La nuova barbarie dell’occidente


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Avvenire, 12 giugno 2003

Sono molti gli analisti politici che in questi ultimi anni hanno evocato o denunciato come imminente, se non addirittura già in atto, lo “scontro di civiltà”. Ma tutta l’attenzione solitamente si concentra sul primo termine, lo “scontro”, l’evento che si teme perché negatore di un auspicabile incontro o dialogo o confronto. Non ci si interroga, invece, sul secondo aspetto, la “civiltà”, quasi si trattasse di una conquista assodata e irreversibile e non fosse invece possibile il riemergere di uno scontro di “barbarie”. Perché non riflettere seriamente sulla qualità della nostra “civiltà”, sul suo grado di salute e, di conseguenza, sulle contraddizioni che la abitano e la vogliono ricondurre a barbarie? Forse la barbarie che attraversa la nostra vita è così accecante che fatichiamo a vederla. Walter Benjamin non ha forse avvertito che “ogni documento di cultura è nello stesso tempo un documento di barbarie” e che, dunque, occorre essere sempre vigilanti per leggere le tendenze di vita o di morte che cercano di prevalere fino a determinare il vissuto individuale e collettivo degli uomini?

E proprio in questa osservazione con strumenti “contemplativi” – permettetemi di usare questo termine – intravedo ormai la presenza di una incipiente barbarie nella nostra vita e nella nostra società. E quando parlo di barbarie in atto non penso a una riedizione di barbarie passate – evocate dal nazismo, dal fascismo, dal comunismo… – perché raramente la storia si ripete, ma a un nuovo tipo di barbarie, più insidioso, che tenterò di descrivere, come ha già fatto Guy Cocq in un libro col significativo titolo Petits pas vers la barbarie.

Innanzitutto c’è un imbarbarimento nelle relazioni interpersonali in cui la quotidianità del vivere si deteriora e si sfilaccia in un clima da giungla in cui il più forte o il più arrogante non pretende neppure di “far valere le proprie ragioni” o di convincere chi la pensa diversamente, ma fa semplicemente quello che più gli aggrada. Ogni individuo vuole decidere la propria vita a tal punto da non sopportare ciò che lo precede e da cui dipende; tanto meno vuole essere responsabile del futuro, così che per le nuove generazioni tutto può essere sconvolto e mutato: sì, l’ideologia dominante è quella del “tutto e subito”, tentazione non più solo degli adolescenti, ma di un’intera società adolescenziale. Ma, per restare tale, una societasdeve essere consapevole dell’eredità ricevuta, deve assumere il passato che non può essere cambiato, deve interrogarsi sull’identità che viene dalla propria storia, deve saper avere uno sguardo sul futuro che sia uno sguardo “condiviso”, con alcuni obiettivi “alti” di convergenza. Come, invece, coniugare con l’idea di “civiltà” il progressivo smarrimento del senso del pudore, il mancato rispetto dell’intimità del dolore, lo sfacciato esibizionismo di beghe coniugali e di meschinerie familiari cui quotidianamente ci fanno assistere programmi televisivi che vorrebbero essere di intrattenimento e che in realtà “intrattengono” solo i nostri istinti di voyeurismo e una licenziosità che non ha più freni inibitori?

Legato a questo deterioramento dei rapporti interpersonali, ecco allora emergere ciò che è già presente tra noi: la miseria del discorso sociale e politico, la mancanza di un orizzonte per la polis, dunque “politico” nel senso forte del termine, la distruzione della memoria comune e l’oblio dei discorso sui valori condivisi sospettati di pretendere un ordine morale, l’indifferenza verso i valori della democrazia, la fuga dall’impegno nella polis.

Questa barbarie, già così quotidiana e invasiva della vita più intima e personale, si estende all’ambito collettivo attraverso l’uso di un linguaggio offensivo e violento, che narra solo il disprezzo dell’altro, la demonizzazione di chi avvertiamo come un ostacolo ai nostri progetti e alle nostre abitudini acquisite, la volgarità del confronto e della replica. Basti pensare all’ormai consueta esibizione mediatica di scontri violenti che sembrano esaltare i protagonisti e procurare grande compiacimento agli spettatori. In ogni discussione c’è chi alza i toni del linguaggio, abbassando simultaneamente il livello etico del contenuto: vengono giustificate le ineguaglianze, si alimenta il culto dell’arroganza e della forza, si esalta la competizione sfrenata e ci si compiace di frasi urlate del cui contenuto fino a ieri ci si sarebbe vergognati non solo di pronunciarlo, ma persino di ascoltarlo… Com’è possibile il sistematico insulto, l’ostentato disprezzo verso l’altro, lo straniero, l’immigrato presente in mezzo a noi? Com’è possibile la continua demonizzazione del diverso, come se fosse l’incarnazione del male? Com’è possibile il ripetersi di proclami “politici” che adottano argomenti e termini da gradasso di quartiere, di discorsi che, con la scusa di farsi “vicini alla gente”, ne solleticano gi istinti peggiori, elevando le chiacchiere da osteria a ragionamenti sui massimi sistemi e avvilendo la faticosa ricerca del bene – o del minor male – comune all’ultima astuzia da guappo di periferia?

Constatazioni inquietanti, che offuscano l’orizzonte della nostra esistenza e rendono impraticabile la discussione su tematiche come l’unità della società o la ricerca di una cultura che abbia riferimenti comuni. Eppure la vitalità o meno della nostra convivenza sociale dipende dalla reazione di ciascuno di noi a queste derive disumanizzanti. Che tristezza sentir parlare da più parti di “qualità della vita” in termini che fanno dipendere questa “qualità” solo dal livello materiale, “animale” dell’esistenza  e non anche dall’umanizzazione in atto o meno nella nostra società! Che impoverimento di orizzonti l’adozione di “parametri” europei che guardano solo a deficit, PIL e inflazione, che tollerano a malapena qualche accenno ai diritti umani (magari appiattendoli sul burocratico rispetto della privacy) e ignorano tassi di alfabetizzazione, di scolarità e di disoccupazione, accessi a strumenti culturali e a spazi di libertà. Che tristezza quando per “libero scambio” si intende mercato selvaggio e non scambio di opinioni tra uomini liberi!

Certo, se il tessuto comunitario della nostra società è questo, allora si comprende anche come i lati peggiori che sono presenti negli uomini e gli aspetti peggiori delle culture non vengano contrastati ma, anzi, siano quotidianamente sollecitati e stimolati fino a farli diventare pensiero dominante, conformismo sociale. Sì, barbarie è ciò che non è ancora o non è più coltivato, ciò che rimane o ritorna allo stadio di prima pulsione emotiva, dell’istinto animale, ciò che degenera e inselvatichisce per mancanza di criteri e di valori che permettano di discernere cosa è bello e buono e ciò che procura gratitudine al singolo individuo e all’umanità intera. Dobbiamo essere consapevoli del rischio di credere che sono gli altri e non noi a poter cadere nella barbarie, dobbiamo demistificare la credenza in una società perfetta, rifiutando così ogni utopia, ma nel contempo opponendo resistenza contro la barbarie: questa resistenza – possibile, necessaria e doverosa – potrà allora animare una nuova cultura dell’impegno.

E in questa situazione i cristiani non dovranno forse essere quelle “sentinelle” – secondo l’espressione biblica felicemente ripresa da Giovanni Paolo II – che sanno vegliare, misurare la notte, annunciare l’alba senza pretese né arroganza, ma solo fidandosi della profezia che nasce là dove la parola di Dio è ascoltata, vissuta e, di conseguenza, offerta agli altri uomini che vi possono accedere guardando i cristiani? Come diceva Emanuel Mounier, “i cristiani non sono chiamati a creare una civiltà cristiana, una politica cristiana, un sistema educativo cristiano”, ma devono assolutamente inoculare diastasi profetiche nelle società cui appartengono, devono cioè saper dire la “buona notizia” lavorando a servizio dell’umanità. I cristiani sono chiamati oggi a vivere in una civiltà che non è più cristiana, ma in essa possono divenire fonte di umanizzazione dei rapporti nella costruzione della polis, nel progettare un futuro con tutti gli uomini, nell’indicare e nel vivere la solidarietà con gli ultimi, i poveri, le vittime della storia. Sì, i cristiani possono e devono trarre da questa ardua sfida elementi per un rinnovamento della loro fede e della testimonianza resa nel mondo: un cristianesimo critico e, proprio per questo, capace di edificare una convivenza più abitabile; una chiesa che sia fermento di civilizzazione e di umanesimo in una società laica, multietnica e religiosamente variegata.

Enzo Bianchi