Dialogo, uno sforzo ascetico

Possiamo allora fare a meno del dialogo? Nella stagione che attraversa la società a livello planetario, la domanda non si pone nemmeno: rifiutare il dialogo significa semplicemente scegliere il conflitto come linguaggio di scambio, lasciare che la parola passi alle armi. Le dimensioni globali del confronto etico, sociale, economico sono tali, infatti, che l’alternativa al dialogo non sia un rinchiudersi nella propria autosufficienza, ma il lasciare campo libero a quanti del dialogo non ne vogliono sapere e lo considerano un fastidioso protocollo da soddisfare formalmente per poter passare il più rapidamente possibile a strumenti più sbrigativi e violenti.

Allora, nella difficile stagione di dialogo che attende la nostra società, il ruolo che attende i cristiani non è solo quello di fornire argomentazioni solide e motivate in difesa di principi e valori imprescindibilmente legati all’annuncio del vangelo, ma è anche quello di sostenere tali affermazioni con una prassi concreta, quotidiana: saper ascoltare tutti è ciò che caratterizza uno spazio di autentica libertà in cui è possibile il formarsi di un'opinione condivisa, il recupero di quella parresia, di quella onestà di pensiero e franchezza di parola che fa parte dello statuto cristiano e che resta “buona notizia” per il mondo intero..

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Avvenire, 22 dicembre 2013
di ENZO BIANCHI

 

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