La guerra del male e le armi dei vangeli


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La Repubblica, 24 luglio 2004

Impresa ardua parlare del diavolo, eppure compito paradossalmente più facile che non quello di parlare di Dio. Dio, infatti, non lo si “sente”, alla sua esistenza occorre credere senza sperimentarlo, mentre non c’è bisogno di credereal diavolo perché ciascuno lo conosce attraverso la tentazione: tutti sappiamo cosa significhi essere tentati, anche se non diamo il nome di diavolo al protagonista di questa “prova”, a quella forza oscura di cui facciamo esperienza nella nostra vita. Ma, appunto, che nomi dà la Bibbia a questa presenza cangiante eppur sempre in agguato? Viene chiamato demonio(cioè “forza”), diavolo(“divisore”), satana(“oppositore”), ma anche Beelzebul(“Signore delle dimore”): tutti termini di portata non precisata eppure sempre tragica, negativa, mortifera. Una presenza che emerge con chiarezza fin dalle pagine iniziali della Scrittura, pagine che sono “prime” non cronologicamente ma ontologicamente: quando si narra il rapporto tra l’essere umano – uomo e donna – e le altre creature, il diavolo è già là, sinuoso come un serpente che appare all’improvviso e aggredisce con tutta la forza della seduzione. La Bibbia non dice che è stato creato da Dio, ma ne constata la presenza nell’in principiodella creazione: il diavolo è lì e spinge l’uomo verso il male come un istinto, una pulsione, una passione prepotente. Così la sua origine resta oscura, enigmatica mentre ne viene descritta la forza, l’efficacia, la capacità di causare il male. Alla Bibbia basta affermare che quando l’uomo sceglie di compiere il male non ne ha in sé la fonte: essa è esterna a lui e, quindi, può essere domata, imbrigliata, sconfitta.

Non è un caso, allora, che i Vangeli facciano precedere l’inizio della missione di Gesù dall’episodio delle tentazioni nel deserto: da subito Gesù è confrontato drammaticamente con quella presenza che affascina e sconvolge il cuore dell’uomo e tutto il seguito della sua vita pubblica sarà un’incessante lotta contro quel potere malvagio che vuole ridurre in schiavitù ogni essere umano. Nel giudaismo contemporaneo a Gesù, infatti, il diavolo era letto come una realtà ben concreta e dotata di grande potere: le malattie fisiche come quelle mentali erano opera sua, lui era il signore della morte. La tradizione testimoniata dal più tardivo dei quattro Vangeli, quello di Giovanni, definisce il diavolo come “principe di questo mondo” (Gv 12,31), “omicida fin da principio e padre della menzogna” (Gv 8,44), autentica forza che ostacola il piano di salvezza di Dio. Nei tre Vangeli sinottici si sottolinea piuttosto il moltiplicarsi delle potenze demoniache: sono “spiriti immondi” presenti e operanti nelle persone che Gesù incontra sul suo cammino. E l’attività di Gesù sarà una lotta contro il demonio per farlo arretrare, per togliergli terreno, per liberare l’uomo dalla schiavitù del male fisico, psichico, spirituale che ne mina l’esistenza. Dal canto loro i demoni riconoscono Gesù, sanno chi è – “il santo, l’inviato da Dio” – e lo apostrofano con i titoli che la comunità cristiana primitiva userà per indicare il suo Signore. Per i Vangeli il diavolo sta dietro a ogni epifania del male: è lui che getta l’epilettico nell’acqua e nel fuoco, è lui che si manifesta come “legione”, moltitudine nella mente del dissociato psichico, è lui che scacciato dall’uomo insano si rifugia nel branco di porci e si getta in mare, sarà ancora lui a porre nel cuore di Giuda il pensiero di consegnare Gesù. Non sorprende allora che il compito dato da Gesù ai suoi discepoli sarà precisamente quello di “scacciare i demoni” avendo ricevuto a loro volta “potere sugli spiriti immondi” (Mt 10,1).

Il linguaggio di queste pagine bibliche è certamente da decodificare con intelligenza, per non trasformare l’azione di Gesù in opere magiche o in “diavolerie”: se non si coglie l’intento degli evangelisti, che è quello di affermare la vittoria definitiva riportata da Gesù su queste forze demoniache, si finisce per fare dei demoni una presenza ossessiva che oscura la signoria di Dio e di Cristo. Nella conclusione “apocrifa” – cioè recepita come non autentica dalla chiesa dei primi secoli – del Vangelo di Marco, Gesù risorto avrebbe detto ai suoi discepoli “questo mondo di iniquità e di incredulità è sotto il dominio di Satana, il quale non permette che chi sta sotto il giogo degli spiriti impuri concepisca la verità e la potenza di Dio”. Abbiamo qui un’eco degli ambienti in cui è fiorita la letteratura apocrifa, permeata di idee gnostiche che radicalizzavano il dualismo tra bene e male, tra mondo della luce e mondo delle tenebre, finendo per demonizzare il cosmo intero in una sorta di nichilismo ante litteram.

Ma questa dimensione di battaglia escatologica, finale, risolutiva si ritrova anche nel libro che chiude il Nuovo Testamento, l’Apocalisse: là il demonio, raffigurato da un drago, perseguita il Messia e combatte con i suoi servi contro l’arcangelo Michele e i suoi angeli ed esce sconfitto: “il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra fu precipitato sulla terra … pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo” (Ap12,9.12). Sì, la Bibbia si chiude su una lotta ancora aperta ma di cui si conosce l’esito finale: questa presenza estranea all’uomo eppure così potente su di lui non avrà l’ultima parola, perché la vittoria definitiva non sarà della morte ma della vita. Infatti, sempre l’Apocalisse (20,10.14) profetizza che il diavolo, “il grande seduttore”, sarà gettato nella fossa di fuoco insieme alla morte e all’inferno ed essi, come realtà distrutte, non avranno più potere sull’umanità che abiterà la Gerusalemme celeste.

Enzo Bianchi