Memoria, il bisogno di purificare


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La Stampa, 26 giugno 2005

Nei giorni scorsi un inconsueto gesto di papa Benedetto XVI è passato quasi inosservato, archiviato tra le tante incombenze anche amministrative che gravano su chi assume la responsabilità ultima di un organismo delle dimensioni del Vaticano. Eppure non capita tutti i giorni che un pontefice sospenda una beatificazione già decretata dal suo predecessore, della quale è già stata fissata anche la data della celebrazione, e rinvii la pratica a un nuovo esame da parte delle istanze competenti: è quanto, invece, è avvenuto con p. Léon Dehon (1843-1925), a seguito di una nuova attenzione posta ad alcuni suoi scritti che contengono espressioni antisemite proprie dell'antigiudaismo cattolico del tempo. L’insolita decisione di papa Benedetto XVI è stata presa a breve distanza dalla prima udienza da lui concessa a una delegazione ebraica mondiale guidata dal rabbino David Rosen: un segnale preciso della convinzione con cui il successore di Pietro è intenzionato a proseguire il cammino irreversibile avviato dalla chiesa cattolica con il Vaticano II e poi con Giovanni Paolo II nella comprensione del mistero di Israele e delle responsabilità anche da parte di cristiani nel diffondersi nefasto dell’antisemitismo.

Del resto Benedetto XVI, fin dal primo discorso ai cardinali all'indomani della sua elezione, aveva posto la prosecuzione dell'attuazione del concilio e, in particolare, l'impegno ecumenico, sotto l'urgenza della “purificazione della memoria”. Così si era espresso in quella circostanza: “Il dialogo teologico è necessario, l'approfondimento delle motivazioni storiche di scelte avvenute nel passato è pure indispensabile; ma ciò che urge maggiormente è quella purificazione della memoria che sola può disporre gli animi ad accogliere la piena verità di Cristo”. Sì, il cammino ecumenico abbisogna che tutti gli interlocutori intraprendano la purificazione della memoria che significa non solo ricordo degli errori, ma anche rilettura rappacificata degli eventi per non sminuirne la portata a propria discolpa né enfatizzarla per aggredire ancora oggi l'altro.

Cammino certo non facile, sovente assai doloroso, come ci testimonia l’altra notizia recente che ci interpella sull’esigenza di sanare ferite del passato, remoto e prossimo, per riattivare il dialogo fraterno e la convivenza civile. Con un suo comunicato la chiesa ortodossa serba ha preso le distanze, non senza imbarazzo, da un suo monaco apparso in un video sconvolgente – mostrato al tribunale internazionale dell’Aja – mentre benedice alcuni membri della milizia degli “Scorpioni” i quali, in un’altra sequenza girata successivamente, verranno ripresi mentre uccidono a sangue freddo dei prigionieri musulmani bosniaci: immagini e orrori che risalgono a solo dieci anni fa, al cuore dei tragici eventi di Srebrenica, al cuore di quella che noi chiamiamo con ostinazione Europa.

Due episodi certo molto diversi, ma che ci mostrano come il cammino da fare nel recupero, prima ancora che nella purificazione, della memoria è ancora lungo. Non basta infatti che un fatto sia accaduto perché diventi patrimonio acquisito, per il singolo e per l’umanità: è la memoria che compie questa trasformazione, che coglie, rilegge, sceglie e interpreta il passato affinché non scompaia nell’abisso dell’oblio e non spalanchi così il baratro del non senso davanti a noi. Si fa sempre più strada la convinzione della “necessità” del parlare, del narrare l’indicibile, del vincere la rassegnazione disperata di chi sa che non potrà essere creduto perché quanto è avvenuto è umanamente incredibile, di chi ha impresso negli occhi e nell’animo la disumanizzazione dell’uomo, sia stato esso vittima o carnefice, sommerso o salvato. È il cammino, estremamente doloroso ma al contempo liberatorio, intrapreso anche nel Sudafrica del post-apartheid con la commissione per la riconciliazione e il perdono: ricordare non per gettare sale su ferite ancora aperte, non per accrescere lo strazio dei sopravvissuti, ma per impedire che con la vittima scompaia anche la sua memoria, il ricordo della sua dignità umana. “Continuare a esistere come ebrei è diventato il mio 614° precetto – affermava il filosofo Fackenheim – per non dare a Hitler una vittoria postuma”. Sì, il dovere di ricordare è un debito che abbiamo verso le vittime della storia, non solo per evitare che gli stessi orrori non abbiano più a ripetersi, ma anche per non rendere vana, vuota, mai esistita la loro vita, i loro affetti, le loro speranze.

Il ricordare, la memoria come chiave del rapporto dell’uomo con il tempo mi pare d’altronde già insita all’interno di quel grande codice della civiltà occidentale che sono le “dieci parole”, i dieci comandamenti: l’unico di essi che abbia un riferimento al tempo, al ritmo e alla misurazione dello scorrere della vita, è anche l’unico che inizia con il comando di fare memoria: “Ricordatidi santificare il sabato!”. E, sempre non a caso, è immediatamente seguito da quello relativo al rapporto con chi ci ha preceduto perché ci ha generato, con il nostro passato prossimo: “onora tuo padre e tua madre”. Fare memoria di ciò che è stato, di ciò che Dio ha operato, diventerà in tutta la bibbia un leit-motiv, un costante invito a leggere gli eventi della storia in una luce che non lascia spazio alle tenebre dell’oblio, un richiamo alle inesauribili potenzialità di cui l’umanità è dotata.

Lamemoriadiventa il luogo necessario del discernimento, in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro. Discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all’incepparsi stesso della trasmissione – non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato – alla puerile pretesa dell’autogenerazione, all’enfasi posta sull’oggi o su un futuro concepito solo come un ossessivo protrarsi dell’attimo presente. Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, l’oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell’oggi merita di avere un futuro. La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l’evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani.

Purificare la memoria significa allora che il ricordare avviene nella logica del possibile perdono e della possibile riconciliazione: ricordare in modo purificato non significa ricordare “contro” i successori, gli eredi di quanti hanno commesso delitti, bensì ricordare in tutta verità il male compiuto per riconciliarsi oggi. E' questa la condizione per non ripetere nuovamente il male: non consentire che esso alimenti l'odio e l'inimicizia, ma rileggerlo come fratelli riconciliati che insieme si impegnano a rigettarlo dal proprio agire. Solo così la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a degli eventi e a una verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di “storia”: fare memoria allora è operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l’attesa del non ancora realizzato.

Enzo Bianchi