L'evento si trasforma in esempio

 

È questo profilo di appassionata vicinanza tra il pastore e il suo popolo - «vescovo e popolo, vescovo e popolo insieme» aveva scandito dalla loggia di San Pietro la sera della sua elezione e ha ripetuto nella cattedrale di Rio – che mi pare rappresenti l'aspetto più specifico in queste Gmg. Solo il futuro potrà confermarcelo, ma per ora vediamo un potenziale cambio di passo nelle conseguenze che questo tipo di incontro con i giovani possono provocare nella pastorale ordinaria delle diocesi e delle parrocchie. Diversi osservatori, infatti, vedono un limite delle Gmg proprio nel loro essere eventi eccezionali: i giovani tornano nelle loro realtà ecclesiali e non trovano in esse la possibilità di sperimentare emozioni ed entusiasmi analoghi, finendo a volte persino per restare delusi dalla pochezza di iniziative che tentano di riprodurre l'intensità delle Gmg con eventi di dimensione ben più ridotta. E così una certa pastorale, giovanile ma non solo, rischia di scoprirsi incapace di convogliare energie e passioni nel vissuto concreto di una realtà parrocchiale e di attendere il ripetersi di eventi straordinari per sostenere l'ordinario della vita cristiana.

Ci sembra di poter dire, invece, che lo stile pastorale di papa Francesco ha tutti gli elementi per poter essere ripreso e applicato nelle realtà ecclesiali più semplici e normali e divenire così il modo ordinario di testimonianza della fede. Quale vescovo, infatti, non può a sua volta fermarsi a incontrare e scambiare due parole con i suoi fedeli, entrare nelle case dei più poveri della sua diocesi e prendere un caffè con loro, o visitare le carceri della sua città o abbracciare gli stranieri per far loro sentire che l'amore per l'umanità tutta vissuto da Cristo non conosce frontiere? E quale parroco o prete non può dal canto suo proporsi di incontrare e salutare ad una ad una le persone affidate alla sua cura pastorale, conoscerne le gioie e le sofferenze, seguirne il faticoso cammino quotidiano di ricerca di senso? E quale giovane non può impegnare le sue energie ad alleviare le sofferenze di chi gli sta attorno, convogliare il suo entusiasmo nel prendersi cura dei propri coetanei e dei più piccoli, dialogare con chi lo ha preceduto nel cammino di fede? E quale comunità cristiana non può «uscire per le strade», «andare nelle periferie», spogliarsi delle sue sicurezze, accogliere il diverso?

Sì, sembra proprio che quanto abbiamo visto fare e sentito dire da papa Francesco in questi suoi giorni brasiliani possa costituire un esempio alla portata di tutti, una possibilità offerta per rendersi conto che la vita cristiana è fondamentalmente semplice: può comportare e comporta fatiche, sofferenze, difficoltà nel rinunciare alla mentalità di questo mondo, nell'aprirsi alla solidarietà, nel bandire l'egoismo e l'interesse personale, ma è così vicina all'anelito più profondo del nostro cuore, al nostro desiderio di pace, di giustizia, di fratellanza universale. «Se il papa viene da noi, nulla sarà più come prima!», hanno detto gli abitanti della favela Varginha. Chissà se i poveri, vecchi e nuovi, dei quartieri della nostra Europa dei mercati potranno presto dire lo stesso: «se un vescovo, un prete, un cristiano, un giovane si china su di noi, ci sta accanto, ci ascolta, ci parla, nulla sarà più come prima».

ENZO BIANCHI

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Pubblicato su: La Stampa