Se si diffonde la religione “fai da te”


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La Stampa, 28 febbraio 2004

In questi tempi di faticosa gestazione della Costituzione europea, da più parti ci si è interrogati, non senza polemiche, sull’esistenza o meno di “radici cristiane” dell’Europa e sull’opportunità di farne memoria nel testo costituzionale. Per restare nella metafora dell’albero, credo potrebbe essere prezioso, e non solo per quanti si professano cristiani, interrogarsi anche sullo stato di salute della “pianta” del cristianesimo oggi nel cosiddetto Vecchio continente. L’utilità delle radici, infatti, non sta nel misterioso groviglio del loro estendersi nel terreno, bensì nella capacità di tenere la pianta saldamente ancorata e in tal modo trasmetterle nutrimento per la crescita e lo sviluppo di rami, foglie, fiori e frutti. E questo, stagione dopo stagione, anno dopo anno, fino al passaggio di testimone a un nuovo seme che a sua volta sarà germogliato, avrà messo radici e dato vita a una nuova pianta.

Ora, mi pare che proprio questa trasmissione di un’eredità genetica sia l’aspetto maggiormente deficitario oggi, a livello culturale in genere e religioso in particolare: è avvenuta una “rottura” di memoria, uno stacco culturale tra generazioni, per cui quelle che si affacciano oggi all’età adulta non solo sono riluttanti – come è normale che ogni giovane generazione sia – ad assumere tradizioni e valori propri di chi le ha precedute, ma sembrano perfino misconoscere l’esistenza stessa di un’eredità da raccogliere o da rifiutare. Sì, incapacità degli uni a “fare segno”, a insegnare in modo comprensibile il cristianesimo, a trasmettere la fede, e disinteresse degli altri a decifrare segni non più evidenti e che paiono nell’immediato privi di utilità.

Che il cristianesimo sia in difficoltà nei paesi europei, nessuno osa negarlo: si registra una regressione più o meno marcata della partecipazione alla pratica cultuale, cioè un’evidente diminuzione di quanti partecipano all’assemblea liturgica domenicale, si constata in modo preoccupante il calo delle ordinazioni presbiterali e una caduta impensabile delle vocazioni alla vita religiosa, soprattutto femminile. Ormai in Europa ci sono regioni nelle quali molte comunità cristiane non hanno più il presbitero a presiederle, mentre l’età media delle religiose è attorno ai settant’anni, senza che si intravedano segni di ripresa.

Ma oltre a queste evidenze riguardanti i “quadri” della chiesa, va rilevato ciò che accade nella stessa comunità cristiana, tra i credenti. Per costoro, solo fino a pochi anni fa, fede, pratica e partecipazione alla vita ecclesiale erano strettamente legate l’una alle altre, definite in modo stretto e rigoroso; oggi, invece, senza che avvengano e si consumino rotture con l’istituzione, per il mutamento profondo della cultura e della mentalità, i credenti hanno assunto un altro rapporto con la religione e la chiesa: c’è una rivendicazione individuale di autonomia per ciò che riguarda la vita sociale, idee e credenze comprese, che porta molti cristiani a non praticare il culto in modo regolare, senza per questo abbandonare la fede o rompere con la chiesa. Così, accanto ai molti che hanno lasciato definitivamente la pratica della fede ricevuta nell’infanzia, altri battezzati, forse non meno numerosi, vivono una religiosità da “pellegrini”, quasi itinerante, non accettando più l’organizzazione del tempo e dello spazio voluta dalla chiesa per vivere la fede: cristiani “a intermittenza”, costoro conducono un’esistenza in cui la religione trova collocazione in alcuni momenti forti, non nel ritmo tradizionale di domeniche e feste, ma in occasione di particolari assembramenti o di eventi spettacolari, privilegiando “alti luoghi”, come i santuari, oppure cerimonie di beatificazione o di richiamo emotivo sulle grandi masse.

Tutto questo è una contraddizione di fatto all’edificazione della comunità cristiana e certamente incoraggia e nutre una religiosità nomade che plasma il cristianesimo come un movimento, non come una comunione di comunità ben compaginate. Ma soprattutto, questa nuova “forma” di vivere il cristianesimo impedisce che i cristiani siano capaci di abitare il quotidiano e di essere un segno discreto eppur leggibile di un’altra modalità possibile di vivere un’esistenza pienamente umana. La “differenza” cristiana non emerge più come tale in un mondo non più cristiano, ma rischia di presentarsi come una delle tante variabili o addirittura stravaganze accettate o tollerate, gestibili da ciascuno a proprio piacimento. Quanto questo atteggiamento da “fai da te” della religiosità sia lontano o meno dal cuore del messaggio evangelico spetta ai cristiani stessi, e in particolare a quanti tra di loro hanno responsabilità pastorali, chiederselo con sincera preoccupazione; ma l’interrogativo non dovrebbe risultare privo di significato e di interesse nemmeno per quanti cristiani non sono mai stati o non lo sono più e, quindi, per l’intera società civile.

Non dimentichiamoci, infatti, che avere “radici” significa anche un legame stabile con uno spazio preciso – paese, parrocchia, quartiere che sia – con una storia concreta, fatta di persone ed eventi precisi, con una comunità umana che è venuta plasmandosi nella sua varietà e articolandosi nella sua ricchezza proprio grazie al confronto delle diversità, alla progressiva, reciproca integrazione tra usi, tradizioni, valori quasi mai coincidenti.

Dobbiamo dunque avanzare l’ipotesi di una lenta ma inesorabile fine del cristianesimo nella vecchia Europa? Io non lo credo. In verità esistono ancora cristiani, e non sono pochi, che vogliono una vita ispirata dal vangelo e che cercano di edificare una chiesa che sia casa di comunione e luogo di vera fraternità, capace di mostrare la differenza cristiana e di narrare ai non cristiani la speranza di una vita più forte della morte; ci sono ancora cristiani che vogliono essere nel mondo, tra gli uomini, solidali con loro senza esenzioni né inimicizie, conservando tuttavia l’identità dei discepoli di Gesù e la disponibilità a spendere la vita per gli altri. Sì, ci sono ancora cristiani che perseguono una fede adulta e pensata, che sapranno trasmettere alle nuove generazioni come un’eredità capace di aiutare l’umanità a umanizzarsi sempre di più, a trovare senso alla vita e alla morte, a rendere migliore la qualità della convivenza umana.

Certo, le comunità cristiane devono ridestarsi, essere consapevoli delle proprie responsabilità e, soprattutto, devono essere disposte a lasciarsi riplasmare dal vangelo: operazione faticosa, a caro prezzo, ma l’unica capace di assicurare che il sale non perda il suo sapore e che il cristianesimo nella sua “differenza” sia una buona notizia per gli uomini. Soprattutto ora che i confini dell’Europa si dilatano a oriente, verso paesi dove per decenni il cristianesimo ha dovuto vivere in cattività secondo modalità totalmente diverse da quelle consentite in occidente, i cristiani sono di fronte a una sfida ineludibile: sapranno riscoprirsi realmente fratelli tra loro, senza inimicizie e senza concorrenze, sapranno rendere disponibile agli uomini e alle donne loro contemporanei il tesoro che spetta a tutti, la profezia di una società in cui giustizia e perdono si abbracciano, la pace è perseguita sempre, in ogni conflitto, nella certezza che la vita vale la pena di essere vissuta in pienezza e di essere spesa per gli altri?

Enzo Bianchi