Si può amare anche senza essere amati

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FILIPPO ROSSI, Colori del silenzio
La Stampa, 1 settembre 2013
di ENZO BIANCHI
L’amore basta all’amore? Cioè all’amante basta amare anche senza reciprocità, anche senza il contraccambio da parte dell’amato?

La Stampa, 1 settembre 2013
di ENZO BIANCHI

     L’amore è l’esperienza umana più coinvolgente e più decisiva nella nostra vita. Forse è l’unica esperienza in cui ci sentiamo un po’ redenti, in cui sentiamo di salvare le nostre povere vite. Per questo cerchiamo l’amore, lo attendiamo, lo bramiamo, e quando si accende la possibilità della storia d’amore tutte le nostre attenzioni sono trascinate nel suo nascere, sbocciare, crescere… Vorrebbe essere eterno l’amore, ed è vero che, solo se è amore fino alla fine e nonostante il rifiuto, vince la morte; ma in realtà a noi umani non è possibile un amore portato a pienezza.

L’amore di fatto conosce, anche se non lo vogliamo, tante contraddizioni: difficoltà, conflitti, deperimenti, infedeltà e forse anche – ma non ne sono sicuro – la morte. Per questo l’amore non coinvolge nessuno senza esporlo al dolore e senza che debbano consumarsi perdite di se stessi; nell’amore c’è la sofferenza, il dolore per queste contraddizioni ma anche per le inadeguatezze, per la nostra incapacità di amare: quanta disciplina occorre per amare in modo autentico, per amare di desiderio sì, ma in una relazione sinfonica e piena di rispetto l’uno per l’altro, senza diffidenza tra gli amanti, accettandosi reciprocamente, tesi verso un rapporto che renda entrambi più buoni, più umanizzati.

Nell’amore, soprattutto nella fase dell’innamoramento, c’è qualcosa di adolescenziale che sempre si rinnova a ogni inizio: si desidera la fusione che chiede di stare sempre insieme, di pensare le stesse cose, di gioire insieme delle stesse realtà; in una parola, di non lasciare all’altro la distanza che gli è necessaria per essere altro e se stesso, di fronte a me. L’amore dunque richiede una lotta perché, quando amiamo, in noi si fa prepotente il desiderio di possesso, di vantare pretese sull’altro. C’è una difficoltà, quasi un’impossibilità dell’amore autentico: più amiamo, più desideriamo, e più desideriamo, più siamo tentati di disporre dell’altro, fino a farne un nostro possesso.


 

Siamo intessuti d’amore, mendicanti d’amore, abitiamo la contraddizione di avere necessità dell’amore il quale però necessità della libertà. Per un po’ d’amore siamo anche tentati di prostituzione; per non perdere l’amore siamo tentati di costruire attorno all’altro un recinto; per non soffrire il tradimento nell’amore siamo portati alla violenza, al fare tutto senza più cogliere la differenza dell’altro, le sue motivazioni, la sua via, buona o cattiva che sia. È difficile coniugare amore e libertà, acconsentire nella storia d’amore alla libertà dell’altro, riconoscere che l’alterità è impossibilità all’uguale, al medesimo, e che deve rimanere differenza.

Questa sofferenza si fa ben più acuta ed evidente quando il nostro amore è rifiutato, non corrisposto, non desta il contraccambio. Se leggessimo per una volta i racconti evangelici in modo da scorgere in essi semplicemente i sentimenti, il vissuto dei protagonisti ci accorgeremmo, per esempio, che quando Gesù incontra un giovane (cf. Mc 10,17-22 e par.) che lo interroga sulla vita eterna e gli chiede di parlargli di Dio, egli lo fissa nel volto, lo guarda negli occhi e lo ama: Gesù ama gratuitamente un giovane capitato sulla sua strada… Quello di Gesù è uno sguardo d’amore, che non deve essere colto solo come una vocazione affinché quel tale lo segua. Non si tratta di una tattica vocazionale attuata da Gesù per accalappiare adepti per la sua comunità. Il suo è uno sguardo che dice come Gesù si sia sentito attratto e interpellato da quel giovane, come verso di lui abbia provato un sentimento di affetto. Era un giovane amabile, forse bello, forse così trasparente che a Gesù risultava amabile; a lui egli rivolge uno sguardo lungo, profondo, preciso, di elezione della sua persona tra gli altri.

Ma nonostante questa simpatia, questo sguardo su chi era amabile, la relazione non si accende e lo sguardo di Gesù rimane senza risposta. Sì, il giovane se ne andò triste, ma forse che Gesù se ne sarà andato contento? Siamo sicuri che, fatto il suo dovere, quasi l’avesse amato solo per chiamarlo, Gesù non si sia rattristato per il rifiuto della sua offerta d’amore? Ecco una debolezza anche dell’amore più forte: l’amore di Gesù non è stato compreso, il giovane che ai suoi occhi era amabile non gli ha permesso di amarlo. È un enigma accompagnato da tristezza, nostalgia, sofferenza: il no dell’altro, per noi amabile, al nostro sguardo, al nostro amore, è una sofferenza acuta che continua almeno per un certo tempo. È la necessitas amoris, inscritta nell’amore: l’amore si rivolge alla libertà dell’altro, e così nella relazione può accadere anche il diniego, il rifiuto, il no all’amore. E l’amante, dall’amore nato dal suo sguardo riceve sofferenza per il no opposto al suo amore; l’amante è sempre esposto al rischio che l’amato non diventi amante, che l’amato se ne vada, che non riconosca l’amore di chi lo ama.


 

Ma di chi sto parlando? Di me e dei miei dati autobiografici? Di Gesù che “narra” Dio? Non sto forse leggendo tutta la vicenda di Dio e dell’uomo? Non sto sintetizzando la Bibbia come storia d’amore? Sì, il nostro Dio, che ci ha creati per avere con noi una relazione d’amore, per avere davanti a sé qualcuno a cui offrire i suoi doni meravigliosi – come affermava Ireneo di Lione –, il Dio che il Nuovo Testamento, dopo il racconto fattone da Gesù, definisce “agápe, amore” (1Gv 4,8.16), non è soprattutto il partner nella storia d’amore con noi, con l’umanità? Che storia! Una storia d’amore in cui ci sono misconoscimenti, tradimenti, conflitti, negazioni; una storia in cui il Dio creatore, il Dio donatore di tutto si fa mendicante d’amore presso il suo popolo che lo tradisce e che giunge a prostituirsi, ad avere altri amanti. In questa storia il Dio creatore è vulnerabile: soffre per l’amore non corrisposto, è frustrato dalle non risposte del partner amato, è geloso di questo amato così litigioso e pronto all’infedeltà, un amato che non corrisponde. È una storia in cui ci sono state le stagioni dell’amore c’è stata la primavera, l’innamoramento; poi la stagione dell’amplesso, dell’unione dei partner e della celebrazione nell’alleanza dell’amore; ma poi anche la lunga stagione dell’infedeltà, dell’aridità dell’amore e delle passioni dell’amato per nuovi amanti.

L’amore basta all’amore? Cioè all’amante basta amare anche senza reciprocità, anche senza il contraccambio da parte dell’amato? L’amore si sostiene anche quando l’amato rifiuta di essere trasfigurato dall’amore dell’amante? L’amore contiene in sé il riconoscimento della libertà dell’altro e continua nel suo ardere anche quando dall’altro giunge il diniego? Se è vero amore, sì! Proprio perché l’amore basta all’amore, perché l’amore non può mai essere meritato ma sta nello spazio della gratuità e della libertà, perché non solo Dio è amore ma l’amore, se è vero, diventa divino, cioè racconta sempre Dio.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa