Piccoli passi verso la barbarie


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La Stampa, 28 febbraio 2003

Ormai non passa giorno senza che qualcuno evochi, invochi o rigetti l’idea di uno “scontro di civiltà” imminente o già in atto. E tutta l’attenzione sembra rivolta al primo termine, lo “scontro”, contrapposto a un più auspicabile incontro o dialogo o confronto. Mi pare ci si interroghi molto meno sul secondo aspetto, la “civiltà”, quasi si trattasse di una conquista assodata e irreversibile e non fossero, invece, presenti nelle nostre società preoccupanti segni di regressione della civiltà verso la “barbarie”. In Francia, negli ultimi anni sono apparsi diversi libri su questo argomento e si è avviato un fecondo dibattito: il saggio di Michel Henry (La barbarie, PUF1987) ha suscitato una vasta e duratura eco che ha condotto altri a riprendere con forza la tematica sotto diverse angolature (cf. Jean-François Mattéi,La barbarie intérieure. Essai sur l’immondemoderne, PUF 1999), arricchendo così le proprie e le altrui riflessioni: non a caso Henry ha voluto rivedere il suo testo e aggiungervi una densa prefazione nel 2001, e altrettanto ha fatto Mattéi nello stesso anno. Più recentemente ancora Guy Coq, intervistato da Isabelle Richebé, ha acutamente analizzato il diffondersi di una serie di comportamenti quotidiani che rappresentano “piccoli passi verso la barbarie” (Petits pas vers la barbarie…, Presses de la Renaissance 2002).

Sì, mi pare evidente, ed è per me fonte di sofferenza prima che motivo di denuncia, che la nostra società sta facendo passi decisi verso la barbarie e che regressione e involuzione sono presenti in tutti i cammini che abbiamo cercato di percorrere dal dopoguerra in poi: c’è indifferenza verso i valori della democrazia, fuga riguardo all’impegno nella polis, disinteresse per qualsiasi orizzonte comunitario, addirittura volgarità nel confronto sociale. Sembra che in certi ambienti, soprattutto politici, si sia arrestato ogni cammino di umanizzazione: come è possibile che questo sia avvenuto? Com’è possibile il sistematico insulto, l’ostentato disprezzo verso l’altro, lo straniero, l’immigrato presente in mezzo a noi? Com’è possibile la continua demonizzazione del diverso, come se fosse l’incarnazione del male? Com’è possibile la violenta aggressività che ogni giorno ci viene presentata dagli schermi televisivi e che finisce per contagiare persino i rapporti familiari?

Nella premessa alla nuova edizione del suo saggio, Henry coglie la novità dell’imbarbarimento contemporaneo, rispetto ad altre epoche “oscure” della storia, nell’emergere di “una tecnica finora sconosciuta”, che pare agire spinta solo da “una sorta di voto satanico: tutto ciò che può essere fatto nell’universo cieco delle cose, deve essere fatto, senza nessun altra considerazione – tranne, forse, quella del profitto”, rendendo così “il nostro mondo inumano nel suo stesso principio” (p. 4). Un’osservazione amara che vede nell’“ipersviluppo di un ipersapere …  la rottura completa con le conoscenze tradizionali dell’umanità” e con quell’equilibrio in cui “il sapere produceva il bene, il quale produceva il bello, mentre il sacro illuminava ogni cosa” (p. 10).

Per Mattéi, l’uomo contemporaneo si è separato dalla trascendenza del senso e ha così generato le forme più aberranti di frammentazione psicologica e sociale. La barbarie che avanza – come il deserto di Nietzsche – segna il fallimento dell’universale nell’im-mondo moderno ed è riconoscibile da quattro elementi: “il misconoscimento della bellezza di un’opera, cioè l’ignoranza; il diniego di ciò che è elevato, cioè la pretesa; l’incapacità di compiere un gesto creatore, cioè l’impotenza; la volontà confusa di distruzione, cioè la regressione” (pp. 6-7).

Queste analisi, oltre che cupe perché prive di sbocchi, non sono schermaglie di idee al di sopra delle nostre teste e del nostro vissuto quotidiano, ma la lettura di realtà che viviamo giorno dopo giorno e del modo in cui le affrontiamo, e sono esse che determinano la vitalità o meno della nostra cultura e della nostra convivenza sociale. Barbarie, infatti, è ciò che non è ancora o non è più “coltivato”, ciò che rimane o ritorna allo stadio della pura emotività, dell’istinto animale, ciò che degenera e inselvatichisce per mancanza di criteri e di valori che permettano di discernere cosa è bello e buono per il singolo individuo e per l’umanità intera.

Si può essere membri di una società senza coltivare un certo senso dell’appartenenza, senza cercare anche un’identità collettiva? Solo con una memoria comune e un’appartenenza plurale ma condivisa si può edificare un avvenire comune. Invece sembriamo incapaci di una politica di una memoria, giusta, elaborata nel confronto: l’esempio della barbarie manifestatasi nel disfacimento della Jugoslavia dovrebbe farci capire che memoria non è fissazione sui torti subiti nel passato né deformazione degli eventi, ma rielaborazione condivisa delle ferite inferte o ricevute. È invece la caricatura della memoria, la ghettizzazione della storia che forniscono gli alibi alla barbarie: assistiamo così al ritorno delle tribù, ai miti del sangue e della razza, alla tirannia di gruppi chiusi su se stessi che si autodefiniscono contro l’unità della società e della nazione. Xenofobie tribali e feticismo delle etnie non sono allora amene curiosità folkloristiche, bensì una minaccia per il futuro dell’Europa e una premessa ideologica alle pulizie etniche.

Anche per questo diventano importanti quei “piccoli passi” su cui concentra la sua attenzione Guy Coq: gesti apparentemente insignificanti, compiuti senza pensarci troppo o, magari, convinti che “non sono poi così gravi”, ma che di fatto avvelenano la nostra convivenza civile, svuotano la democrazia, sviliscono la politica, favoriscono la violenza privata e istituzionale, minano il concetto stesso di giustizia, deformano la libertà. Gli ambiti di questa lotta tra barbarie e civiltà vanno dal personale al collettivo, dal locale all’universale e investono i rapporti familiari come il sistema scolastico, l’erosione della democrazia come la bioetica, i diritti dell’uomo e la pace, la risposta al terrorismo e la ricerca di una speranza non utopica.

Ed è chiaro che in società culturalmente indebolite e sempre più individualiste si hanno meno anticorpi contro il ritorno del “capo”, dell’ “Unto”, dell’ “uomo della Provvidenza”: scomparse le mediazioni sociali, il fascino mediatico esercita un dolce dispotismo che favorisce il bisogno e il culto del Capo. Eliminato il faticoso progetto politico comune, nell’immaginario rimane spazio solo per il dolce tiranno.

Analisi insieme lucide e amare, che si devono però tradurre in un vibrante appello alla vigilanza, al non rassegnarsi alla parcellizzazione dell’individuo, al lavorare con rinnovato vigore alla custodia dei rapporti interpersonali e sociali. Coq ci mette in guardia contro “il rischio di credere che sono gli altri e non noi a poter cadere nella barbarie” e demistifica la credenza in una società perfetta, rifiutando così ogni utopia, ma invitando nel contempo a resistere contro la barbarie: questa resistenza – possibile, necessaria e doverosa – potrà allora “animare una nuova cultura dell’impegno”. Occorre la vigilanza di uomini e donne che non rinunciano a pensare, occorre l’impegno di “sentinelle” – come Giovanni Paolo II ha voluto chiamare i cristiani in quest’ora difficile: sentinelle del dialogo, del confronto, dei diritti, della pace. Sì, perché la barbarie non è una fatalità.

Enzo Bianchi

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