Essere stranieri, sfida ai credenti


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La Stampa, 4 dicembre 2005

Una religione come il cristianesimo – che al suo apparire nel mondo greco e romano dovette superare la diffidenza, l’ostilità e addirittura la persecuzione da parte della cultura dominante che non ne tollerava la “differenza”, il modo diverso di porsi non tanto rispetto alla propria matrice ebraica, ma soprattutto nei confronti di una religiosità pagana disposta ad accettare e assimilare ogni tipo di divinità, alla sola condizione che non pretendesse l’esclusività – ha finito per divenire ben presto a sua volta cultura dominante e a identificarsi con la società stessa, durante la quasi bimillenaria stagione della “cristianità” che gli ultimi due secoli hanno visto tramontare non senza sussulti di restaurazione. Così, quando i cristiani parlano oggi di “stranieri” e li giudicano più o meno capaci di integrarsi nelle nostre società e culture, dimenticano che all’origine l’espressione “stranieri e pellegrini” – che si trova nella Prima lettera di Pietro (2,11) – caratterizzava proprio loro, così estranei e “differenti” rispetto alla mentalità circostante.

E difficile negare che questo principio ispiratore dello stare dei cristiani nel mondo e nella storia sia caduto nell’oblio durante quei lunghi secoli in cui, per lo meno in occidente, vi è stata simbiosi istituzionale tra fede cristiana e civiltà, capace di generare un’entità sociale, politica, economica e istituzionale. Eppure quella condizione di “stranierità” - che il vangelo definisce come “essere nel mondo senza essere del mondo” - ridiventa essenziale oggi per un cristianesimo che deve riconoscere la propria situazione di minoranza anche in paesi di antica cristianizzazione. Del resto, fin dal suo nascere sul tronco di Israele, la chiesa si riconosce abitata da una vocazione all’esilio tra le “genti” (le nazioni, i pagani per usare la terminologia biblica), senza mai identificarsi con alcuna etnia, senza mai appiattirsi su un’unica cultura, senza mai adagiarsi in un determinato assetto storico-culturale. C’è anzi da chiedersi se non sia stata propria questa capacità di “inculturazione”, di adattamento, di simbiosi critica ad aver consentito alla fede e alla testimonianza cristiana di declinarsi in modi differenti conservando unità interiore e riconoscimento reciproco tra i fedeli nonostante le vicissitudini della storia e il vasto orizzonte geografico.

Allora riscoprire questa dimensione della stranierità consentirebbe di misurarsi adeguatamente con l’irriducibile dialettica tra appartenenza e differenza, tra solidarietà e diversità, tra convivenza civile e alterità.  Del resto, l’elementare esperienza umana mostra che siamo “stranieri a noi stessi” (secondo la felice espressione di Julia Kristeva), come ci ricordano concordi le svariate voci della cultura del XX secolo – dalla psicanalisi alla filosofia, dalla letteratura alla poesia – che indicano la stranierità come dimensione costitutiva dell’uomo.

Stranierità allora significa, anche per la chiesa, riconoscere gli assetti culturali come provvisori e transitori, distinguendo la “verità” - eccedenza che supera tutti e che nessuno può possedere – dalle sue definizioni. Il Vaticano II, che si chiudeva proprio quarant’anni fa, ricordava come anche le altre religioni “non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini” (Nostra aetate2): riconoscendo la presenza di questi “semi di verità” e vivendo la stranierità, la chiesa  può scoprirsi essa stessa “seme”, annuncio e prefigurazione di una dimensione che la supera infinitamente e alla quale dà il nome di “regno di Dio”. Ma allora l’annuncio cristiano avverrà in una dialettica in cui la de-culturazione dell’evangelizzatore si accompagna alla in-culturazione del vangelo; allora l’altro, cesserà di essere semplice “oggetto” destinato a essere condotto volente o nolente alla “mia” verità, unica e universale e diverrà “soggetto” da accogliere nella sua unicità, con la “sua” verità. Il discernimento della “propria” verità, allora, non potrà avvenire senza l’altro, né tanto meno contro l’altro, non si lascerà ingabbiare in categorie giuridiche o in affermazioni dogmatiche, ma troverà spazio nella storia grazie all’incontro tra diversi, tra stranieri che scoprono possibile una comprensione e una relativa comunione proprio in virtù della rinuncia essere “padroni di casa”, unici detentori del senso e proprietari della verità. Per tutti i cristiani la conoscenza della verità, del bene e del male nell’etica è sempre una conoscenza limitata e relativa, e in questo campo gli “altri” non sono gli avversari della verità bensì occasioni per interrogativi, ricerche, approfondimenti.

Forse questo della stranierità è un campo che andrebbe maggiormente coltivato e indagato sia da laici che da cattolici, in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti “stranieri” ci aiuterebbe a cogliere l’altro nell’interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta.  Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell’ascolto e dell’incontro, non dell’esclusione, dell’arroganza e dell’autosufficienza. E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come “norma” e, quindi, di esercitare pressioni per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti le etiche laiche. Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della “maggioranza” che impone le proprie certezze con quella dell’influenza del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori. Sì, oggi c’è troppa nostalgia di “cristianità”: si riaffacciano pretese e invadenze e si vorrebbe imporre ciò che nel cristianesimo si può solo proporre. Ma quella stessa parola di Dio che situa i cristiani come “stranieri e pellegrini” nella storia richiede anche di non strutturare la loro presenza sui modelli politici mondani (cf. Luca 22,25-27): per i credenti l’essere nella storia deve far emergere la “riserva escatologica”, quell’attesa vigilante di “cieli nuovi e terra nuova” che è costitutiva della loro identità e che fonda la loro prassi anti-idolatrica.

L’essere cristiano non può lasciarsi rinchiudere nell’identificazione con uno specifico progetto di liberazione, di giustizia e di pace, né con le culture generate dall’identità cristiana. Il posto dei cristiani è nella compagnia degli uomini: con loro – senza alcun titolo che a priori li garantisca più degli altri sulla realizzazione di un progetto sociale – dialogheranno e si confronteranno con franchezza e senza arroganza, memori che il loro Signore e maestro li ha chiamati “piccolo gregge” invitandoli a “non temere”: realtà quotidiana di una minoranza fiera della propria identità ma non arrogante, consapevole che, pur senza mai tralasciare di predicare il vangelo, il risultato non dipende dalla sua volontà perché – come ricorda san Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi – “non di tutti è la fede”. In una situazione di pluralismo, la chiesa non deve e non vuole essere un gruppo di pressione perché il suo posto nella società è quello di interlocutrice, non di reggente, e perché, come ha ricordato recentemente Benedetto XVI, “la chiesa non intende rivendicare per sé alcun privilegio ... non vuole imporre ai non credenti una prospettiva di fede”, ma porsi, insieme a loro, al servizio dell’uomo.

Enzo Bianchi