Dialogo, uno sforzo ascetico

Specularmente, si tratta poi di definire se stessi a partire dalla propria identità culturale, storica, religiosa, senza dimenticare che essa è a sua volta frutto di vicende, conflitti, dialoghi, incontri e scontri secolari. Questo duplice atteggiamento – accoglienza dell’autolettura dell’altro e consapevolezza della propria identità – comporta l’accettazione di un’eguaglianza basilare tra interlocutori ed esclude ogni atteggiamento di superiorità morale o di autosufficienza.

Il dialogo autentico – sia esso interreligioso o multiculturale, diplomatico, sociale o politico – non è mai semplice perché richiede costanza, sapienza, disponibilità, non avviene mai a basso prezzo perché esige un vero e proprio sforzo ascetico, teso a pervenire all’essenziale. Vi sono alcune esigenze fondamentali del dialogo che non possono essere ignorate se si vuole che esso non sia un puro esercizio dialettico ma divenga terreno fecondo di incontro. Innanzitutto è necessaria una disponibilità all’ascolto dell’altro e un’accettazione della sua diversità: non possiamo scegliere gli interlocutori a nostro piacimento ma dobbiamo fare i conti con chi ci sta concretamente di fronte.

Anzi, è importante praticare il dialogo a cominciare dagli interlocutori più vicini, per poi allargarlo progressivamente: è questa una capacità rara ma indispensabile, unitamente alla pazienza che rifugge dal ricorso a facili scorciatoie e ad avventurose corse in avanti, per accettare invece, con una buona dose di umiltà, di ricominciare ogniqualvolta l’obiettivo della reciproca comprensione, della civile convivenza e della pace lo richieda.

Pubblicato su: Avvenire