Quando la violenza viene in nome di Dio

 

Ma vale la pena interrogarsi anche su un altro elemento: le rappresentazioni, le immagini di Dio che guidano la fede dei singoli e delle chiese. Le immagini violente di Dio, presenti anche nella Bibbia, significano forse di per sé una divinizzazione della violenza stessa? In realtà, la riduzione di Dio alle sue immagini diviene immediatamente la sua riduzione a idolo. Vale per le immagini di Dio quanto possiamo applicare alle definizioni della verità: esse non possono esaurire la realtà a cui si riferiscono e di cui sono riflessi, indicatori, approssimazioni. In questo senso occorrerebbe saper sempre cogliere la relatività di ogni immagine di Dio e il suo necessario superamento. E occorrerebbe vedere nella croce il simbolo su cui devono infrangersi tutte le immagini del Dio cristiano. Proprio perché sulla croce non si ha la proiezione di un'immagine umana del divino, ma un uomo che è l'immagine stessa di Dio e racconta Dio E si tratta di un uomo sofferente, di una vittima della violenza: della violenza ingiusta, della violenza fisica, della violenza religiosa, della violenza politica, della violenza verbale, della derisione, della calunnia, del disprezzo ... E' importante che al cuore della fede cristiana vi sia una storia di passione e di morte cruenta, cioè una storia di violenza. La violenza, ha scritto Paul Ricoeur, è “di sempre e di ogni luogo” e la salvezza cristiana non è rimozione della violenza né esenzione dalla violenza, ma assunzione e traversamento della stessa, compiuti però dalla parte delle vittime e non degli aguzzini. Sulla croce c’è stata l’epifania del Dio di Gesù Cristo, un Dio “al contrario” rispetto alle immagini tradizionali di Dio nelle religioni: non solo il Dio cristiano non è un Dio violento ma è un Dio che non si difende.

È ben vero che anche la croce si è rivelata nella storia un'immagine ambigua, designando da un lato il condannato a morte, i cristiani segnati dalla croce che hanno preferito farsi martirizzare piuttosto che usare violenza, e dall'altra finendo per apparire sui labari delle legioni di Costantino, divenendo il segno dei crociati e di tutti coloro che l'hanno impugnata come una spada, non portata come lo strumento della propria esecuzione. Ma questo ci rivela la perversione possibile di ogni immagine – anche della più inequivocabile – se scissa da quello Spirito che è ciò che veramente deve essere recepito perché si possa vivere la fedeltà al vangelo nelle diverse situazioni storiche.

Pubblicato su: La Stampa