Credenti e no uniti contro gli idoli

 

Ora, quando il cedimento ai richiami delle tre libidines passa dalla sfera personale a quella sociale, assume connotati idolatrici che nella nostra società occidentale si possono identificare sul piano economico con l’adorazione di tutto ciò cui si può “dare un prezzo”, mentre sul piano etico e sociologico alimentano l’adeguarsi al comportamento della “massa”: giusto è quello che fanno tutti, in una sorta di riedizione demagogica dell’adagio vox populi, vox Dei. Ma l’opinione pubblica nella sua accezione degenerate di “gente” non è un’entità autonoma, libera, non è un corpo le cui membra interagiscono per il bene comune, bensì un agglomerato indefinito, un accostamento di individualità pesantemente manipolabile. In questo senso la realtà virtuale non solo supera, ma scaccia la realtà effettiva: allora vero, oggettivo è ciò che appare; lecito è ciò che tecnicamente è possibile; encomiabile è ciò che suscita invidia.

In fondo la strada verso l’idolatria resta sempre la stessa: un’affascinante strada di schiavitù, le cui catene e la cui gabbia appaiono sempre più dorate ma si rivelano sempre più rigide. È la strada dell’operare umano svincolato da un’istanza superiore – la dimensione del “divino” – che sola è capace di far emergere tutta la grandezza dell’essere umano e di conferirgli unità e pienezza. È significativo che per la bibbia non esistano gli atei, i senza-Dio: esistono invece gli idolatri ed esiste soprattutto la tentazione dell’idolatria che colpisce tutti, il credente come chi credente non si definisce. L’essere umano abbandonato a sé, che ignora o disprezza la dimensione interiore, la capacità del bene, la dignità dell’esistenza – quella che la fede chiama l’immagine di Dio – presenti in se stesso e nel proprio simile, è idolatra, è schiavo delle dominanti più istintive: se rinuncia a coltivare la propria dimensione spirituale, scoprirà il suo cuore preda degli elementi deteriori che  lo disumanizzano. Per questo la lotta spirituale concerne tutti, si combatte nell’interiorità di ciascuno ed è più esigente di tutti i combattimenti esteriori..Ma, al contempo, la sua pratica costante produce anche frutti di pacificazione, di libertà, di mitezza e di carità: è grazie ad essa che la fede-fiducia diviene perseveranza nel bene, che la conoscenza di sé rinnova e vivifica le relazioni con l’altro, che l’amore viene purificato e ordinato.

Enzo Bianchi

  • 1
  • 2

Pubblicato su: Avvenire