La valigia di Francesco

 

A Lampedusa il grido di Francesco è stato un grido d'uomo a tutta l'umanità. "Questo papa parla troppo", ha detto qualcuno. Effettivamente ogni giorno Francesco ci dona una breve omelia che, oltre a essere un atto liturgico importante di per sé, pronunciata dal papa si impone per la sua qualità magisteriale di insegnamento. Limitandosi a un esame statistico del lessico di papa Francesco, si può notare che la parola che ricorre con maggiore frequenza nei suoi interventi pubblici è "gioia" (più di 100 volte); segue "misericordia" (quasi 100) che, unita a "perdono", dà un totale di circa 150 occorrenze; poi umileumiltà (65 volte), povero-povertà (40 volte). Di fronte a questi dati mi sembra urgente non tanto fare una scelta e discutere singolarmente i vari termini, quanto piuttosto far emergere il pensiero di papa Francesco nella sua novità, che ha oggi una decisiva "performance" nel cuore di chi lo ascolta.

Innanzitutto Francesco ha una visione di una chiesa in esodo, di una chiesa in movimento e che ha l'audacia di uscire, di uscire da se stessa. Per essere fedele alla sua missione e alla sua identità la chiesa deve uscire, perché – sono parole da lui pronunciate in un'intervista del 2007 – «il restare, il
rimanere fedeli implica un'uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da se stessi». Uscire per camminare, per costruire ponti e andare avanti, come ha fatto l'Apostolo Paolo. Dunque, «quando la chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una chiesa ferma, una chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell'idolatria, della mondanità, del pensiero debole … Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave" (Omelia dell'8 maggio 2013). E nella collatio tenuta con i movimenti ecclesiali nella vigilia della Pentecoste (18 maggio 2013), Francesco ha affermato:«Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala … La chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire … Preferisco mille volte una chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una chiesa ammalata per chiusura!».

Di seguito ha offerto una vera e propria "perla" di interpretazione delle parole del Signore Gesù in Ap 3,20 («Ecco, io sto alla porta e busso »). «Fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio? In questa "uscita" è importante andare incontro; questa parola per me è molto importante: l'incontro con gli altri». Papa Francesco conosce bene la situazione della chiesa e, in particolare, quella delle gerarchie e delle istituzioni che dovrebbero essere al servizio della chiesa stessa. Sa che per tutti «la tentazione è quella di un cristianesimo senza croce, che si ferma a metà cammino … è la tentazione del trionfalismo. Noi vogliamo il trionfo adesso, senza andare alla croce, un trionfo mondano. Il trionfalismo paralizza la chiesa, paralizza i cristiani. La chiesa trionfalista èfelice così, ben sistemata, con tutti gli uffici, tutto a posto, tutto bello, efficiente.

Pubblicato su: La Repubblica