Noi, fedeli alla terra


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Avvenire, 26 febbraio 2005

“Dio creò il terrestre a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: ‘Fruttificate, moltiplicatevi e riempite la terra, soggiogatela e assoggettate i pesci del mare e i volatili del cielo e tutti i viventi che strisciano sulla terra’“ (Gen 1,27-28). Qui, nel primo capitolo del libro della Genesi, cioè dell’origine, dell’ ”in-principio”,  la Bibbia svela la “genesi” del rapporto tra l’essere umano – letteralmente l’Adam, il “terrestre” tratto dall’adamah, la “terra” – e la natura, l’insieme degli esseri animati e inanimati co-creati assieme all’uomo. Qui, nello stravolgimento di quel “soggiogatela”, è svelata anche l’origine di uno sfruttamento indiscriminato della natura da parte dell’uomo. Non più custode del giardino, “maggiordomo” – cioè “anziano della casa”, responsabile verso l’unico signore di tutti gli altri “con-domestici” – ma padrone assoluto, tiranno, l’uomo vedrà il resto della creazione come mero strumento per la propria sussistenza e prosperità, in un’ottica di consumo e di sfruttamento che ignora la qualità di co-creature che accomuna esseri umani, animali, vegetali e natura tutta.

Per la visione biblica l’uomo è sì costituito quale “dominatore” all’interno del creato, ma non può esercitare questo dominio in qualsiasi maniera, fino a disprezzare o a distruggere la vita vegetale e animale, fino a sovvertire l’ordine degli esseri animati e inanimati. Egli deve esercitare il dominio come mandatario di Dio: resta una creatura che deve accogliere come dono e custodire come tesoro la creazione che lo circonda. Equilibrio difficile, pesante responsabilità, certo, ma costitutiva dell’uomo in quanto tale. E oggi avvertiamo forse come non mai l’esigenza di ritornare a un rapporto uomo-natura maggiormente conforme alle origini: finché infatti l’ambiente naturale era nel suo complesso più forte dell’uomo, quest’ultimo poteva svilupparsi in tutta la sua potenzialità senza minacciare alla radice la sopravvivenza delle co-creature che aveva accanto. Ma ora che, sottoposta a incessante sfruttamento, la terra rivela la propria fragilità e l’uomo utilizza la sua astuzia e la sua scienza per aggirare gli ostacoli e le difese naturali dell’ambiente, siamo bruscamente ricondotti alle nostre responsabilità verso il creato, verso noi stessi, verso l’armonia tra tutti gli esseri. Ci era parso facile e persino lecito dominare il mondo: ora ci accorgiamo di quanto sia difficile controllare la nostra stessa forza e non cedere a eccessi o abusi. La sfida etica che non possiamo più eludere consiste anche nell’acquisire la padronanza delle nostre capacità: siamo infatti gli “amministratori” del mondo, ma sappiamo amministrare la nostra potenza? Siamo consapevoli e memori che il termine stesso di “amministratore” rimanda a un “ministero”, cioè a un servizio? Siamo disposti a prendere sul serio la conseguenze di una “fedeltà alla terra” che implica il non abbrutirla a deposito di scorte per il nostro benessere materiale per riscoprirla come occasione di contemplazione della bellezza del Creatore riflessa nelle sue creature?

In una società che tende a trattare la natura come oggetto manipolabile a piacimento – società che una certa fede cristiana “acosmica” ha contribuito nei secoli a plasmare – i credenti sono chiamati oggi a riscoprire la loro qualità di co-creature, responsabili di fronte a Dio di una quotidiana ricerca dell’armonia dell’in-principio, di quella “bontà e bellezza” del creato uscito dalla volontà e della parola di Dio. E il cammino verso questo “paradiso ritrovato” non può essere quello di una regressione fusionale nell’utero di “madre-terra”, né il dissolvimento nell’oceano dell’oblio, ma la sapiente, tenace memoria delle nostre radici, del nostro passato che solo può essere promessa per il futuro: assieme a noi, come scrive san Paolo ai Romani, “la creazione intera geme e soffre nell’attesa impaziente della piena rivelazione dei figli di Dio e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.

Enzo Bianchi