Dacci oggi la pioggia necessaria

Avvenire, 19 luglio 2003

“O Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo, concedici la pioggia di cui abbiamo bisogno”: sono queste le parole dell’oremusche la Chiesa ripete da secoli quando si prolunga la siccità in una regione. Chi ha la mia età anagrafica ed è di origine contadina le ricorda a memoria in latino tante erano le occasioni in cui venivano pregate, così come ricorda le invocazioni che chiedevano di allontanare la grandine dai campi e dalle vigne. In quei tempi si recitavano ancora con fede, sicuri di essere esauditi, riponendo tutte le speranze in Dio, dal quale ci si attendeva la liberazione dalla miseria. Sì, perché negli anni del dopoguerra, siccità e grandine nelle nostre campagne significavano non solo povertà, ma vera e propria miseria. Oggi la siccità provoca sì danni, ma questi si limitano a una riduzione dei nostri consumi e a qualche rinuncia nel nostro stile di vita con i suoi bisogni e le sue comodità. Anche a chi vive del lavoro della terra, sussidi, previdenza e assicurazioni consentono di non essere esposti alla miseria e alla fame.

Ora, tornare a pregare per il dono della pioggia, in questo contesto mutato, nell’epoca della tecnologia in cui si crede solo alla scienza, è operazione infantile o regressiva? Forse che Dio interviene per spostare un po’ di nuvole dal cielo della Francia, dove stanno procurando alluvioni, per distribuire l’acqua tanto attesa nell’Italia arida? I credenti che pregano per la pioggia sono allora degli ingenui da compiangere? Molti lo penseranno e irrideranno per questo i cristiani, ma forse bisognerebbe leggere più in profondità questa preghiera.

Innanzitutto, la preghiera cristiana non dovrebbe mai essere disgiunta da un agire coerente, fatto di giustizia e di rispetto della natura, di condivisione della terra e dei suoi beni, di qualità della vita umana e di uso intelligente delle risorse mondiali. Quindi, quando i credenti pregano per chiedere il dono della pioggia non compiono una semplice operazione di domanda a Dio, rischiando di “affaticare gli dèi perché siano propizi”, come sentenziava Lucrezio. I credenti, infatti, sanno che il loro Dio non esaudisce tutti i loro desideri ma adempie tutte le sue promesse, sanno che Egli conosce ciò di cui hanno bisogno, sanno che quando pregano pongono tra se stessi e il bisogno il “Terzo”, e questo li porta a elaborare i desideri, a pesarne l’autenticità, a mantenersi in un atteggiamento di gratuità e non di abuso verso la realtà.

I cristiani così riacquistano anche consapevolezza di non essere determinati dal bisogno né dalla logica della soddisfazione e del consumo e, nel contempo, sanno di poter chiedere ogni giorno a Dio il pane quotidiano, come ha insegnato loro Gesù, manifestandogli anche il bisogno della pioggia. Se la preghiera resta autenticamente cristiana, pregare per il dono della pioggia non è regressione infantile né ricorso alla magia, bensì fiducia in un Padre misericordioso. Se un tempo pregare per la pioggia era volto a essere liberati dalla miseria, oggi significa recuperare la propria, ontologica, condizione di povertà, che è anche condizione di verità: non tutto ci è im-mediatamente disponibile, non noi siamo i signori del mondo e della vita.

Non solo, ma pregare per la pioggia è anche l’occasione per interrogarsi sul rapporto con l’acqua, sul modo di usarne e abusarne, sul rispetto verso quella creatura che san Francesco chiamava “sorella umile, preziosa e casta”. Sì, solo chi ha uno spirito ascetico è capace di un atteggiamento eucaristico che rende grazie di ogni cosa e libera dalla logica del consumismo e dello spreco per aprire a quella della condivisione.

Enzo Bianchi