L’ultima obbedienza che ci fa più uomini

 

La vita è un dono di Dio, anzi è il dono di Dio per eccellenza, e questo dono va riconosciuto e ridato a colui che ci è Padre. Sì, oggi sull’evento della morte – lo dobbiamo dire – si gioca la fedeltà dei cristiani al loro Signore: i cristiani sanno, perché nel battesimo sono stati immersi nella morte del Signore, sono “con-morti con Cristo”, che con Cristo risorgeranno (cf. Rm 6,4-5.8; Col 2,12) e che questo télos sta davanti a loro come una promessa per chi persevera sempre, seppur cadendo in peccati, nella sequela del Signore. Proprio per questo non giudicheranno altri che non hanno la luce della fede, anche se, proprio per il cammino di umanizzazione che spetta a tutti, mostreranno e diranno che la morte può essere un atto, l’atto apice dell’umanizzazione percorsa con tutta la vita.

Già Platone parlava della necessità della “meléte thanátou” (Fedro 81a), dell’esercitarsi a morire, e tutta la tradizione cristiana ha pensato e indicato in cosa ciò può consistere. La morte non può essere privata del morire, e ciascuno di noi deve avere il coraggio di dire a se stesso: “Io morirò”. Giunto alla vecchiaia, deve pensare di più alla morte, evento che può essere l’ultima grande azione della nostra vita. Nessuno di noi può prevedere la propria morte, se improvvisa o dopo una lunga malattia, se nella pace e nella dolcezza di chi muore senza gravi sofferenze fisiche o nel tormento di chi soffre patimenti che quasi non si possono lenire con le medicine. Nessuno di noi può sapere, nonostante le dichiarazioni fatte al riguardo, se morirà nel dubbio o nella fede.

Non è un caso che nella preghiera più semplice e più conosciuta tra i cattolici, l’Ave Maria, si chieda (e ciò avviene ripetutamente nel rosario): “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Pensare di avere chi nella morte intercede per noi come una madre, e intercede presso il Cristo che incontriamo, è un buon esercizio per sentire la morte come sorella e lodare Dio “per sora nostra morte corporale”.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Avvenire