La fede non si impone


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La Stampa, 16 ottobre 2005

Ormai non passa giorno in cui qualche cattolico non riesca a esprimere in modo quasi ossessivo due proposizioni che per molti sono convinzione assodata: la prima vuole essere una diagnosi dell’attuale situazione del mondo come società secolarizzata che ha espulso Dio, che è indifferente alla fede cristiana; la seconda appare come una denuncia o una lamentela: i cristiani sono sempre più estromessi dalla vita dellapolis, il cristianesimo è sotto il fuoco incrociato di accuse e di disprezzo, la chiesa cattolica subisce un attacco che mostra l’intolleranza di quanti non vogliono che essa sia in grado di parlare e intervenire pubblicamente. E così, giorno dopo giorno, si accende sempre di più un conflitto tra credenti cristiani e “laici” o non religiosi.

Riguardo alla diagnosi sulla società attuale, è indubbio che i cristiani, scopertisi minoranza, hanno trovato di fronte a sé uomini e donne non solo appartenenti ad altre religioni, ma anche non religiosi e perfino, come ospiti inattesi, numerosi “indifferenti”: si sono trovati cioè in una società plurale nelle fedi, nelle culture, nelle etiche. Una società che a molti cristiani appare estranea a Dio e alla religione, incapace di elaborare un’etica che non sia limitata alla dimensione libertaria e a una “tolleranza” che lascia solo spazio ai diritti individualistici dei cittadini. Quello che nel medioevo era un esercizio ascetico, il disprezzo del mondo – de contemptu mundi– oggi pare applicarsi non più alla realtà “terrena” contrapposta a quella celeste, bensì a una società non più cristiana. È vero che la società attuale e la sua cultura dominante, almeno in Europa, sono ormai lontane dal cristianesimo e che i valori ispirati dal vangelo e custoditi dai cristiani appaiono sempre più estranei agli orizzonti della nostra società; è vero anche che il cristiano sa che c’è nel suo “essere nel mondo senza essere del mondo” una differenza, ma i cristiani dovrebbero chiedersi come mai, pur essendo più di un miliardo (un cristiano ogni cinque abitanti del pianeta), la loro fede appare così poco eloquente e così poco seducente per gli uomini e le donne di oggi. Non è anche per un difetto di coerenza tra quello che i cristiani predicano e quello che vivono? Se c’è assenza di Dio nella vita sociale oggi, dovremmo chiederci quanto non dipenda anche dai cristiani e dalla loro incapacità a farsi comprendere e, in certi casi, dall’ambiguità della loro testimonianza: come ha riconosciuto a più riprese anche Giovanni Paolo II, a volte è proprio la condotta dei cristiani a essere causa di abbandono della fede e di un conseguente ateismo. Davvero i cristiani sono immuni da colpe in tal senso, e tutta la responsabilità ricade sugli altri?

Quanto poi alla denuncia di un cristianesimo sul banco degli imputati o assediato, se non addirittura perseguitato, occorre essere onesti: è vero che in molti paesi europei il cristianesimo è “sotto accusa” (è il titolo di un libro di René Remond), che esiste un nuovo anticristianesimo (ed è il titolo dell’opera più recente dello stesso Remond), che il Trattato di ateologiadi Michel Onfray non è tanto un’opera filosofica o di apologetica dell’ateismo, quanto un libro intollerante che alimenta odio verso i monoteismi e in particolare verso la chiesa cattolica, pur tuttavia quello che potremmo definire un pregiudizio laicista anticattolico, pur presente in paesi come la Francia e il Belgio, è assente in Italia.

Accanto a posizioni che si vogliono neopagane o politeiste, ci sono anche innegabili pretese di esclusione dei cristiani dalla vita pubblica. Il responsabile della Santa Sede per i rapporti con gli stati, mons. Giovanni Lajolo, ha sottolineato con molta puntualità questa situazione, denunciando le violazioni alla libertà religiosa nel mondo e il tentativo di escludere i cristiani dalla costruzione dell’Europa, ma in Italia risulta stonato il coro di lamenti, che si leva da autorevoli frazioni di cristiani credenti e sovente dai cosidetti “cristiani non credenti”, sulla condizione dei cattolici, che sarebbero diventati oggetto di ostilità in quanto tali e bersaglio sistematico delle accuse laiciste. Queste denunce paiono non solo sproporzionate rispetto al dato reale, ma anche offensive verso quei cristiani che sono veramente osteggiati e perseguitati in altri paesi del mondo. Ogni indebito appello al vittimismo, in realtà esonera dall’autocritica, rimuove la necessità della conversione e privilegia l’addebito di ogni problema alla società, agli altri, alla cultura non cristiana.

Del resto, non si dimentichi che anche qualora la chiesa fosse veramente osteggiata, questo farebbe parte delle beatitudini promesse da Gesù ai suoi discepoli: secondo il Nuovo Testamento è normale che la comunità dei credenti incontri ostilità, ma questo non fa che esaltare la sua libertà rispetto ai poteri dominanti e agli idoli religiosi che la seducono e la allontanano dal suo unico Signore. E, comunque, a un’aggressività ideologica non si risponde con un’aggressività simmetrica, fosse pure in nome di Dio.

Allora, anche la giusta rivendicazione da parte dei cristiani del loro diritto a stare nella compagnia degli uomini e nella società quali cittadini impegnati assieme agli altri nell’edificazione della polis, obbedendo alle ispirazioni e alle esigenze del vangelo, finiscono per apparire pretese ingiustificate e pericolose e svuotano la possibilità che la chiesa si faccia invece “presidio” a salvaguardia di un umanesimo oggi fortemente minacciato dalla barbarie. In verità i cristiani non possono rinchiudere e custodire Dio nel recinto delle opinioni private: devono poter esprimere pubblicamente la propria fede e l’etica che ne consegue, non cedendo all’ipocrisia di chi nasconde ciò che in lui è speranza di cui deve rendere conto. Sì, come ogni religione, il cristianesimo non può essere confinato nella sfera privata, ma è anche consapevole di non poter essere ridotto a politica, né imposto come fede o come etica in una società plurale, né può rivendicare un posto centrale nella società. Anche oggi, non possiamo negarlo, i cattolici possono essere “tentati di praticare metodi di intolleranza al servizio della verità”, come ha lucidamente denunciato per il passato Giovanni Paolo II; anche oggi si può cedere alla violenza latente in un certo modo di rivendicare le proprie convinzioni religiose. Recentemente, papa Benedetto XVI ha affermato che “noi cristiani abbiamo l’obbligo di rispettarci e amarci reciprocamente anche in ciò che ci distingue gli uni dagli altri a causa delle nostre intime convinzioni di fede”: essere se stessi, quindi, contiene l’esigenza del riconoscimento dell’altro e della sua diversità.

C’è una fierezza cristiana che i credenti devono avere senza mai arrossire del vangelo, ma questa non deve mai degenerare in orgoglio e arroganza, così come c’è una saldezza nelle proprie convinzioni di fede che non deve mai scadere a sicurezza delle proprie parole scagliate contro gli altri, delle proprie posizioni schierate contro chi pensa diversamente. Quando dei cristiani perdono il carattere della mitezza e dell’umiltà – segno essenziale della qualità di discepoli di Gesù di Nazaret che si è proclamato “mite e umile di cuore” - allora sono essi stessi a minacciare nel concreto il messaggio stesso che vorrebbero trasmettere agli altri uomini.

Eppure ci sono ancora cristiani che ricordano lo spirito e le raccomandazioni del concilio Vaticano II che proprio quarant’anni or sono affermava: “La chiesa non pone le sue speranze nei privilegi offertigli dall’autorità civile. Anzi, essa stessa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza... È suo diritto predicare la fede ... e dare il suo giudizio morale ... e questo farà utilizzando tutti e soli quei mezzi che sono conformi al vangelo e al bene di tutti” (Gaudium et spes 76). Per questo sarebbe di grande aiuto una vera opinione pubblica nella chiesa, un dibattito e un confronto serio tra i cristiani nella libertà e nell’accoglienza reciproca. Oggi invece il dibattito è quasi spento, le voci sembrano tutte uniformi, pare improponibile ciò che in passato era ritenuto una ricchezza: la diversità e la pluralità delle opinioni. Dov’è la parresia, il parlare franco, questa virtù eminente tra quelle cristiane, che rende profetica la voce della chiesa? In questo clima, come non notare il farsi silente di chi constata l’impraticabilità di un dissenso leale, di chi teme che ogni opinione diversa venga bollata come contestazione della chiesa, mancanza di amore per essa o addirittura connivenza con il “nemico”?

Sì, il dialogo tra cristiani e non cristiani richiede franchezza e umiltà all’interno della propria communitascome nei rapporti reciproci: senza di esse non si va da nessuna parte, non si edifica nessuna casa comune, non si elabora nessuna etica condivisa, e a patirne è l’intera convivenza civile.

Enzo Bianchi