Un solo Dio, molti modi per dirlo


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La Stampa, 25 settembre 2004

Fin dalle sue origini il cristianesimo è plurale: l’unico Dio narrato da Gesù Cristo può essere ridetto al mondo solo in una pluralità di espressioni. Non a caso la chiesa ha riconosciuto canonici quattro vangeli, e non uno solo, e li ha accolti accanto a una molteplicità di scritti del Nuovo Testamento che rendono una testimonianza multiforme all’ “unico Signore, Gesù Cristo” (1Cor 8,6). Non la fissità di un libro, dunque, ma la dinamicità di un evento suscitato dallo Spirito santo, che è la libertà di Dio, è all’origine del cristianesimo. Questo pluralismo di espressioni testuali, cui corrisponde a livello storico e di fede un pluralismo di espressioni ecclesiali, di concezioni cristologiche, di usi liturgici, di accenti spirituali, riflette l’inesauribilità del mistero di Dio rivelato in Cristo Gesù e accolto in culture diverse: schematicamente potremmo parlare di Marco come del vangelo romano, di Matteo come del vangelo antiocheno, di Luca come del vangelo greco e di Giovanni come del vangelo efesino.

Non solo, la Bibbia cristiana comprende al proprio interno anche le Scritture d’Israele con cui pertanto nutrirà un dialogo perenne: l’alterità è al cuore delle Scritture della chiesa e il dialogo con altre espressioni religiose è inscritto nella vocazione originaria del cristianesimo. Lungi dall’essere “religione del libro”, il cristianesimo si presenta come interpretazione vivente – nella diversità dei tempi e dei luoghi, delle etnie e delle culture –  della vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo: interpretazione che è il compito storico delle comunità cristiane.

Fin dagli inizi, l’unico Cristo dà così origine a diversi cristianesimi: innanzitutto quello giudeo-cristiano (proprio dei discepoli provenienti dall’ebraismo) e quello etnico-cristiano (composto da “pagani” convertiti al cristianesimo). Nella storia, infatti, Cristo è sempre il Cristo “creduto”, connesso inscindibilmente a comunità di credenti che gli danno un volto e lo narrano agli uomini loro contemporanei. Questo dato fa sì che il cristianesimo abbia in sé gli antidoti naturali a due costanti tentazioni di ogni religione “rivelata”: il fondamentalismo e l’integralismo. Se, infatti, le stesse Scritture ritenute canoniche rimandano a una pluralità di tradizioni e di interpretazioni, come sarà possibile una loro lettura fondamentalista? Come non tener conto nei propri giudizi e nei propri comportamenti, di altri testi biblici, di altri punti di vista, di altre pagine di storia scritte da credenti di diverse tradizioni ecclesiali? Va ricordato che la Bibbia è un’autentica biblioteca i cui testi sono stati redatti in un arco di mille anni, in un’area geografica che spazia da Gerusalemme a Babilonia fino a Roma, e che sono stati scritti in ebraico, aramaico e greco. Rileggere la Scrittura come un insieme di comprensioni dell’unico mistero, rileggere la storia dei credenti in Cristo come un libro in cui le pagine luminose si alternano e si intrecciano a quelle più oscure conduce allora a una salutare prudenza nel considerare il proprio punto di vista come l’unico ammissibile.

Anche l’integralismo – la rigida certezza dei “puri e duri” che rigettano ogni alterità fino a escluderla anche violentemente dai propri orizzonti – è minato alle radici dal pluralismo fondante la fede cristiana: dalla varietà degli scritti del  Nuovo Testamento e dal pluralismo delle espressioni di fede della chiesa antica viene un appello a vivere la propria fede non contro gli altri, ma in costante ricerca di comunione, attraverso l’unificazione interiore, la ricomposizione fraterna dei conflitti e l’accoglienza del dono offerto dalla diversità dell’altro.

Non si dimentichi che, in particolare attraverso gli scritti di san Paolo, la chiesa ha compreso se stessa attraverso la categoria del corpo: come tale è formata da una pluralità di membra differenti, che tali restano ma che sono chiamate a collaborare, a riconoscersi reciprocamente, confessando di avere bisogno l’una dell’altra. La diversità è costitutiva dell’unità ed è essenziale alla comunione, così come l’alterità è essenziale all’identità. La diversitànella chiesa e trale chiese appartiene all’humus del cristianesimo e non va eliminata: sempre lo stesso Spirito manifesterà, nelle diverse persone e culture, comprensioni plurali, differenziate, dell’unico volto di Cristo in cui risplende la gloria dell’unico Dio Padre di tutti.

Un’importante conseguenza che discende dalla percezione del modello della comunione plurale come costitutivo del cristianesimo riguarda la concezione dellaveritàe il rapporto tra verità e definizioni della verità. Per il Nuovo Testamento e la chiesa nascente la verità è la persona di Cristo, mentre nella tradizione successiva essa diviene sempre più un complesso dottrinale: la verità prodotta e definita dalla chiesa stessa. Così la definizione della verità rischia di sostituirsi alla verità vivente, Gesù Cristo risorto. Occorre percepire che le definizioni della verità, ovviamente diverse nei diversi contesti linguistici e culturali (semitico e greco, orientale e occidentale, europeo e africano…), stanno all’interno del grande movimento dellaricerca della verità, dell’approssimazione - sempre imperfetta - alla verità. Se a questa coscienza umile si sostituisce la pretesa di possedere la verità (confusa con la sua definizione) si finisce in un imperialismo culturale, in cui l’inculturazione del cristianesimo viene fatta prevalere sul Cristo stesso e in cui il rivestimento culturale assume maggiore importanza del vangelo. Allora la violenza, il fanatismo, l’intransigenza saranno inevitabilmente in agguato.

La comunione plurale che discende dalla rivelazione biblica dovrebbe anche aiutare un ripensamento dell’universalismo, tendenza che ha suscitato nella storia atteggiamenti di violenza e persecuzione da parte dei cristiani. Perché l’universalismo non degeneri in totalitarismo, va pensato come universale bisogno dell’altro e declinato come vocazione all’esilio, alla diaspora, alla dispersione tra le genti, le culture: la fede cristiana non può coincidere con una cultura o un’etnia o un sistema di pensiero. Essa è transculturale e il suo lavoro di inculturazione deve essere perciò accompagnato da un’opera di deculturazione per non rischiare di spacciare per vangelo ciò che è forma culturale.

Ora, per dar spazio a questo pluralismo vitale e vivificante occorrerà sempre più imparare l’arte dell’ascolto. Non si tratta di cercare nell’altro ciò che vi è di più simile a me e al mio ambito religioso e culturale – questa sarebbe la smentita più netta del dialogo – bensì di cogliere l’altro e di accoglierne l’alterità, cessando di vedere in lui solo ciò che mi assomiglia e che riesco a comprendere. Per questo un dialogo autentico dà spazio all’ascolto, che è vita insieme, condivisione dei propri beni spirituali, frequentazione reciproca per imparare i rispettivi linguaggi espressivi, apprendimento di ciò che di me e della mia tradizione ferisce o risulta irricevibile all’altro. Così può avvenire il lento processo di far cadere le barriere dei pre-giudizi(i giudizi pronunciati primadell’ascolto, dell’incontro, del faccia a faccia con l’altro) e di conoscere i veri punti di distanza. In questo senso è sempre più importante imparare a pensare con l’altro: pensare insieme gli stessi problemi e affrontarli tenendo conto degli altri aiuta a sprovincializzarsi, a uscire dalle logiche particolaristiche, dagli atteggiamenti di ripicca, di rivincita, di forza, di superiorità che spesso intaccano i rapporti di dialogo tra confessioni e religioni.

Il pluralismo cristiano non scade a relativismo se non si dimentica che tra me e l’altro, tra la mia chiesa e l’altra o le altre chiese sempre deve regnare, cometerzo salvifico, Gesù Cristo. Il “terzo” è figura di ciò che fa stare insieme mentre distingue; accomuna mentre personalizza, e sempre dilata sia l’uno che l’altro, li proietta ciascuno fuori di sé, in un movimento di creatività e vitalità. Per un corretto posizionamento della chiesa e delle chiese nel mondo e nella storia è fondamentale ricordare il regno di Dio come “terzo” oltre la chiesa e le chiese: esse infatti vivono del proprio superamento nel Regno veniente. Se accolgono questa dinamica, i cristiani sapranno ritrovare la necessaria comunione per essere parola eloquente di salvezza per il mondo e per gli uomini, sapranno essere continuo e armonico annuncio del futuro del mondo in Dio. O, se si vuole, di Dio come futuro del mondo.

Enzo Bianchi