni insieme possono opporsi favorendo la crescita del senso della gratuità, del servizio, della comunicazione, del perdono. Sì, contro ogni autosufficienza, ogni inimicizia e ogni memoria carica di ostilità e di rancore, contro la barbarie che incombe, le religioni possono contribuire a dare un’anima all’Europa, un’anima di giustizia e di pace, in grado di tendere al perdono reciproco e alla piena riconciliazione.

Enzo Bianchi