La Bibbia è violenta? No, siamo noi buonisti

 

E qui occorre chiedersi: si crede che la preghiera è una potenza che agisce nella storia, una forza da opporre allo strapotere del male e dei malvagi? È una preghiera lontana dagli oppressi, dai poveri, dai senza mezzi, che sono il «pasto» quotidiano di ricchi, ingiusti e oppressori; lontana da una reale intercessione in favore degli oppressi: pregare contro l'oppressore è pregare con l'oppresso, è invocare e annunciare il giudizio di Dio nella storia e sulla storia. Ci può essere, in questo, una «parzialità» che disturba il nostro buonismo: in realtà si prega nella storia e non fuori della storia, e la storia non è già redenta, né tutta santificata, ma esige giudizio, opzione, discernimento. Solo una visione angelicata della preghiera, una visione «sacrale», può togliere queste invettive! La preghiera è scegliere di stare dalla parte della vittima piuttosto che dell'aguzzino; di essere vittima dell'ingiustizia piuttosto che artefice di essa. Nei 150 salmi e nei numerosi cantici presenti nelle Scritture noi troviamo «parole contro» i nemici, dunque «preghiere contro» che possono creare delle difficoltà a noi cristiani. Nel Salterio abbondano queste espressioni in bocca a chi soffre, alla presenza di nemici, nemici suoi personali, nemici di Israele, oppure nemici di Dio: quei nemici che lo perseguitano, lo torturano, gli vogliono dare la morte. Ma, non lo si dimentichi, sono imprecazioni presenti sempre in salmi di supplica, comunque sempre rivolte a Dio o confessate davanti a Dio. Per questo non sarebbe adeguato, anzi è improprio parlare di salmi «imprecatori», e non è giusto vedervi solo grida di vendetta: sono gemiti, urla, suppliche accorate formulate in situazioni di disperazione. Certamente sono suppliche a volte eccessive; ma chi può mai pesarle e condannarle, se non si è trovato nella stessa situazione di violenza sofferta nella propria persona? Che cosa grideremmo noi in simili situazioni? E soprattutto: grideremmo stando davanti a Dio, invocando lui?

Mutilare il Salterio per ragioni edificanti, mutilare l'Antico Testamento (ma verrà anche l'ora in cui in nome della «sensibilità della gente» si chiederà di purgare il Nuovo Testamento!) significa diventare più poveri di quella testimonianza in «carne e sangue» che è presente nella Bibbia. Di fronte al male operante nella storia le «preghiere contro», le invettive contenute nei salmi di supplica sono uno strumento di preghiera dei poveri, degli oppressi, dei giusti perseguitati: essi intervengono con le loro grida, visto che nella storia per loro non ci sono altri spazi! Con queste espressioni l'orante dà un giudizio sul male, lo discerne, lo condanna e chiede a Dio di intervenire per fare giustizia e castigare il malfattore. Questi salmi sono in verità estremamente esigenti, perché sanciscono il principio in base al quale anche di fronte all'ingiustizia e al male subiti il credente si vieta di farsi giustizia e non cede alla tentazione di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, ma lascia fare alla giustizia di Dio. Non si dovrebbe poi dimenticare che all'interno dell'Antico Testamento i salmi imprecatori in verità costituiscono un radicale superamento della legge del taglione, che pure era già una misura di salvaguardia dalla vendetta senza fine, dalla faida illimitata. I passi imprecatori dei salmi e dei cantici biblici, se letti in verità, non ci portano a scandalizzarci ma ci danno invece una grande lezione: questi oranti mostrano una grande pazienza. Non si fanno giustizia da soli, non ricorrono a strumenti di guerra, anzi mettono un freno all'istinto di violenza e si affidano unicamente a Dio. Questa la loro fede: ecco da dove nasce il loro grido a Dio.

Avvenire, 20 novembre 2013
di ENZO BIANCHI

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