L’Epifania


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La Stampa, 6 gennaio 2005

Ed è giunta anche l’Epifania, festa “che tutte le feste porta via”, come si diceva un tempo constatando con sano realismo che anche le feste di Natale – questo susseguirsi di occasioni gioiose per stare insieme, per scambiarsi un dono a testimonianza di affetto e gratitudine, per rivedersi approfittando del tempo libero della vacanza – avevano fine e si doveva ritornare al quotidiano, fatto di pena e di fatica. Da ragazzo, per il mio essere fin da piccolo un po’ “altrimenti” rispetto ai miei coetanei, non partecipavo a quelle celebrazioni paganeggianti in cui si bruciava una vecchia che cavalcava una scopa, quella “Befana” (il cui nome altro non è che una volgarizzazione del greco Epifania) che in realtà rappresentava un’annata ormai passata, qualcosa di vecchio di cui sbarazzarsi per aprire un nuovo anno migliore. Ricordo invece l’ansia nello scuotere la calza appesa al camino, il timore di vederne uscire solo del carbone, segno del mio non essere stato “buono”; ricordo la gioiosa spavalderia dei giovani che proprio all’Epifania iniziavano a uscire di notte percanta’ ij oeuv, “cantare le uova”, cioè per svegliare con canti gli abitanti delle varie cascine e costringerli ad aprire la porta e a far dono di qualche uovo per una frittata di festa.

Quest’anno però le feste di Natale sono state turbate, anzi lacerate dal terribile maremoto nell’oriente asiatico: decine di migliaia di morti, migliaia di dispersi per i quali non si avrà mai quella certezza della morte che viene dal vederne e piangerne i corpi, tanta devastazione che, assieme agli esseri umani, ha travolto animali, vegetazione, mari… E i sopravvissuti? Dramma dei piccoli orfani, di chi ha perso coloro che amava, di chi ha avuto salva la propria vita per ritrovarsela marchiata dalla morte di chi le dava un senso. C’è chi ha scritto che questo 26 dicembre, come già l’11 settembre 2001, ha cambiato il volto del mondo e la vita degli uomini. Proviamo a riascoltare in questi giorni frasi come “impero del male cui si deve opporre il bene incarnato dall’occidente”, a far risuonare parole come “crociata contro i paesi che ci assalgono”: come suonano stonate, inadeguate, offensive dei sentimenti che ci abitano in questi giorni… No, siamo tutti abitanti di questa terra che ci sembra sempre più piccola e fragile, siamo tutti co-creature, cioè viventi che condividono uno stesso spazio e che, se vogliono avere un orizzonte di vita, devono pensarlo insieme, desiderarlo insieme, costruirlo insieme, esercitandosi a sperare per tutti e non per se stessi senza gli altri o contro gli altri.

Eppure non possiamo dimenticare che c’è chi, anche dopo la catastrofe, avrebbe voluto partire in vacanza per quei paesi sognati come “paradisi”, a condizione che gli fosse assicurato di non dover vedere i segni delle devastazioni, c’è chi come sciacallo si è gettato sugli orfani per tentarne uno squallido mercato, chi ha continuato le vacanze come se nulla fosse successo… Sì, siamo soliti ripetere: “dopo l’11 settembre, dopo il 26 dicembre nulla sarà più come prima”. Ma lo avevamo già sentito ripetere dopo Auschwitz, dopo Hiroshima… In realtà l’umanità è sempre quella, con le sue componenti di bene e di male che crescono ogni giorno con la crescita della scienza e della tecnica. Tuttavia questa tragedia dovrebbe interrogarci: anche le catastrofi naturali che non abbiamo potuto impedire devono darci un insegnamento sul chi siamo, dove andiamo, a cosa diamo peso, cosa realmente desideriamo. Solo cercando tutti insieme – credenti e agnostici, religiosi o atei, occidentali od orientali – una risposta a questi interrogativi riusciremo a non “fare i buoni” solo nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, raccogliendo e inviando aiuti urgenti ma sporadici, ma giungeremo all’autentica com-passione – il soffrire e il sentire insieme – e troveremo vie per rendere le nostre e le altrui vite maggiormente segnate dalla bellezza, dalla bontà, dalla felicità, nella misura delle nostre possibilità. Anche se questo, certo, richiede a ciascuno assunzione di responsabilità.

Ed è a questo sentire comune anche con i lontani, a questo sperare per tutti che ci rimanda la festa dell’Epifania. Se a Natale i cristiani ricordano che il Messia Gesù è nato a Betlemme in una condizione di povertà e che solo poveri pastori lo hanno riconosciuto, l’Epifania (che per l’oriente cristiano è la grande festa legata alla Natività) ci ricorda che alcuni uomini che non avevano la fede nel Dio di Israele, alcuni sapienti, sono stati anch’essi coinvolti dall’evento della nascita di Gesù. Pagani, appartenenti non al popolo eletto ma alle genti e alle culture d’oriente, eppure uomini capaci di una ricerca, di una lotta anti-idolatrica, di una lettura dei segni dei tempi, di inseguire una speranza che abita tutta la storia umana. Si sono messi in cammino, hanno lasciato il noto dei loro luoghi per seguire una stella e giungere allo stesso centro: il Messia Gesù. Avevano un “orientamento”, potremmo dire, e seguendolo con tutto se stessi, con convinzione e perseveranza, pronti ad affrontare l’ignoto, sono giunti alla fine della loro ricerca. Ecco il significato dell’Epifania: la buona notizia del cristianesimo non si identifica con una cultura, ma è universale, perché ogni essere umano e ogni cultura può, nell’uomo Gesù che ha raccontato Dio, trovare la verità dell’uomo, può cogliere l’altro come destinatario di attenzione, di vicinanza, di amore.

Epifania. L’occidente ha visto nei sapienti dei Vangeli tre re, aumentando così la carica di stupore che attraversa il racconto: pur essendo re, hanno avuto il coraggio di lasciare “il palazzo”, di mettersi in viaggio per cercare, confessando la propria non autosufficienza, fissando lo sguardo su una stella per sfuggire all’autoreferenzialità. E così hanno trovato un altro re, anch’egli fonte di grande stupore: nato in una grotta, una stalla di campagna, figlio di povera gente… Queste figure provenienti dall’oriente hanno affascinato pittori di ogni tempo, così come poeti e scrittori moderni: Eliot, Yeats, Rilke, Tournier, Brodskij, Luzi hanno cantato questo viaggio di ricerca, questo farsi vicino del lontano, questo cercare e trovare in un evento comunissimo, la nascita di un bambino, un segno da interpretare e da cui trarre speranza. Ma questi sapienti dell’oriente hanno costituito anche per gli ambienti più semplici l’immagine dell’alterità: se, infatti, lo stesso Gesù appena nato è sempre stato raffigurato con le sembianze somatiche di “uno di noi”, bianco, con gli occhi chiari, i magi hanno rappresentato il simbolo del diverso – per colore della pelle, per uso di cavalcature, per abiti e abitudini – dello straniero che si fa prossimo. Forse anche per questo un tempo l’Epifania era una festa “estesa”, dilatata. Quanto il Natale invitava all’intimità del singolo nucleo famigliare, tanto l’Epifania veniva allargata a parenti, vicini, persone sole, agli emarginati: una festa contrassegnata dalla generosità, dalla gratuità del dono. Non ci sorprende, allora, se perfino i fautori della laicissima rivoluzione francese ripresero le tradizionali “galettes des Rois” che addolcivano l’Epifania e disposero – con decreto del 4 Nevoso dell’anno III (il 24 dicembre 1792) – che i “cittadini” condividessero “les galettes de l’égalité”, quei semplici biscotti capaci di far assaporare il gusto dell’umanità che ci accomuna allo straniero, che ci fa sentire tutti uguali: quel sapore di cui è impregnata la festa dell’Epifania.

Enzo Bianchi