Memoria del passato, chiave del futuro


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La Stampa, 17 giugno 2003

“Tu che prevedi l’avvenire degli uomini, aiutami a non staccarmi dal mio passato”. Così Elhanan, l’anziano protagonista del romanzo L’obliodi Elie Wiesel, si rivolge al suo Dio: è un anziano la cui memoria ormai “è un colabrodo… una foglia d’autunno avvizzita, bucherellata… un fantasma”. Sì, la memoria è l’esile filo interiore che ci tiene legati al nostro passato: quello personale, quello familiare di ciascuno, come quello della società civile cui apparteniamo o della comunità di fede in cui ci riconosciamo. Certo è difficile e faticoso vivere in modo fecondo questo rapporto intimo con il proprio passato perché corriamo sempre due pericoli di segno opposto: quello di restare prigionieri del passato oppure la tentazione di spezzare ogni legame con esso.

Memoria e oblio, passato e futuro si intrecciano, assieme alla consapevolezza che chi sa far tesoro del suo passato è più “anziano” della propria età perché è intessuto delle generazioni che lo hanno preceduto. È l’intuizione che Bernardo di Chartres già nel 1100 aveva reso con un’efficacissima immagine: siamo “nani che camminano sulle spalle di giganti”, immagine che serve da spunto a Barbara Spinelli per il suo libro Il sonno della memoriacon il quale vuole ridestare “il coraggio e non il culto della memoria”: “I giganti – osserva la Spinelli – sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole, possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio”. E a qualcosa di analogo pensa anche Paul Ricoeur quando, pur senza citare i nani e i giganti, sostiene l’importanza di “lavorare la memoria per aprire un futuro al passato… Ciò che più bisogna liberare del passato è ciò chenonè stato effettuato nel passato, le promesse non mantenute. Gli uomini del passato hanno avuto anch’essi dei progetti, cioè avevano un futuro che fa parte del nostro passato. Ma forse è il futuro del nostro passato che bisogna liberare per ingrandire il passato”.

Sì, viviamo in una stagione che fatica a gestire il proprio passato in funzione di un presente aperto al futuro: molti sogni delle generazioni che ci hanno preceduto sono svaniti, magari dopo essersi tramutati in incubi, in compenso c’è chi cerca di rimuovere o negare gli incubi che già i contemporanei non avevano voluto vedere, quando addirittura non si arriva a riscrivere la storia per piegarla ai propri opportunismi. Non riusciamo, per usare un’espressione della Spinelli, a “usare la storia nell’immediato”: così, per esempio, assistiamo all’estendersi di sentimenti, atteggiamenti e legislazioni xenofobe a cerchie di persone che hanno già dimenticato il passato prossimo in cui “gli albanesi eravamo noi”; così finiamo per confondere le cause con gli effetti e attribuiamo, per esempio, a un presunto odio ancestrale le guerre tra due popoli dimenticando che, viceversa, sono proprio le guerre a generare l’odio; così succede che il ricordo delle nostre sofferenze ci rende ciechi e insensibili a quelle degli altri sui quali, anzi, riversiamo la nostra sete di rivalsa: il dramma che si continua a vivere tra Israele e Palestina non attinge forse linfa da questo tipo di memoria e di oblio? Ma la legislazione sugli stranieri sancita nel libro dell’Esodonon si fondava proprio sulla riflessione inversa: “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Esodo 23,9)? In realtà la bibbia ci fornisce a più riprese una preziosa indicazione: la memoria, cioè il rapporto con il passato, è innanzitutto un fatto interiore, essenziale per discernere il presente e per operare in un futuro nuovo. Con la memoria il passato diventa un segno, un’anticipazione, una garanzia, una promessa per l’avvenire.

È stato appena tradotto in italiano un denso saggio di Paul Ricoeur sull’argomento (La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003), ma già cinque anni or sono l’Académie Universelle des Cultures, presieduta da Elie Wiesel e di cui fa parte lo stesso Ricoeur, aveva dedicato uno dei suoi forum annuali a “Memoria e storia” (gli Atti sono usciti da Grasset nel 1999 con il titolo Pourquoi se souvenir?). La riflessione vi si snoda a partire dall’ondata di negazionismo abbattutasi sulla tragedia della shoah, ma il discorso abbraccia anche altre questioni-chiave come la terapia collettiva della memoria in vista della riconciliazione nel Sudafrica post-apartheid, o ancora la “memoria dell’esule” analizzata dal cinese Gao Xingjian. Del resto, ricordava Jorge Semprun in quell’occasione, esiste “una dialettica tra il tempo della memoria e il tempo della capacità di ascolto che sfugge completamente alla volontà dei testimoni”. Non è certo un caso se solo in questi ultimi anni stiamo assistendo a una maggior disponibilità, quasi a uno sfogo liberatorio, da parte degli ultimi sopravvissuti nel narrare l’inenarrabile dell’inferno concentrazionario: quelle stesse persone cui gli aguzzini avevano predetto l’incredibilità dei loro racconti, quelle persone cui amici e familiari avevano suggerito di cercare di dimenticare, quelle persone che avevano visto morire, assieme a ogni umanità, anche le proprie facoltà di comunicazione.

A noi, nel nostro quotidiano in cui raramente siamo obbligati a chiederci come ci esorta Primo Levi “se questo è un uomo”, spetta il compito di tener desta la memoria anzi, siamo chiamati a “ricordarci di quello che non abbiamo mai appreso” (Umberto Eco) e “perfino di ciò che ignoriamo” (Semprun).  Tutto questo affinché sia viva l’identità, affinché restino aperte vie di senso, affinché l’umanità non perda se stessa: “L’uomo – scrive Wiesel – è definito dalla sua memoria individuale, legata alla memoria collettiva. Memoria e identità si alimentano reciprocamente… Per questo dimenticare i morti significa ucciderli una seconda volta, negare la vita che hanno vissuto, la speranza che li sosteneva, la fede che li animava”. Dimenticare significa uccidere assieme al loro passato anche il futuro che esso conteneva, significa mortificare il nostro presente privandolo di ogni sbocco futuro, significa nutrirsi di menzogna e negarsi ogni possibilità di giungere alla propria e all’altrui verità, come ricorda l’anziano Elhanan nella sua preghiera: “Dio di verità, ricordaTi che senza la memoria la verità diventa menzogna poiché essa non prende che la maschera della verità. RicordaTi che è grazie alla memoria che l’uomo è capace di ritornare alle fonti della propria nostalgia per la Tua presenza”. Ricordiamocelo anche noi.

Enzo Bianchi