E col Vangelo il tempo trova il cuore


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Avvenire, 31 dicembre 2003

Un altro anno è trascorso, un nuovo anno si apre: ricorrenze astronomiche e simboliche che portano tutti a riflettere sul senso del tempo, sul suo snodarsi regolare attorno a noi e agli eventi che ci circondano. E a ogni capodanno sembra prevalere l’immagine ciclica del tempo, il rituale del ricominciare sempre possibile, in cui le delusioni patite e le gioie assaporate si rivestono sovente di speranza per il futuro e, a volte, di gratitudine per il passato. Gli stessi cristiani paiono acconsentire a questa umana visione del tempo e faticano a illuminarla con l’inedito che è lo specifico della loro fede: il farsi uomo di Dio.

Sì, perché ciò che caratterizza il tempo cristiano, quel tempo di cui l’apostolo Paolo dice che si è ormai “fatto breve”, non è l’essere ciclico e nemmeno il conoscere un inizio e una fine, ma è il fatto di avere un “cuore”. Ora, un cuore è qualcosa di più di un semplice “centro”, rispetto al quale ci si può sentire attirati o respinti, verso il quale si può convergere o attorno al quale tutto può ruotare: il cuore è anche questo, ma è soprattutto il luogo dal quale si dirama la vita e verso il quale il flusso dei nostri sentimenti si dirige per purificarsi e poi nuovamente diramarsi fin nelle più piccole parti del nostro essere. Ebbene, il cuore del tempo cristiano è l’incarnazione, il divenire umano di Dio in Gesù di Nazaret: lì trova luogo Colui che non ha luogo, lì entra nel tempo Colui che è eterno, lì scopre il proprio fine la nostra ricerca di senso che non ha fine. È il cuore di Dio, un cuore “amante degli uomini”, che costituisce il “tempo” dei cristiani, un cuore che da sempre e per sempre scandisce il ritmo dell’amore, contrassegna gli anni, i mesi, i giorni e le ore – le innumerevoli particelle in cui frazioniamo questa realtà indivisibile che non ha inizio né fine – con il sigillo della carità, del chinarsi verso i piccoli e i poveri. È la misericordia – cioè il “cuore per i miseri” – di Dio che orienta il nostro tempo, gli dà senso e direzione, lo trasfigura da sterile ripetizione di eventi e occasioni in “storia di salvezza”, in una vicenda impastata di tutta la nostra umanità e, al contempo, abitata dal soffio dell’eternità. Sì, per noi si apre un nuovo anno, ma agli occhi di Dio è l’incessante riaprirsi del suo cuore verso l’umanità che ha tanto amato da volerne divenire parte: per Dio la novità è il manto di perdono con cui ancora una volta egli avvolge il nostro passato, è l’anello regale che ancora una volta infila al dito di noi, suoi figli ritrovati.

Enzo Bianchi