Quando i laici sono un’opportunità per i credenti


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La Stampa, 27 agosto 2005

In questi ultimi tempi nel nostro paese il dialogo e il confronto tra i cattolici e i non cattolici ha subito un mutamento nella qualità degli interlocutori, ma ha anche presentato aspetti di scontro, di polemica e di invettive reciproche che credevamo ormai relegate nel passato, confinate nella logica delle diatribe tra clericali e anticlericali. In verità, nella seconda metà del secolo scorso, lo scontro appariva più tra credenti e atei, schierati in aree politiche contrapposte, ma nell’agorà odierna la militanza religiosa o atea ha poco rilievo e suscita poco interesse perché ormai fede e non fede si situano in modo diverso: i credenti oggi, in larga maggioranza almeno, non hanno più la connotazione della militanza combattiva, bisognosa di un avversario, mentre d’altro canto sono rarissimi i pensatori che impegnino l’ateismo in una battaglia contro i credenti.

È emersa una nuova categoria di non cattolici che sono i “senza religione”, persone che dichiarano di non appartenere a nessuna confessione religiosa, di non provare interesse per la fede, e che si comportano di conseguenza. Sono la grande massa degli indifferenti: non prendono posizione contro l’esistenza di Dio – questo significherebbe considerare la questione Dio come meritevole di ricerca e di riflessione – ma semplicemente pensano che altre realtà debbano catturare l’interesse e la cura degli uomini.

L’indifferenza, come tutte le forme di incredulità e di fede, nasce e si sviluppa attraverso dimensioni sociali, culturali e religiose della nostra modernità. È la società pluralista e democratica che permette l’organizzazione di uno spazio pubblico di confronto e di decisione in cui qualunque soggetto è libero di intervenire o meno: ma proprio la possibilità di presenza e di espressione in una società pluralista di proposte e confronti numerosi e contraddittori può generare come reazione anche fenomeni di indifferenza. Questo è il l’orizzonte che i cristiani trovano nella società in cui sono minoranza.

Gli indifferenti: ospiti inattesi, intrusi indesiderati, presenza ingombrante di fronte alla quale i cristiani sono tentati o di rimuoverla con la nostalgia di un mondo popolato di militanti contrapposti, oppure di condannarla con giudizi sommari, unicamente negativi, sovente venati di disprezzo: gli indifferenti sarebbero soltanto il frutto del relativismo filosofico e morale. Di fronte a essi ecco per i cristiani la tentazione del “ritorno delle certezze”, dell’affermazione dell’identità pura e dura. Ma i cristiani dovrebbero chiedersi se, dipingendo della società in cui vivono un’immagine soltanto negativa e degna di condanna, non si precludano di fatto un ascolto e un’accoglienza del loro messaggio. L’ascolto infatti necessita, per definizione, l’abbattimento dei pre-giudizi e delle immagini pre-concette dell’altro. Giovanni Paolo II conosceva bene la situazione dell’Europa e tuttavia al sinodo dei vescovi europei ha ammonito: “È un luogo comune parlare di crisi dell’Europa, ma noi non vogliamo lasciarci imprigionare da questi schemi stretti e pessimistici di una cultura di crisi”.

Certo, qui il confronto e il dialogo diventano difficili, e io resto convinto che l’unica possibilità che i cristiani hanno sia di mostrare loro la “differenza cristiana” con la vita, il comportamento, la forma di appartenenza alla polis. Ma è proprio all’interno di questa maggioranza indifferente che mi pare si collochino coloro che in Italia si definiscono loro stessi e vengono chiamati i “laici”.

Costoro sono certamente non cristiani – dato che non appartengono a una confessione e non dichiarano la loro adesione al credo cristiano – ma sono comunque interessati a una dialogo con quei cristiani che ammettono la laicità dello stato e delle istituzioni. A volte qualcuno di loro può essere tentato dal laicismo, cioè dal volere la religione confinata nel privato, e trovare conveniente rifugiarsi in schemi del passato, in cui i ruoli contrapposti erano ben definiti e fornivano ai rispettivi schieramenti rassicuranti certezze. Altri ancora, con atteggiamento sinceramente aperto al dialogo, chiedono ai cristiani di stare nel mondo “come se Dio non ci fosse”, dimenticando però che la formulazione ripresa da Bonhoeffer ha un significato ben diverso: il teologo tedesco non asseriva certo che il cristiano deve vivere “come se Dio non esistesse” - il cristiano, infatti, vive sempre davanti a Dio e con Dio, personalmente e con la propria comunità ecclesiale – ma piuttosto che il cristiano sa stare in un mondo in cui Dio non informa più la cultura, sa vivere tra gli uomini nel mondo in cui Dio non è più una “ipotesi data”. Nelle sue lettere dal carcere, Bonhoeffer scriveva: “Noi non possiamo essere onesti senza riconoscere che ci occorre vivere nel mondo etsi Deus non daretur... Davanti a Dio e con Dio noi viviamo senza l’ipotesi Dio... Si tratta cioè di vivere davanti a Dio l’assenza di Dio”. Sovente gli interlocutori dei cristiani sembrano attendere una chiesa che ascolti prima di parlare, che accolga prima di giudicare, che ami questo mondo prima di difendersene, che si nutra di creatività piuttosto che di paura, che sappia annunciare profeticamente piuttosto che accusare.

Va comunque riconosciuto che questi laici non tentati dal laicismo costituiscono un’opportunità per la fede cristiana: nella loro modestia di non appartenenti a religioni ma interessati al confronto non brandiscono l’ateismo contro i cristiani, non hanno un ateismo trionfalista, e così richiedono implicitamente umiltà al credente. Sono questi laici che si interrogano assieme ai credenti sul perché del male, della vita e della morte, sono loro ad avere una passione per l’umanizzazione e la qualità della vita collettiva. Con questi laici occorrerebbe che i cristiani sapessero instaurare un dialogo, un confronto senza paure e senza aggressività: in un ascolto reciproco che aiuti sempre la società a trovare vie positive, soprattutto in materia etica. Sono convinto che questi laici sono capaci di elaborare e assumere un’etica, anche se non hanno la fede: per un cristiano, infatti, l’immagine di Dio è presente in ogni uomo e quindi ogni essere umano è capace di discernere il bene e il male. Sono questi laici con i quali si può condividere la compassione per l’uomo, la lotta per la libertà, la giustizia e la pace.

Però i cristiani non chiedano ai non credenti quello che essi non possono dare: non chiedano atti di fede nelle loro proprie posizioni, non chiedano di accogliere convinzioni dogmatiche nella politica, ma sappiano presentare il loro messaggio in termini antropologici tali che i non credenti possano percepire in essi la volontà e il progetto del servizio reso all’uomo e alla società. Certo la democrazia non ha bisogno di trovare il suo fondamento in un credo religioso, ma può e deve trovarlo nei principi della libertà, della giustizia, della fraternità e sui diritti degli individui e delle comunità. Nel nostro occidente, in cui saranno sempre più presenti anche altre religioni, soprattutto l’islam, questo confronto tra laici e cristiani diviene sempre più urgente e decisivo, non certo per una coalizione ad excludendumma per l’edificazione di una casa che sia davvero comune a tutti quanti la abitano. Sì, la sfida decisiva per edificare la società nella fatica del dialogo e non nello scontro di culture, è proprio il confronto tra cristiani e non credenti: speriamo che possa avvenire grazie alla laicità dello stato.

Enzo Bianchi