La tentazione di perdersi nel cielo d’estate


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Avvenire, 24 luglio 2004

Sarà che in questi mesi ci è più facile sottrarci all’inquinamento luminoso delle nostre città e riscoprire il fascino di una notte di mezza estate, sarà che le risorse tecniche a nostra disposizione per scrutare “i buchi neri” e scorgervi tracce dell’ipotetico big bangsono aumentate a dismisura, sarà che alcuni ottimi divulgatori ci hanno familiarizzato con i misteri del cosmo, fatto è che sempre più numerosi si fanno quanti cercano nel cielo stellato una risposta a interrogativi seri e mostrano in questa osservazione astronomica una capacità di presa di distanza dall’immediato e di contemplazione dell’infinito. Del resto, fin dall’antichità più remota, scrutare i segni del cielo non era indice di evasione dalla terra bensì ricerca di un senso e di una prospettiva per gli eventi umani, indizio della verità che da un lato all’uomo non basta la terra ma che, d’altro canto, egli è consapevole di come questa liberazione debba poter essere sperimentata qui e ora, nel concreto di esistenze quotidiane, terrene.

Se ci pensiamo bene, dai magi d’oriente che scorgono in una stella l’indicazione del cammino verso un bambino destinato a divenire re dei Giudei, al filosofo Kant che confessa di considerare “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me” come immediatamente connessi con la coscienza della propria esistenza, dai marinai che interrogano le stelle per ritrovare la rotta e il porto desiderato agli innamorati che insieme contemplano trasognati una notte di luna piena sentendosi così una sola cosa per l’eternità, sempre l’essere umano lega il cielo, che non può raggiungere se non con lo sguardo, alla terra, da cui non si può sollevare se non con la nobiltà d’animo.

Ritroviamo allora grandezza e limiti del fascino che esercita su di noi il cielo stellato: il bisogno di spingere lo sguardo oltre, di non fermarsi a una visione miope della realtà, ma anche il rischio di evadere dalla fatica dell’introspezione e del confronto con il vissuto quotidiano. Guardare il cielo per non guardare dentro noi stessi è tentazione di ogni giorno, perché scendere nel nostro profondo costa fatica e lo spettacolo che a volte lì si presenta alla nostra vista ci fa fuggire sgomenti, mentre lo spazio infinito sembra invitarci all’abbandono in un oceano di serenità. Analogamente, può essere più facile e gratificante volgere lo sguardo e l’attenzione a luccicanti stelle lontane che non al nostro prossimo in difficoltà proprio qui, accanto a noi.

Forse si ricollega a questa verità il messaggio lasciato agli apostoli da due uomini in bianche vesti dopo l’ascensione di Gesù: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra di voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo” (Atti 1,11). Nel frattempo ci è chiesto il coraggio di vedere i nostri limiti e di non distogliere lo sguardo dal fratello che attende da noi gesti concreti di amore.

Enzo Bianchi