Il cielo in una cella


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Trentacinque anni di vita monastica imparando ad abitare con se stessi e a cercare Dio nella solitudine
La Stampa – TuttoLibri, 31 luglio 2004

Con più di sessant’anni e molti viaggi alle spalle non mancano certo luoghi che mi riecheggiano nel cuore e nella mente suscitando affetti e sentimenti diversi: il Brich ’d Zaverio, quella collina del mio paese in Monferrato dove nella bella stagione salivo quasi quotidianamente per trovare solitudine e pace, oppure via Po a Torino, con i suoi caffè dove trascorrevo sovente qualche pausa dopo pranzo o cena nei miei anni universitari... Ma se c’è un luogo cui ancora oggi ricorro per trovare rifugio e possibilità di quiete per pensare a me stesso e alla comunione con gli altri, questo è la mia cella.

Forse non potrebbe essere diversamente per un monaco che, nonostante le contraddizioni, vive da oltre trentacinque anni la forma di vita monastica. La cella: non una prigione ma pur sempre una stanza segnata da quattro pareti e un soffitto... Può sembrare incredibile per chi non conosce l’antropologia monastica, eppure per ogni monaco la cella è quanto esiste di più necessario nella sua vita. Abba Antonio, l’iniziatore della vita monastica cristiana, era solito ripetere: “Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori dalla cella”. E già nell’Antico Testamento – nel Secondo Libro dei Re – c’è un testo che esprime molto bene cosa sia la cella. Una donna facoltosa di Sunem, volendo che il profeta Eliseo avesse la possibilità di sostare nella sua casa, propone al marito di predisporre “una piccola camera al piano superiore, in muratura”: “Mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, in modo che venendo da noi l’uomo di Dio vi si possa ritirare” (2Re 4,10). La cella, luogo di ritiro, è una semplice camera che abbisogna soprattutto di silenzio in modo che possa assicurare, con l’arredamento essenziale, tutto quello che serve per riposare (il letto), per leggere e scrivere (la sedia e il tavolo) anche o soprattutto di notte (la lampada). Per secoli la cella è stata ed è ancora questo per ogni monaco d’Oriente e d’Occidente: il luogo in cui il monaco impara ad habitare secum, ad abitare con se stesso, in cui cerca Dio nella solitudine e nel silenzio, in cui si impegna a lottare contro le pulsioni malvage che lo abitano e in cui si esercita alla comunione con gli uomini tutti.

Così è stato anche per me, fin da quando, giovane studente universitario, ho intrapreso, al di fuori delle strutture allora esistenti, l’itinerario monastico che rimane fondamentalmente identico al di là dei contesti storici, culturali ed ecclesiali in cui si inserisce. E come tutti quelli che mi avevano preceduto in questo cammino, mi sono presto accorto che non era facile rimanere, sostare, abitare una cella, quel luogo troppo piccolo, privo di sbocchi e di mutamenti, un luogo capace addirittura di incutere paura. Sapevo bene che quella della cella era una delle prime battaglie che avrei dovuto combattere e, infatti, non appena vi entravo, avvertivo una voglia di uscirne, mi si affollavano nella mente le urgenze che mi chiamavano “fuori”: il richiamo a vivere fuori da me stesso si faceva sentire insediandosi nella mia mente.

Era l’akedia, il non senso, il male tipico che assale chi sta nella cella. “Cosa ci sto a fare?” mi chiedevo, e assieme a questo interrogativo avvertivo il disgusto per lo sforzo spirituale, il rifiuto a pensare e a meditare, l’impossibilità a pregare: capivo sulla mia pelle quanto avevo letto sul malessere del solitario che può rasentare la depressione. In quei momenti bui la cella diventa una prigione (non a caso il termine indica anche il luogo di detenzione...), il tempo che vi si passa un tempo vuoto, sprecato quando invece il fare, l’agire, il parlare, tutto quello che conta avviene fuori dalla cella. Ancora Abba Antonio diceva che la cella è “la fornace ardente di Babilonia”, il luogo in cui si viene provati come nel fuoco, mentre il cuore si spezza e diventa “contrito”, lo spazio in cui ci si conosce per quello che si è veramente, con i limiti, gli inferni, le debolezze proprie di ciascuno.

Come accade a ogni monaco, anch’io ho conosciuto la cella come luogo di reclusione e di prigione ma poi, perseverando, l’ho scoperta come luogo in cui poco alla volta si impara ad abitare con se stessi in verità, intenti alla propria unificazione interiore. Con un sapiente gioco di parole, Guglielmo di Saint-Thierry accostava “cella” e “coelum”, interpretandoli entrambi come derivati dal verbo “celare”, nascondere: qui e là si ritrova Dio, il Dio segreto, nascosto. Del resto Gesù stesso, rivolgendosi a ogni discepolo – e quindi non solo ai monaci... – aveva rivolto un invito ben preciso: “Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto” (Mt 6,6). Pregare nel segreto della cella, dove nessuno vede, nessuno controlla: questo è esempio di autenticità e luogo di verifica dell’eloquenza della fede. Antidoto contro ogni ostentazione, ogni esibizione religiosa, la cella diventa effettivamente il luogo in cui si può “dare del tu a Dio”, parlare a Dio e vincere la tentazione di parlare di lui. Se questo “faccia a faccia” è franco, può assumere i tratti di un’intimità amorosa: allora la cella diviene “cella vinaria”, la stanza del Cantico dei Cantici, autentica cantina dove si consuma l’incontro amoroso inebriati dal profumo e dal gusto del vino.

Ma la stessa autenticità può offuscare l’incontro con nuvole di caligine e oscurità: Dio nasconde il suo volto, tace... Oppure sono io che non ascolto, che non sono più in grado di percepire la sua voce? Dio non c’è oppure il mio cuore è così calloso che ha smarrito ogni sensibilità verso la sua presenza? Sono domande che abitano ogni monaco e che possono giungere a farlo sentire come ateo, senza Dio... Eppure, fattosi esperto anche di ateismo, il monaco riprende quella ricerca che Rimbaud arrivò a definire “chasse”, “caccia”: una ricerca che è anelito d’amore ma anche lotta contro le pulsioni, contro il male dell’idolatria alienante che affascina e seduce. Lotta terribile, senza esclusione di colpi, il combattimento spirituale da solo giustifica il ritirarsi in cella e la rende elemento essenziale all’interiorità. Tra quelle quattro mura la verità dell’uomo è messa alla prova nel rapporto con il proprio corpo, con il cibo, con la propria sessualità, con il tempo, con gli altri, con l’avere, il fare, con Dio stesso, con tutte quelle presenze quotidiane che, paradossalmente, fanno percepire il proprio peso attraverso l’assenza. La tentazione allora appare come sottile seduzione che spinge ad assumere atteggiamenti o a compiere azioni autistiche, egoistiche, narcisiste: contraddizioni viventi alla solidarietà e alla comunione con gli altri uomini e con il creato intero.

In questa lotta spirituale la cella è assediata da presenze dominanti che, accovacciate come belve alla porta, cercano di penetrare all’interno e divorare chi la abita. Dominare queste pulsioni, impedire loro di dare corpo al male, di concretizzarsi in gesti mortiferi è la lotta spirituale. Capiamo allora come l’episodio di Antonio che nel deserto è tentato da ogni sorta di bestie selvatiche e ingaggia un corpo a corpo contro di loro è divenuto paradigmatico nei secoli, affascinando e coinvolgendo pittori e letterati di ogni epoca. Chi non ricorda i dipinti del maestro di Grünewald, i quadri di Jeronimus Bosch, le reinterpretazioni di Cézanne? E chi non riconosce come proprie le pagine di Flaubert o di Anatole France che, parlando di quell’eremita del IV secolo e sbizzarrendosi nel popolare di animali e figure immaginarie il suo faccia a faccia con il demonio, descrivono in realtà il cuore di noi uomini e donne moderni? Sì, se decodifichiamo queste immagini, se accostiamo questi animali a quelli che nel mondo greco accompagnavano il carro di Venere, allora capiamo che essi altro non sono che le passioni, le perversioni dei sentimenti, la pretesa del tutto e subito, l’arroganza di chi esige soddisfazione senza tener conto degli altri... Davvero la cella è chiamata a essere il crogiolo che libera dalle scorie e forgia il monaco nella sua verità più profonda, quella di “uomo uno”, unificato in se stesso e unito agli altri: senza questo luogo di lotta e di benedizione resteremmo persone di un momento, in preda all’emozione dell’attimo, incapaci di trovare e riconoscere gli altri perché incapaci di trovare noi stessi e di conoscere chi siamo.

Molti anni sono passati da quando ho iniziato ad abitare la mia prima cella a Bose, così simile nella sua semplicità a quella approntata per Eliseo: un letto, una sedia, un tavolo, un lume a petrolio, una stufa a legna... Per quindici anni è stata così, senza luce elettrica, senza servizi, spoglia e nuda: anni in cui ho toccato con mano quanto sia difficile l’arte di abitare con se stessi, quanto sia lungo l’apprendistato per imparare ad armonizzare lo studio e la preghiera, il lavoro e il riposo, la solitudine e la comunione. Un padre del deserto diceva che il monaco, quando intraprende la vita monastica, non porta nulla con sé ma gli viene data una cella e un Vangelo. Il libro del Vangelo dovrebbe progressivamente diventargli superfluo perché egli stesso deve farsi Vangelo per i fratelli, ma della cella avrà sempre bisogno per ritrovare senso e unità in sé e attorno a sé... Eppure, quando oggi guardo la mia cella, così piena di libri e di carte che si accumulano, un dubbio da principiante che ricomincia ogni giorno l’avventura monastica mi assale: forse qualcosa dell’essenziale di questo luogo a me così caro sta soffocando sotto il peso di carte che appannano il faccia a faccia con Dio e allontanano il dialogo con gli uomini.

Enzo Bianchi