Perché Cristo è stato ucciso?


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La Stampa, 18 aprile 2003

Ogni anno i cristiani, nel venerdì appunto “santo”, ricordano e cercano di rivivere – leggendo i testi, celebrando insieme la liturgia e riflettendo personalmente in silenzio – la morte violenta di Gesù. Nessuno ha mai dubitato di questo evento, accaduto a Gerusalemme la vigilia del sabato di Pasqua, il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era: Gesù, un galileo che aveva radunato attorno a sé una comunità di pochi uomini e alcune donne coinvolti pienamente nella sua vita itinerante, ritenuto rabbi e profeta da questi discepoli e da un numero più ampio di simpatizzanti, è stato condannato e messo a morte mediante il supplizio della crocifissione. Questa fine fallimentare di una vicenda, questa morte è subito apparsa uno scandalo, un ostacolo per la fede in lui, soprattutto quando si cominciò a ritenerlo e a confessarlo Messia di Israele e perciò figlio di Dio, da Dio inviato al popolo dei giudei per chiedere conversione e annunciargli la venuta imminente del regno di Dio. Com’è stata possibile una morte così terribile, “mors turpissima crucis” (Tacito), “il supplizio più crudele e orrendo” (Cicerone), una morte che per i giudei era segno di maledizione da parte di Dio? Non diceva forse la legge di Mosè “maledetto chi è appeso al legno” (Deuteronomio21,23)? Inoltre Gesù è morto condannato dall’autorità legittima della comunità di fede giudaica.

Non è stato facile accettare di mettere fiducia in un uomo morto in tal modo né aderire alle sue parole. All’inizio del II secolo dopo Cristo, il giudeo rabbi Tarfon così afferma nel dialogo con il cristiano Giustino: “Noi sappiamo che il Messia deve soffrire, ma che egli debba essere crocifisso e morire in modo così infame e ignominioso noi non possiamo neppure arrivare a concepirlo!”. Un uomo crocifisso è un impuro, un escluso rigettato dalla comunità con la quale Dio si è legato in alleanza: eppure questa è stata la fine di Gesù.

Non è un caso che alcuni gruppi di cristiani finiranno per negare che Gesù sia morto in croce, ed è altamente significativo che per il Corano Gesù è stato sostituito all’ultimo momento da un altro uomo perché non era possibile che il Messia finisse crocifisso. Eppure per i cristiani è proprio il crocifisso colui che ha narrato Dio: “Nessuno ha mai visto Dio, ma Gesù lo ha raccontato, lo ha spiegato” dice il Vangelo di Giovanni (Gv 1,18). Ora, questa “spiegazione” è avvenuta soprattutto sulla croce, come scrive san Paolo ai cristiani di Corinto – “Tra di voi io ho voluto conoscere solo Cristo, e Cristo crocifisso” – nella consapevolezza che tale annuncio era scandalo per gli uomini religiosi ebrei in cerca di segni ed era follia per gli intellettuali greci in cerca di cultura.

Fedeli a questa fede degli apostoli, i cristiani non hanno velato la croce, ma l’hanno predicata, annunciata fino a farne, a partire dal IV secolo, il loro segno, l’unico loro vessillo. Ma noi ci chiediamo perché questa morte è diventata così significativa da essere determinante la fede cristiana: com’è stato possibile che un uomo appeso a una croce diventasse colui sul quale i cristiani tengono fissi lo sguardo e al quale indirizzano le loro preghiere? Certo, sono convinto che non sempre i cristiani comprendono la croce per quel che è realmente, cioè uno strumento di esecuzione, così come spesso quanti la portano al collo ingemmata (ormai sempre più numerosi anche tra quelli che non hanno nessuna prassi di vita cristiana…) la ostentano come gioiello; eppure, quando essa appare nella sua verità, dove c’è un uomo condannato a morte, trafitto, allora essa disturba ancora e contraddice il compiacimento di chi la porta. È così, secondo l’espressione di Gregorio di Nissa, che “la croce è teologa”.

Ebbene, perché questa morte di Gesù? I Vangeli si preoccupano di dirci chiaramente che Gesù è andato verso la morte non per caso, né a motivo di un destino incombente su di lui. No, Gesù non è stato arrestato casualmente: lui stesso aveva previsto la propria fine, la fine che era toccata a tutti i profeti, la fine fatta dal suo “maestro” Giovanni il Battista solo pochi anni prima, la fine che era l’esito di quell’opposizione crescente verso di lui da parte del potere religioso di Gerusalemme. Il suo non era neanche un destino, un fato ineluttabile, una volontà di Dio cui lui non si poteva sottrarre: Gesù restava libero di fronte al cerchio che si stringeva attorno a lui, libero di fuggire e tornare in Galilea, lontano dal potere giudaico, oppure di terminare a Gerusalemme, nel tempio stesso, quell’itineranza e predicazione alla gente iniziata nelle sinagoghe e nelle piazze dei villaggi.

Né caso, né destino divino: Gesù va verso la morte nella libertà e per amore. Gesù aveva detto che “era necessaria” quella passione, ma lo era di una “necessità” precisa, innanzitutto umana, una necessità inscritta in questo mondo, sulla quale avevano già meditato e si erano espressi i sapienti di Israele: “in un mondo di ingiusti, il giusto può solo essere osteggiato, rifiutato, perseguitato e, se possibile, ucciso” (come riportano i primi due capitolo del libro della Sapienza). Non può essere diversamente, e la storia conferma questa “necessità” intraumana. Chi vive nella giustizia, ha sete di giustizia e la predica, incontra ostilità e rifiuto, ieri come oggi. Gesù avrebbe potuto tacere, o passare dalla parte degli ingiusti: allora l’ostilità verso di lui sarebbe cessata; continuando invece a essere fedele alla volontà di Dio, continuando a passare tra gli uomini facendo il bene, poteva solo preparare il suo rigetto.

Così la necessità umana diventa necessità divina, non nel senso che Dio, suo Padre, lo voglia in croce, sofferente, morto, ma nel senso che l’obbedienza alla volontà di Dio, volontà che chiede di vivere l’amore fino all’estremo, è una volontà che esige una vita di giustizia e di amore anche a costo della morte violenta. E Gesù, proprio per questa difesa della giustizia, era ritenuto profeta, proprio a causa della fedeltà alla legge aveva osato trascendere la legge di Mosè, proprio a causa dell’amore di Dio che voleva narrare aveva introdotto nel tempio quelli che ne erano esclusi e aveva fatto crollare ogni muro eretto dagli uomini come muro di divisione. Tra Gesù e i suoi oppositori il dissenso è totale: le sue pretese sul primato dell’uomo sul sabato, la sua predicazione sul tempio parevano solo bestemmie, così come i suoi attacchi agli uomini religiosi parevano apostasie, empietà. “Ciò che ha portato Gesù alla morte è la sua interpretazione della religione: lì è nato il conflitto, su questo tema la sua condanna”, scrive il teologo Joseph Moingt. Sì, è a causa del volto di Dio predicato e narrato con la propria vita che Gesù andò verso la condanna del potere religioso: Gesù aveva reso Dio “evangelo”, buona notizia, e questo non era sopportabile. A questa condanna religiosa si sommò quella del potere politico, sensibile ad accuse quali quelle riferite dall’evangelista Luca: “Abbiamo trovato quest’uomo che incitava la nostra gente alla rivolta, a non pagare le imposte a Cesare; costui pretende di essere Messia e re”. Anche qui i vangeli sono molto attenti a registrare che Gesù non fu condannato da Pilato, governatore romano in Giudea, sulla base di eventuali delitti comuni commessi: anzi, a questo riguardo Gesù è innocente. Egli fu condannato perché di fatto il suo messaggio poteva contraddire le pretese dell’imperatore e il suo totalitarismo. È così che Gesù viene condotto al supplizio, queste le cause della sua morte che raccoglie in sé quella di tanti uomini e donne che nella storia sono stati rifiutati e condannati perché assetati di giustizia, perché pronti a dare la vita per i fratelli, per la dignità di ogni essere umano.

Sì, il venerdì santo è giorno di dolore per i cristiani: dolore soprattutto per la consapevolezza che il mondo continua a restare ingiusto e a perseguitare chi invece tenta di essere giusto.

Enzo Bianchi