Il male alla nostra porta


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La Stampa, 10 luglio 2005

Ancora una volta siamo brutalmente obbligati ad assistere a un’apocalisse, a una “rivelazione” del male che – come ci ricorda il libro della Genesi – giace accovacciato alla soglia del cuore dell’uomo e si scatena ogni volta che l’uomo rinuncia a dominarlo e ne diventa schiavo: il gesto omicida di Caino resta emblematico del fatto che la morte si affaccia nella storia dell’umanità nel momento stesso in cui il fratello non si sente più custode del fratello, in cui rinnega la responsabilità verso l’altro. Ma emblematico resta anche il segno impresso su Caino a sua protezione: la spirale mortifera della violenza non la si spezza generando altra violenza. Del resto non consola nessuno, ma semmai accresce il dolore e l’amarezza, il constatare che la guerra in Iraq – una guerra che resta illegittima –  la risposta colpo su colpo in una micidiale escalation di violenza, si rivela ancora una volta essere non la soluzione ma la complicazione del problema. Né serve limitarsi a ribadire che la risposta armata al terrorismo è una strategia sbagliata perché incapace di fermarlo: è sbagliata perché contraddice quelli che affermiamo essere i nostri beni più preziosi. Se infatti valutassimo i nostri comportamenti in base ai risultati, dovremmo allora constatare che anche la tolleranza, la pacifica convivenza di milioni di persone di etnie, costumi, religioni, ceti diversi “non paga”. New York, Londra, Madrid stessa, non sono forse tra le metropoli più cosmopolite, tra gli spazi civili dove maggiormente si ricerca, con fatica ma con tenacia, un armonioso interscambio di culture? E anche i Paesi Bassi, “regno” della tolleranza e dell’integrazione dei diversi, non hanno forse visto scatenarsi a loro volta la follia omicida di chi proprio questi valori non tollera?

Sì, dobbiamo assumere che i valori della nostra civiltà sono fragili non per il loro contenuto, ma per il fatto che possono essere difesi solo a mani nude, da uomini e donne “disarmati”, consapevoli che rinnegarli nella prassi per poterli affermare nei principi non è possibile. La democrazia non si esporta con le bombe, è stato detto, così come la convivenza pacifica non la si edifica con la demonizzazione del diverso, né la tolleranza con l’insulto e il discredito gettato sull’avversario. Non possiamo pensare di trasformare l’hostes inhospes, il nemico in ospite, se consideriamo ogni ospite un potenziale nemico; non possiamo vivere la solidarietà con chi è nel bisogno se percepiamo ogni bisogno dell’altro come minaccia ai nostri interessi; non riusciremo mai a discernere ciò che contribuisce al bene comune se non sappiamo discernere tra una sparuta minoranza di fanatici assassini e un’enorme maggioranza che quotidianamente tesse una vita di relazioni nella pace e nel rispetto reciproco.

Di fronte a questa epifania di terrore, la tentazione di molti che si nutrono di orgoglio e presunzione occidentali è quella di leggervi uno scontro tra l’impero del Bene e l’impero del Male, con la conseguente necessità della risposta della guerra che si rivela in realtà una vertiginosa crescita della barbarie mondiale. C’è diritto assoluto alla difesa, occorre disarmare al più presto i terroristi, ma facendo un’operazione di discernimento che sappia anche leggere come il terrorismo, mai giustificabile, si nutra però anche di disperazione, di ingiustizie e di oppressione subite.

Più volte ho sostenuto che se accettiamo quello che alcuni, con malcelata soddisfazione, dipingono come “scontro di civiltà”, finiremo solo per generare una guerra di barbarie: le civiltà autentiche hanno imparato – proprio nel loro lento e a volte contraddittorio trasformarsi da usanze locali, tribali in cultura condivisa, plurale – che i valori non si “scontrano”, ma si confrontano, si intrecciano, si approfondiscono, si affinano nel dialogo con chi è cosciente di possederne altri. Un valore, infatti riesce a “pre-valere” solo grazie all’affermarsi della sua autorevolezza etica, altrimenti sarà qualcosa che non si impone ma che è imposto e, come tale, presto o tardi verrà scosso e spezzato come un giogo di chi ritiene di averlo subìto.

Certo non è praticabile il dialogo con chi parla solo seminando morte e terrore, ma questo non dovrebbe scoraggiarci bensì, al contrario, rafforzare i nostri sforzi di interloquire con quanti nel mondo arabo e in quello islamico – che, non dimentichiamolo, non sono coincidenti – perseguono a loro volta cammini di convivenza, di giustizia, di equa ripartizione delle risorse naturali, patrimonio dell’umanità intera. Non scordiamoci che non è solo l’occidente a pagare il prezzo del terrorismo e della spirale di guerra che si alimenta a ogni nuovo attentato efferato: lo pagano i rappresentanti dei paesi arabi moderati (come dimostra anche l’assassinio dell’ambasciatore egiziano a Bagdad, attuato in significativa coincidenza con la strage di Londra) e gli abitanti di quei paesi che faticosamente lottano per una maggiore giustizia e democrazia al loro interno, lo pagano milioni di musulmani presenti nei nostri paesi come onesti lavoratori alla ricerca di migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari, lo pagano le popolazioni più povere del pianeta, indipendentemente dalla loro etnia e dal loro credo religioso, che vedono enormi quantità di denaro distolte dagli aiuti in generi alimentari, in farmaci, in investimenti agricoli e produttivi per essere dirottati verso inesauribili spese in armamenti e dispositivi di sicurezza. Sì, il prezzo di questi “atti barbarici contro l’umanità” – come li ha definiti anche Benedetto XVI – è pagato da tutti, perché volenti o nolenti siamo tutti solidali su questo pianeta, tutti ci muoviamo nell’unica atmosfera non solo danneggiata dall’inquinamento e dall’effetto serra, ma appestata dal clima deleterio dell’uomo nemico dell’uomo, del fratello in umanità che uccide il fratello.

Ancora una volta e con sempre maggior forza dobbiamo ribadire che non ci è lecito identificare il terrorismo con l’intero mondo arabo, non ci è lecito suggerire l’equivalenza tra islam e odio, non ci è lecito invocare Dio per le nostre guerre idolatriche, non ci è lecito impedire al mondo arabo e islamico di divenire soggetto attivo nella positiva gestione della scena mondiale, di essere partecipe di quel comune farsi carico dei problemi della nostra società globale. Certo, quello del dialogo costante è un processo molto più lento, più faticoso della logica della clava: è un processo che richiede di attingere con convinzione alle nostre migliori risorse culturali e morali, che ci domanda di non assecondare il male accovacciato alla nostra porta, ma di vincerlo con la forza dirompente di un bene ricercato e voluto tutti insieme. Esso, tuttavia, rimane un processo ineludibile: è in gioco l’umanità.

Enzo Bianchi