Le età della vita: quale speranza?

XXI Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa
XXI Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa

Avvenire, 4 settembre 2013
di ENZO BIANCHI

Quasi cinquant'anni fa usciva a Parigi un libro che avrebbe lasciato un segno in quei cristiani d'occidente che, come me, erano desiderosi di conoscere e comprendere meglio la spiritualità delle chiese ortodosse. Il libro s'intitolava Le età della vita spirituale . L'autore era Pavel Evdokimov, teologo ortodosso russo, osservatore al Concilio Vaticano II, già noto per i suoi lavori su Gogol' e Dostoevskij, sul matrimonio e la teologia della donna.

Il libro risentiva del clima dell'epoca. Era percorso dal desiderio di recuperare nella tradizione spirituale ortodossa le tracce di una «santità che abbia del genio», secondo l'espressione di Simone Weil che Evdokimov faceva sua. Una santità capace di entrare in rapporto con Dio e con l'uomo, di essere «depositaria della filantropia divina» (Gregorio di Nazianzo), come l'uomo spirituale descritto dallo Pseudo Macario, il cui occhio puro guarda tutti gli uomini con la stessa sympatheia , rallegrandosi di tutto l'universo e non desiderando altro che amare e venerare tutti e ciascuno. È nel segno di questa santità che poteva riallacciarsi il filo interrotto del dialogo tra cristianesimo e l'uomo in rivolta degli anni sessanta: «Sarebbe un errore grave porre un segno negativo sull'epoca moderna», scriveva Evdokimov: «L'uomo cresce con le sue esigenze; l'idea religiosa si approfondisce nella stessa misura». Declinare una spiritualità cristiana nel tempo in cui l'uomo è giunto alla sua «maggiore età» - come Kant definiva la svolta illuminista - significa mostrare come la fede cristiana sa parlare a tutte le età della vita, entra nella storia degli uomini e delle donne, svela il senso del passare del tempo, trasmette una speranza che attraversa la catena delle generazioni. L'intuizione di Evdokimov di una spiritualità al cuore della vita umana era la persuasione condivisa di un'intera stagione ecumenica percorsa dalla gioia dell'incontro tra le chiese, dopo secoli di ostilità o ignoranza. È anche l'intuizione che ha ispirato la scelta di dedicare il XXI Convegno ecumenico di spiritualità ortodossa alle età della vita spirituale.

Se l'attenzione alle diverse fasi dell'esistenza umana è oggi molto acuta, a livello medico, psicologico, pedagogico, sociologico, d'altra parte assistiamo a un depauperamento di alcune dimensioni fondamentali del rapporto con le stagioni della vita. È accresciuta la speranza di vita, ma solo per l'uomo occidentale: in molte parti del mondo si registra solo un'estensione della mortalità infantile, un dilagare della guerra e dell'esodo dei più poveri da una situazione di fame, di persecuzione, di oppressione; non un allungamento della vita, ma un approfondimento della disperazione. Sul versante opposto, nella nostra società sempre più insicura, l'età adolescenziale sembra estendersi indefinitamente; l'anzianità si articola in «terza» e «quarta» età, eppure scompare l'arte di invecchiare e dare speranza alle nuove generazioni; la perseveranza e la fedeltà si svuotano di contenuto. Domina l'orizzonte ristretto di un tempo alienato: il tempo dell'«esperienza», del «tutto e subito», del «vivere alla giornata», con un dilettantismo che crea l'uomo e la donna instabile, «l'uomo di un momento» della parabola evangelica (cfr. Mt 13,21; Mc 4,17).

Questa frenesia del momento presente tradisce un'incapacità profonda di vivere l'oggi in tutta la sua pregnanza, ricco del passato e gravido del futuro. «La vita non è un affastellamento di parti, bensì una totalità presente in ogni punto dello sviluppo», scriveva Romano Guardini nelle riflessioni che, ormai anziano, dedicava alle Età della vita (1953). Discernere questa totalità di senso nel passaggio da un tempo all'altro della vita, significa imparare a vivere l'oggi; è attraversare il tempo della decisione e del distacco - o anche della ribellione - per progettare un futuro nuovo; è assumere la responsabilità dell'età adulta, per diventare padri e madri; è conoscere i nostri limiti senza cinismo, imparare a «contare i nostri giorni, per discernere la sapienza » (Sal 90,12). Il vangelo di Luca mette in bocca a Gesù tre «oggi»: « Oggi si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4,21); « Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19,9), « Oggi sarai con me in paradiso » (Lc 23,43). Per ogni cristiano c'è un oggi nel quale deve ascoltare l'evento della Parola che si realizza nella sua vita; un oggi in cui sperimenta il perdono di tutta sua esistenza in Cristo; c'è infine l'oggi della promessa di Cristo per una comunione nel regno.

La vita del cristiano appare allora come un oggi davanti a Dio, un tempo favorevole che Dio apre per il ritorno alla comunione con lui (cf. 2Pt 3,9; Ap 2,2). È questo oggi che segna, giorno per giorno, il passaggio delle età della vita per il cristiano. Questo significa anzitutto accogliere l'invito di Gesù a non preoccuparsi per il domani, ad accettare ogni giorno con la sua pena, a fidarci di Dio che dispensa ogni giorno il necessario per vivere (cf. Mt 6,25-34). Ecco allora la necessità di un rapporto con il passato e con il futuro che sia contraddistinto dalla libertà ; ecco l'essenzialità della rinuncia richiesta da Gesù: si tratta di vivere liberi, senza fardelli. Si può vivere il presente solo se si accetta se stessi, se ci si percepisce come creature generate, in piena obbedienza alla propria storia, alla propria vita, al proprio corpo, per cui chiediamo al Padre: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Antonio nel deserto, ormai anziano e venerato padre spirituale, ripeteva: « Oggi io inizio!». Oggi ricomincio da capo, oggi obbedisco, ascolto la voce del Signore, oggi realizzo i voti che ho fatto!

Libero dal passato, libero dal futuro, il monaco vive l'oggi di Dio. Sono questi gli anziani, quelli che l'oriente cristiano chiama, con un'espressione significativa, kalógheroi, «bei vecchi ». Nel salmo 71 il credente, ormai avanti negli anni, chiede a Dio di non abbandonarlo una volta sopraggiunti i capelli bianchi, per annunciare alla generazione più giovane la fedeltà, la misericordia e la potenza di Dio. È la confessione di fede di chi si appresta a fare della morte un atto: con l'avanzare degli anni, non si lascia invecchiare né morire, ma continua a vivere il proprio oggi nell'oggi di Dio.

ENZO BIANCHI 

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