L’Apocalisse tra noi


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Bestialità della tortura, una nuova Apocalisse
La Stampa, 15 maggio 2004

Un altro “velo” è caduto, un’altra apocalisse è apparsa, terribile e agghiacciante, ai nostri occhi. Quell’incalzante svelamento della presenza del Male nelle nostre vite, che ha assunto una dimensione universale con il crollo delle Torri Gemelle, continua. “Apocalisse” degli abissi del cuore umano, rivelazione di ciò che muove veramente il pensare e l’agire di ciascuno, svelamento di interessi più o meno abilmente occultati, smascheramento di menzogne organizzate o di silenzi complici: in questi primi anni del nuovo secolo molte cose che non avremmo mai più voluto vedere sono apparse davanti ai nostri occhi e, da lì, sono scese nei nostri cuori. Non è stato e non è un bel vedere: ancora una volta siamo costretti a chiederci “se questo è un uomo”, se questo è l’uomo.

Caduti i muri che ci separavano dall’altro che potevamo ignorare o dipingere in base ai nostri parametri, ci siamo ritrovati faccia a faccia con noi stessi prima ancora che con l’altro. Scomparso il comunismo, nemico osteggiato per settant’anni, l’occidente non ha saputo far nulla per evitare il sorgere di un altro nemico, anzi è sembrato quasi volerlo suscitare per ricompattare il fronte interno. Una ubriacatura da potenza unica e incontrastata ha condotto l’attuale governo della nazione che nel bene e nel male incarna maggiormente l’occidente a pensare di essere sempre e comunque nel giusto e ad agire di conseguenza, imponendo la propria forza come diritto e illudendosi di esportare la democrazia come un qualsiasi prodotto, per di più in assenza di concorrenza. Così, stabilito una volta per tutte chi ha ragione e chi ha torto, dove sta il bene e dove il male, nella mentalità di chi, “democraticamente eletto”, detiene il potere, si è diffusa come un morbo l’idea che si potesse fare a meno dell’istanza del diritto internazionale e si dovesse dare compimento alla missione superiore di cui l’occidente sarebbe l’unico depositario.

Così, ad un anno dalla fine della guerra, non c’è nessun “nuovo ordine mondiale”, anzi, è cresciuto il terrorismo, e la barbarie dei terroristi si è manifestata essere anche la barbarie della forza militare dell’occidente “impegnata a impiantare la democrazia” in Iraq e a portare un preteso ordine morale superiore a quello esistente. Va anche detto che oggi la credibilità e la legittimità dei governi delle nazioni impegnate in questa guerra si è fortemente indebolita a causa delle loro menzogne, come ha affermato con forza il primate di Canterbury, Rowan Williams. Sì, aveva ragione Giovanni Paolo II, le cui parole sulla guerra e sulla pace abbiamo più volte ricordato e commentato su queste colonne. “Se gli avessero dato ascolto – hanno detto ripetutamente il Card. Laghi, il Card. Tauran, il Card. Martino, Mons. Lajolo – ora non dovrebbero rammaricarsi tanto: perché violenza chiama violenza, guerra chiama guerra!”. Le parole martellanti del Papa negavano legittimità alla guerra unilaterale e preventiva, chiedevano di non strumentalizzare il nome di Dio e la religione, condannavano il prevaricare della legge del più forte, manifestavano la necessità di attenersi al diritto anche nel tempo della guerra e ricordavano il diritto e il coraggio di far fronte al disumano terrorismo. Queste parole inequivocabili non sono state mai smentite, come invece pretenderebbero quanti invocano uno schieramento senza incertezze della chiesa al proprio fianco in nome del realismo diplomatico e politico.

Ma ora impariamo una nuova apocalisse: dove si nega la forza della legge e si afferma la legge della forza ci si incammina sulla strada che vede la vittoria della legge della ferocia: ecco allora le torture, ecco poi la risposta attraverso la decapitazione di un ostaggio, ed ecco la contabilità e la contrapposizione sui mass-media della barbarie da ambo le parti quasi messe in concorrenza, in una sorta di gara per ostentare la barbarie maggiore…

In realtà la tortura – come afferma la storica Claire Mauss-Copeaux – è intimamente legata alla guerra odierna perché lo scopo consegnato ai militari è quello di raggiungere la vittoria a tutti i costi e con tutti i mezzi esibendo forza e superiorità. Occorre far paura, intimidire: d’altronde l’odio e la non considerazione del nemico come persona strutturano la guerra e generano atti che umiliano e annichiliscono l’avversario. Tuttavia ciò che è apparso nuovo nella tortura praticata dai soldati americani e inglesi in Iraq è la dimensione ludica e di messa in scena. Non si tortura più un essere umano per costringerlo a parlare o per farlo soffrire, ma occorre disumanizzare il prigioniero, percepito come alleato del Male, un terrorista. Se l’“altro” non è un uomo, allora non si ha bisogno di dar prova di umanità! Solo una intossicazione ideologica della politica permette di operare questo processo e solo una società permeata da pornografia banalizzata può mettere in scena le torture che abbiamo visto e che non potremo mai più dimenticare. Al terrorismo si è risposto con una repressione che è peggio della rappresaglia perché è al di là della bestialità che è in noi. Non dimentichiamo queste immagini di orrore: chiediamoci chi noi siamo, di cosa siamo capaci quando lasciamo che la guerra generi odio, l’odio scateni violenza e la violenza richieda la vertigine dell’umiliazione dell’altro. Così dovremmo imparare la verità: ogni volta che si umilia un uomo si crea in lui una risposta ancora più aggressiva.

Sì, è la nostra comune appartenenza al genere umano, siamo noi, tutti noi a essere nudi nelle foto che in questi giorni scuotono le nostre coscienze e le nostre certezze. Siamo messi a nudo dalla barbarie che quelle foto documentano: esse ci dicono – al di là di chi e perché le ha scattate, di chi e perché ha deciso di renderle pubbliche – che quando la distanza o il muro che ci impedisce di vedere e di entrare in contatto con l’altro viene a mancare, cade anche ogni difesa e l’altro diventa concretamente per noi quello che è stato nella nostra immaginazione, e noi diventiamo per lui quello che ci siamo allenati ad essere.

Sì, la tortura suscita orrore perché ci pone di fronte all’annientamento di due esseri umani: la vittima ridotta ad animale, a corpo, a cosa di cui abusare, e il torturatore ridotto a bestia accecata dalla ubrisdel potere. Per questo i danni prodotti dalle torture sono irreversibili, non solo nel corpo e nella psiche del torturato, non solo nei sentimenti  di chi gli è solidale per comune appartenenza etnica, religiosa, politica, ma anche nell’anima dell’umanità intera. Questa nuova apocalisse ha messo a nudo il corpo sfigurato del genere umano, ci ha rivelato che stiamo precipitando tutti ancora più in basso nel baratro della barbarie, nell’abisso della disumanità, ma proprio per questo richiede a chiunque abbia ancora a cuore le sorti dell’umanità una reazione degna dell’uomo, carica di quella dignità insopprimibile iscritta in ogni essere umano.

Enzo Bianchi