Iraq: dopo la guerra l’apocalisse


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La Stampa, 21 luglio 2003

Sono ormai passati quasi due anni da quell’evento la cui data è sufficientemente eloquente per definirlo, l’11 settembre, e sono passati anche tre mesi dalla data che con enfasi trionfalistica ha sancito la “fine della guerra” in Iraq. Ho già avuto modo di dire, a guerra ancora “in corso”, come l’apocalisse, “l’alzare il velo” continui e come gli eventi lascino emergere il vero e il falso, le intenzioni nascoste e le ragioni palesi. A volte, per un velo che si leva, altri più spessi calano su verità che qualcuno preferisce occultare; altre volte scenari difficilmente decifrabili si aprono dietro a un velo squarciato. Molti interrogativi, sorti durante le settimane di conflitto conclamato, permangono e si rafforzano: che ne è stato di uno dei più temibili eserciti del mondo? Dove sono finiti Saddam e i suoi figli? I vari esponenti del regime iracheno caduti in mano o consegnatisi alle forze anglo-americane dove si trovano? Sono prigionieri di guerra o sotto processo? Stanno collaborando? La trovata, alquanto volgare e poco divertente, del “mazzo di carte” dei ricercati non sarà servita per mischiare le carte e distrarre l’attenzione dal fatto che, come già Bin Laden e il mullah Omar, anche Saddam è svanito in un nulla dal quale tuttavia continuerebbe a tramare? E ancora, se la guerra è davvero finita, che senso ha la frase pronunciata dal presidente Bush a Tampa di fronte ai suoi soldati: “il tempo della guerra sarà di dieci, forse quindici anni”? E se le truppe anglo-americane sono forze liberatrici, come mai l’accoglienza loro riservata non è così fraterna?

In questa confusione che lascia perplessi, una cosa appare sufficientemente chiara: il potere smisurato che ha assunto l’informazione mina alle radici la nostra libertà. Se infatti non c’è possibilità di un’informazione indipendente e il più possibile veritiera e completa, allora la nostra libertà di pensare, di discernere, di giudicare è minacciata sul nascere. Non basta che ci abbiano fatto vedere alcune scene di guerra come se fossimo stati in loco, quando poi si cala un’oscura cappa di disinformazione sull’intrecciarsi delle cause e sul succedersi degli eventi che hanno portato alla caduta repentina di un odioso regime sanguinario.

Si ha la triste impressione che la guerra continui, non solo in Iraq, con uno stillicidio di scontri da guerriglia, ma anche qui da noi, in Occidente, con uno stillicidio di notizie date e smentite, con un intrecciarsi quotidiano di verità e menzogne che si affrontano in una battaglia ben più corposa di quanto ci lascino intendere i nostri mass media. Subito dopo la “vittoria” statunitense e britannica contro il regime irakeno – simboleggiata dalla fragorosa caduta della statua di Saddam – era quasi impossibile avanzare una critica sulla legittimità di questa guerra, mentre i “pacifisti” erano invitati a inchinarsi di fronte all’esito positivo del conflitto: chi aveva voluto la pace aveva perso la sua battaglia contro la guerra!

Ora, a distanza di tre mesi da quest’orgia del diritto della forza, chi ha conservato una coscienza autentica non può non provare profonda vergogna: è risultato chiaro che le conclamate “ragioni” che spingevano alla guerra erano menzogne. L’Iraq non possedeva più armi di distruzione di massa, non aveva acquistato uranio in Niger per costruire la bomba atomica, non poteva rappresentare alcun pericolo per Israele, insomma, quale minaccia poteva venire da questo paese per gli Stati Uniti e i loro alleati?. Dati distorti e menzogne sono serviti alle potenze che hanno voluto la guerra per giustificarla creando falsi allarmi, per ricevere il consenso anche da parte di chi continuava a dubitare dell’urgenza e della necessità dell’intervento.

Ora la guerra continua in Iraq, così come non è finita in Afganistan, e con essa cresce l’odio del mondo arabo verso la superpotenza americana. Per averne il polso, basterebbe ascoltare non tanto gli arabi musulmani, ma anche gli arabi cristiani del Libano, della Siria, dell’Iraq stesso: si potrebbe misurare quanto sia cresciuta rispetto a prima della guerra l’ostilità verso la potenza considerata invasore e occupante. Il mondo musulmano non accetta che gli Stati Uniti si insedino stabilmente, in una forma o nell’altra, in Medio Oriente: giudicherebbero questo una nuova forma di colonialismo per impadronirsi della loro ricchezza. Nel mondo arabo un’unica ragione è compresa e letta come autentica: controllare l’intera area e mettere le mani sul petrolio iracheno, anche a costo di terrorizzare il mondo e di mantenerlo in uno stato di guerra continua.

Ma, purtroppo, sospetti simili sono cresciuti anche in occidente, perché non sempre è facile distinguere tra l’amministrazione al governo e la realtà di un popolo con i suoi valori, le sue tradizioni e le sue istituzioni. L’egemonia americana in campo militare, economico e politico risulta sempre più dovuta a un rapporto di forza e non a una cultura più attenta ai diritti universali dell’uomo. Così, c’è chi si chiede perché tanta risolutezza nel voler imporre la democrazia in Iraq e nessun zelo analogo per popoli come quello ceceno, curdo o tibetano, né per il rispetto dei diritti umani in paesi come la Cina o la Birmania. E quando il governo statunitense afferma che “è pronto a difendere gli interessi americani ovunque nel mondo” e nel contempo si rifiuta di firmare il protocollo di Kyoto e di aderire alla Corte penale internazionale, mostra una logica estranea all’auspicabile gouvernanceinternazionale. La guerra contro l’Iraq appare allora come un’autentica guerra “imperiale”, voluta in nome del concetto di “impero”, il quale si esprime andando a dominare là dove è conveniente, dove le risorse naturali e i nodi strategici rendono vantaggioso il controllo del territorio. Per raggiungere tale scopo gli Stati Uniti non hanno esitato nemmeno a compiere uno strappo rispetto al loro stesso alveo, l’occidente. Se fino a ieri essi erano quasi l’espressione stessa dell’occidente, dopo la guerra preventiva in Iraq questa identificazione non regge più: si sono dimostrati “altro” dall’Europa, una superpotenza che ha nemici ovunque siano minacciati i propri interessi.

Tutto questo, che “apocalisse” ha rappresentato, cosa ci ha rivelato? Innanzitutto che questa guerra era illegittima ancor più di quanto si potesse giudicare al momento in cui è stata dichiarata e che la ragione non sta di per sé dalla parte del più forte: il concetto di guerra preventiva non è mai stato assunto dal diritto internazionale; se poi, come in questo caso, si è voluto prevenire ciò che non avrebbe potuto avvenire, che motivazioni restano? Così è stato osservato in un editoriale di Civiltà cattolica: “Questa guerra irachena ha sconvolto l’ordine mondiale, esautorando l’ONU, ferendo il diritto internazionale, creando un fossato tra l’Europa e gli Stati Uniti e suscitando nel mondo islamico propositi di rivincita contro l’occidente invasore”.

Ma accanto a queste amare considerazioni resta anche un dato prezioso per il futuro dell’umanità e della pace: restano l’impegno di milioni di persone e, in particolare, resta lo sforzo e le parole per la pace di Giovanni Paolo II, il suo tentativo quasi ossessivo di richiamare alle ragioni della politica le potenze che volevano la guerra, resta l’aver così evitato uno scontro tra religioni, tra cristianesimo e islam.

Lo scontro di culture si è però spostato all’interno dello stesso occidente. Charles Kupchan in The End of the American Era, vaticinando la fine dell’egemonia americana, prevede lo scontro tra Europa e Stati Uniti. Noi speriamo vivamente che questa previsione non si avveri, ma è un dato che una frattura si è consumata e che è in atto quanto meno una deriva: Samuel Huntington intravede uno scontro culturale tra l’occidente europeo laico e gli Stati Uniti, paese religioso. Noi preferiamo leggere la tensione come contrapposizione tra paesi in cui è ormai chiara e acquisita la distinzione tra laicità dello stato e religione, da un lato, e gli Stati Uniti dall’altro, dove vige la religione civile. Là, religione e nazionalismo procedono fianco a fianco: gli americani sono profondamente fedeli a Dio e alla patria, dal momento che – a dispetto della loro molteplicità etnica – la religione costituisce il cemento rituale ed etico della nazione. Ciò che in Europa suona come fondamentalismo o integralismo, negli USA appare semplicemente come un’unità culturale. È il risultato di un protestantesimo evangelicale che ama l’ostentazione dei riti religiosi unificanti la nazione, che permette la coesistenza tra integralismo religioso – in materia familiare, sessuale, educativa, penale – e un liberalismo sfrenato in ambito economico e sociale. Questo scontro di culture è in atto e noi speriamo che la vecchia e saggia Europa continui a essere capace di vivere la distinzione tra fede e politica. E speriamo soprattutto che i cristiani contestino in nome del Vangelo l’emergere di una religione civile che non sa più distinguere Cesare da Dio.

Enzo Bianchi