L’uomo della pace che ha chiesto perdono

La Stampa, 3 aprile 2005

Nei giorni dell’ottava di Pasqua, quando tutti in cristiani di occidente celebrano il mistero pasquale della morte e risurrezione del loro Signore, mistero che dà senso alla loro fede e alla loro vita di battezzati, il vescovo di Roma, successore di Pietro, “servo dei servi di Dio”, vive nella sua carne il medesimo mistero di Pasqua, di passaggio alla vita piena. L’enigma della morte nel cristiano diventa un mistero: per ogni cristiano, papa o semplice fedele! Diventa un mistero al punto che il cristiano deve fare della morte “un atto” con cui ridà puntualmente la propria vita al Creatore. È per questo che la morte dev’essere vissuta pregando e va accompagnata dalla preghiera di quanti sono raggiunti da quell’evento. Sì, Giovanni Paolo II ha dato tutti i segni di saper fare della propria morte un atto e diviene così una lezione magistrale in un’epoca in cui la morte è diventata oscena, la sofferenza fisica una realtà da non far mai emergere, la malattia un non-luogo per la relazione e l’esercizio dell’amore.

La morte è il caso serio per ogni uomo, perché ogni uomo – “nel cui cuore è deposto un senso di eternità”, come ricorda Qohelet – sente la morte come fine: fine delle relazioni, fine degli affetti, fine dell’operare, dell’agire cui uno si è dedicato con convinzione e dedizione, magari per una vita intera. Quando l’uomo vuole capire se stesso, quando vuole verificare il senso della propria vita, deve interrogarsi sulla morte. E il cristiano, di fronte a questo evento sentito come umanamente estraneo ed estraniante, attraverso la fatica della fede cerca di sperare: Colui in cui il cristiano ha riposto la propria fede e di cui ha fatto esperienza durante tutta la vita non potrà non essere là, al di là della morte, per accogliere a braccia aperte chi muore. È così che resta il timore ma scompare l’angoscia della morte, è così che la morte può diventare “sorella”. I primi cristiani venivano definiti “quelli che non hanno paura della morte” e di questo cammino nella sofferenza sì, ma nella pace Giovanni Paolo II si è fatto visibilmente narratore per tutti noi.

Il contrario dell’occultazione della morte è la spettacolarizzazione: è per noi motivo di serenità che non ci sia stata una “morte in diretta” ma un accompagnamento affettuoso, un accompagnamento nel rispetto e nel silenzio che ha aiutato a pensare, a capire quanto umana e appartenente alla vita sia la morte. Oggi prevale purtroppo l’idea che la vita coincida con lo star bene di salute e con l’efficacia dell’agire, ma questa convinzione dominante è solo una barbarie che contraddice l’approfondirsi dell’umanizzazione e una più grande qualità della vita e della convivenza.

La chiesa tutta e molti non cattolici sono stati in queste ore spiritualmente al capezzale del papa, come lo erano stati alla vigilia della Pentecoste del 1963 a quello del “papa buono”, Giovanni XXIII. Paolo VI se ne andò nella discrezione, la sera della grande festa della Trasfigurazione il 6 agosto 1978, in piena estate, mentre regnava il clima delle vacanze. Le forme del morire sono differenti per ogni uomo e noi non dobbiamo leggerle e misurarle in base alla loro forma: l’importante è “l’atto” della morte, cioè della consegna della vita. Chi ha speso tutta la vita per fare la volontà di Dio, anche nella morte continua a fare della propria vita un dono.

Sono tante le immagini e le parole dei lunghi e fecondi anni di pontificato di Giovanni Paolo II che vengono alla mente in queste ore, in questi giorni in cui immagini e parole appaiono in tutta la loro inadeguatezza e impotenza a esprimere il senso di una vita e di un  ministero a servizio della chiesa e dell’umanità. Come non ricordare quella sera del 16 ottobre 1978, quando dalla loggia di San Pietro apparve una figura inattesa e si udì una voce dall’accento insolito? E quelle sue parole, forti nel timbro, salde nello scandire “Sia lodato Gesù Cristo!”, che preannunciavano un vento nuovo per tutta la chiesa, ancora stupita per l’improvvisa scomparsa del suo predecessore. Sì, sono passati quasi ventisette anni da quella sera autunnale, e ci sarà tempo per rileggere un pontificato talmente lungo da potervi discernere fasi e mutamenti di valutazioni e di atteggiamenti, ma già oggi possiamo raccogliere alcuni punti fermi dell’insegnamento che questo papa lascerà alla chiesa tutta, a quella cattolica innanzitutto, ma anche alle altre confessioni cristiane.

In questi ultimi tempi, dalla sua malattia e dalle sue sofferenze è emersa con modalità completamente diverse la sua fede in Colui che solo gli ha dato forze ed energie insospettabili e che ora lo accompagna nella sua debolezza estrema. Ma emerge anche un’altra icona propria della settimana di passione del Signore che i cristiani hanno appena vissuto: l’“Ecce homo!”, il manifestarsi dell’essere umano, nella sua fragilità, nella sua debolezza, nel suo “sfiguramento dolorante”, ma anche dell’uomo che ha speso tutta la vita per il vangelo, cioè per gli uomini tutti, amando fino all’estremo. Del resto, tutto il ministero del successore di Pietro nella sua essenza evangelica è solo questo: un servizio incessante alla comunione, un perseverante riconfermare i fratelli. La parola dell’ultimo Vangelo è decisiva e profetica: Pietro andrà dove non vorrà andare e renderà gloria a Dio nell’impotenza di chi sa solo tendere le braccia. Ed è all’interno di questo servizio svolto fino all’ultima goccia di energia che possiamo individuare alcune svolte che condizioneranno la chiesa nel futuro, svolte dalle quali difficilmente si potrà tornare indietro per contestarle.

La prima è quella operata da Giovanni Paolo II nell’atteggiamento della chiesa verso gli ebrei. Certo, già Giovanni XXIII aveva dato un segno forte di mutamento, cominciando a rinnegare ogni antigiudaismo, ma questo papa ha operato un mutamento non solo nella carità, ma a livello teologico: per i cristiani, gli ebrei sono fratelli, restano tuttora il popolo in alleanza con Dio, un’alleanza che, come le promesse, non è mai stata revocata. Verso di loro la chiesa chiede innanzitutto perdono: quell’icona di Giovanni Paolo II in preghiera al Muro del pianto, quel biglietto infilato tra le fessure contenente la richiesta di perdono per ciò che i cristiani nella storia hanno operato contro gli ebrei, è lei stessa un “mai più” definitivo e solenne, proclamato a nome di tutti i cattolici.

La seconda svolta è quella nei confronti delle religioni non cristiane e in particolare dell’islam. Inaudito e impensabile prima di lui: a Casablanca il papa ha baciato il Corano, a Damasco è entrato a pregare nella moschea degli Omayyadi dove si trova la tomba di Giovanni il Battezzatore, ha indetto un digiuno penitenziale per la pace in concomitanza con l’apertura del ramadan musulmano… Sì, c’è uno spirito di Giovanni Paolo II, “lo spirito di Assisi”, che sa annunciare l’universalità della salvezza anche ai non cristiani, proprio in nome di una fede saldissima in Cristo, parola eterna di Dio disseminata in ogni cultura e in ogni tempo. Uno spirito che ha saputo scongiurare lo “scontro di civiltà”, che ha chiamato fuori i cristiani da qualsiasi identificazione con una cultura e da ogni tentazione di riaprire le guerre di religione e i conflitti in nome di Dio.

In questa stessa ottica, non possiamo dimenticare il magistero di pace di Giovanni Paolo II, un magistero fattosi insistente, quasi ossessivo durante l’ultimo decennio, un magistero e una prassi testimoniata “a tempo e fuori tempo”. Da vero artefice di pace, l’ha chiesta con forza, ha usato tutte le arti della persuasione, della diplomazia, del dialogo: non ha temuto neanche di ricorrere a parole forti, profetiche, sovente scomode per i potenti. Ha condannato la guerra preventiva, senza per questo abbandonare la tradizionale posizione cristiana che contempla la possibilità di una difesa con mezzi proporzionati davanti a un’ingiusta aggressione.

E, infine, come non riandare al cuore dell’evento giubilare, quando Giovanni Paolo II confessa i peccati, le colpe dei cristiani e chiede perdono, a Dio e alle vittime. Un gesto certamente poco capito, sia nella chiesa che tra i non cristiani, ma che resta forse l’azione più cristiana ed evangelica compiuta da questo papa, un’azione di cui ha voluto assumersi pienamente e personalmente la responsabilità. Confessare le colpe dei cattolici verso gli oppressi della storia, verso i popoli colonizzati, verso le altre chiese, verso i perseguitati in nome della verità, e farlo in una liturgia pubblica, solenne, in San Pietro, è stato un gesto di rara profezia, in seguito più volte ripreso: “Noi perdoniamo e chiediamo perdono!”. Perdono che Giovanni Paolo II ha avuto l’intuizione profetica di legare indissolubilmente alla realizzazione della giustizia autentica e alla ricerca della pace nell’esercizio della riconciliazione: un appello, questo, destinato a tutti gli uomini e le donne “di buona volontà”.

Certo, nessun cristiano, nemmeno un papa, compie tutto ciò che il vangelo chiede di compiere, certo un giorno si leggerà anche ciò che ancora resta da compiere alla chiesa per essere ancor più fedele al suo Signore, tuttavia abbiamo davanti a noi la testimonianza di un papa che ha alimentato il dialogo con gli uomini, ha fatto dell’uomo e dell’umanesimo il vero traguardo del cristianesimo, ha mostrato di essere un “confessore della fede” che sa ridestare la fierezza dell’essere discepoli di Cristo.

Enzo Bianchi