Quando la violenza viene in nome di Dio

 

Inoltre, senza evocare i grandi problemi solitamente connessi al rapporto fra religione e violenza – la violenza e il sacro, il problema delle implicanze politiche del monoteismo, le teorizzazioni circa la guerra “giusta” o “santa”... – la luce che viene dallo Spirito e dalla parola della croce illumina e smaschera una dimensione della violenza molto più quotidiana, e certo meno clamorosa, costituita da gesti, parole, silenzi, difetti di comunicazione, emarginazioni, creazione di clima di paura, umiliazioni inflitte, veti, e soprattutto quella mancanza di franchezza, di sincerità, di chiarezza che impediscono di vivere la chiesa come comunità fraterna e che ne forniscono non un volto materno che ispira confidenza, ma un volto spersonalizzato che incute timore.

Tutto questo ci ricorda che la rivelazione biblica si preoccupa del cuore umano e cerca di renderlo nonviolento. Perché è dal cuore che escono le intenzioni violente e omicide, le prevaricazioni e i soprusi. Ed è il cuore che, evangelizzato, può conoscere la beatitudine della mitezza. Cioè la partecipazione per fede alla prassi del Messia mite e dolce, umile e nonviolento: prassi che è di per sé preannuncio e profezia del regno di Dio, un regno di pace universale, e lo è al cuore stesso della nostra umanità e delle società in cui viviamo e che siamo chiamati a umanizzare.

La Stampa, 22 novembre 2013
di ENZO BIANCHI

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