Il dialogo. Le “bussole” di Benedetto XVI


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La Stampa, 23 aprile 2005

È stato eletto il nuovo papa, il successore di Pietro, l’umile pescatore di Galilea, l’apostolo a cui, secondo la testimonianza dei vangeli, Gesù ha affidato una missione primaziale: quella di confermare nella fede i suoi fratelli, come una Roccia, una Pietra salda. I cattolici credono che questo ministero sia stato esercitato e continui a esserlo dal vescovo di Roma e che il servizio non sia dovuto a ragioni storiche o funzionali, ma che faccia parte dell’essere della chiesa. È innegabile che questo servizio chiamato “papato” abbia assunto forme diverse nei secoli, soprattutto dopo il grande scisma con l’oriente: in particolare ha avuto una crescita di funzione che l’oriente cristiano non gli ha mai riconosciuto come legittima, sicché possiamo dire che oggi proprio questo ministero, voluto come segno di comunione tra le chiese, appare come il più grande ostacolo all’unità visibile della fede cristiana. Paolo VI e Giovanni Paolo II erano ben consapevoli di questo, ed è stato lo stesso papa Wojtyla, nella sua enciclica Ut unum sintdel 1995 dedicata all’ecumenismo, a invitare le altre chiese, in vista della ricomposizione dell’unità, a fare proposte e a confrontarsi con la chiesa cattolica sulla “forma” dell’esercizio del papato. È significativo che nel pur embrionale dibattito sul primato, il cardinal Ratzinger ebbe a dire e a ripetere che “per ciò che riguarda il primato del papa, Roma non deve esigere dalle chiese ortodosse nulla di più di ciò che nel primo millennio venne stabilito e vissuto”. Per i cattolici, quindi, il ministero di Pietro fa parte dell’essenza della chiesa e dunque della fede, mentre la forma del suo esercizio può mutare.

Il vescovo di Roma, chiesa “che presiede alla carità” secondo l’antico adagio patristico, ha sempre avuto un grande significato per i cattolici e, di fatto, sta acquistando un significato maggiore anche per gli altri cristiani i quali, soprattutto in questi recenti eventi di morte di un papa e di elezione del nuovo, hanno manifestato interesse e mostrato in svariati modi la loro partecipazione e le loro attese. Si avverte tra tutti i cristiani il bisogno di unità, la necessità di qualcuno che abbia come compito la comunione tra le chiese e sappia dare voce a questa comunione anche nell’esprimersi di fronte ai non cristiani. Anche di questa novità saprà essere consapevole il nuovo papa nel suo desiderio di perseguire la via ecumenica intrapresa da Giovanni XXIII e assunta come la più urgente dal concilio Vaticano II.

Tutto questo spiega l’attesa vissuta nei giorni scorsi, l’attenzione posta allo svolgimento del conclave, l’unire alla figura di alcuni cardinali le proprie speranze per la chiesa di domani e il temere l’elezione di altri… Ma in questo atteggiamento umano, in questo comprensibile e lecito palpitare del cuore dei cattolici, accompagnato dalla preghiera al Signore della chiesa, prevale il senso di grata accoglienza verso il nuovo papa, la fede che assicura che egli è stato scelto dal Signore attraverso il discernimento dei cardinali, l’obbedienza, cioè l’ascolto attento e conseguente di colui che è diventato il primo pastore tra le chiese. È così che all’elezione del cardinale Joseph Ratzinger, che ha scelto il nome di Benedetto, tutti i cattolici hanno ringraziato il Signore per il nuovo papa, anche se non si può negare che una parte di essi sia rimasta perplessa, forse anche delusa nelle proprie attese. D’altronde, avendo io vissuto da cristiano adulto già quattro conclavi, la mia memoria mi testimonia che è sempre stato così, con più o meno passione, perché le attese dei cattolici sono diverse e si polarizzano attorno a un possibile eletto piuttosto che a un altro; ma la stessa memoria mi dice anche che con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni del pontificato molti entusiasti si dicono poi delusi, mentre numerosi perplessi a poco a poco scoprono novità e tratti inattesi: mi pare che soprattutto nei confronti di Giovanni Paolo II sia stato così.

Il cardinal Ratzinger è stato teologo, poi vescovo e quindi prefetto della Congregazione per la Dottrina: tutta la chiesa lo conosce ormai da quarant’anni. I suoi libri, i suoi interventi hanno costituito una presenza altamente significativa e hanno avuto un’eloquenza ecclesiale rara nella chiesa degli ultimi decenni. Posso dire che fin dal suo primo libro apparso in Italia, “La fraternità”, ho sempre letto le sue opere e i suoi articoli, citandoli spesso nei miei scritti, perché gli va riconosciuta una profonda intelligenza del mistero cristiano, un grande sensus fidei, una capacità rara di leggere anche le patologie ecclesiali; con lui ho anche scritto un volume sull’esegesi cristiana, presentato poi insieme all’Università Gregoriana: posso quindi dire di conoscere bene la sua teologia, la sua sollecitudine ecclesiale e il suo giudizio sul mondo di oggi.

Ancora alla vigilia della morte di Giovanni Paolo II, mi aveva molto interessato la relazione da lui tenuta a Subiaco, il monastero fondato da san Benedetto: una relazione che tenta di leggere l’attuale orizzonte europeo con proposte significative per un dialogo tra laici e cristiani. Il cristianesimo, affermava in quella circostanza il cardinal Ratzinger, è “la religione del logos, la religione secondo ragione” che vuole e legge il mondo non come proveniente dall’irrazionale ma come “un mondo che ha nella ragione il suo criterio e la sua verità”. Per questo egli invita i cristiani “a vivere una fede che proviene dal logos, dalla ragione creatrice e che è perciò anche aperta a tutto ciò che è veramente razionale” ed invita i laici a misurarsi con questa fede cristiana illuminata, vissuta dai credenti nel mondo e quindi, se vissuta, anche credibile. È significativo che nella stessa relazione egli giudichi una deriva negativa il fatto che “il cristianesimo contro sua natura sia diventato tradizione e religione dello stato”, riconosca un’origine cristiana all’illuminismo e con audacia asserisca che “l’illuminismo ha il merito di aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la propria voce”.

Ma ciò che mi preme mettere in evidenza in questi primi giorni dall’elezione di Benedetto XVI è il discorso tenuto nella Cappella Sistina il giorno dopo l’elezione davanti a tutti i cardinali, anche i non elettori, un discorso che per contesto e tono appare come un vero programma di pontificato. Ne emerge con forza la consapevolezza che Benedetto XVI ha dell’ufficio assunto, della propria vocazione a essere “sua (cioè del Signore) Pietra” su cui tutti possano poggiare con sicurezza, dell’essere “servo dei servi di Dio”: in nome di questa investitura, egli ribadisce la collegialità che unisce il successore di Pietro ai vescovi, quella collegialità che quasi tutti i cardinali hanno chiesto di confermare e sviluppare. Appare poi con accento particolarmente marcato la volontà di continuare la realizzazione del concilio, definendolo, come aveva già fatto il suo predecessore, “bussola” con cui orientarsi nel vasto oceano del terzo millennio. Questo appare un dato di grande importanza, perché l’interrogativo preoccupato di molti alla vigilia del conclave era proprio quello di sapere se il nuovo papa avrebbe confermato o meno quell’evento come Pentecoste e i testi conciliari come ancora capaci di ispirazione. Benedetto XVI, che al concilio partecipò come teologo anche con alcuni interventi pubblici, non dimenticherà quella stagione della sua giovinezza che tante speranze ha suscitato nella chiesa e attorno ad essa.

E come non sottolineare la portata accordata all’ecumenismo in questo discorso inaugurale? Come successore di Pietro, Benedetto XVI “si assume come impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Questa è la sua ambizione, questo il suo impellente dovere”. Non sono parole di circostanza, soprattutto se accostate al giudizio espresso sulla necessità del dialogo teologico e sull’urgenza cogente della “purificazione della memoria … che sola può disporre gli animi ad accogliere la piena verità di Cristo”. Sempre richiamando l’aspetto giudiziale del Signore presente e veniente nella chiesa, egli esprime la propria consapevolezza che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto al Signore “di quanto ha fatto o non ha fatto nei confronti del grande bene della piena e visibile unità di tutti i suoi discepoli”. Infine, Benedetto XVI ha assicurato di voler proseguire, nella scia del suo predecessore, il dialogo con le altre religioni e culture e con quanti “cercano una risposta alle domande fondamentali dell’esistenza”.

Sì, mi pare che le urgenze, già intraviste dal concilio, che avevo delineato alla vigilia del conclave su queste colonne, siano proprio quelle su cui Benedetto XVI pensa di dedicare la propria sollecitudine durante il suo pontificato. Ha preso il nome di Benedetto, e ancora non ce ne ha svelato il motivo, ma certo la sua sosta a Subiaco alla vigilia dell’elezione, l’amore che ha sempre mostrato per la regola di Benedetto, il significato che il padre dei monaci d’occidente ha per il cristianesimo europeo non sono certo estranei a questa scelta. Sì, il cardinale Ratzinger, ora papa Benedetto XVI, è sempre stato convinto testimone di una parola della regola benedettina: “Nulla assolutamente anteporre a Cristo, nulla anteporre all’amore di Cristo”.

Enzo Bianchi