Il vero cristiano non evade dalla storia


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La Stampa, 29 maggio 2005

Anche se le statistiche relative ai battezzati o agli “avvalentisi” dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica non lo sanciscono ancora, appare ormai chiaro che anche in Italia i cristiani vivono ormai in condizione di minoranza: già da tempo non si vive più in quello spazio di cristianità caratterizzato dall’osmosi fra chiesa e istituzioni sociali e politiche. Questo dato si affianca alla mutata strutturazione e composizione della società civile: un pluralismo di fedi e culture ormai caratterizza, e caratterizzerà sempre di più, le nostre città e i nostri paesi. Come custodire l’identità e approfondirla nel confronto e nell’incontro con gli altri senza cadere in atteggiamenti di chiusura preconcetta e di rifiuto, di intolleranza e di rigetto? E come vivere questa volontà di incontro, questo desiderio di dialogo, senza cedere alla tentazione del relativismo e abdicare alla propria storia e tradizione? Il problema non riguarda solo l’identità cristiana, ma anche quella culturale di un popolo. In tutti e due questi ambiti, si vedono oggi fiorire atteggiamenti ispirati a paura, chiusura, difesa di un’identità ritenuta immobile, definita una volta per tutte (quasi che ogni identità, personale e nazionale, non si costruisca storicamente proprio attraverso l’incontro con altri), fissa e immutabile.

La tentazione oggi presente nella compagine ecclesiale, di fronte alla condizione di minoranza che può spaventare e far temere per il domani della fede e della chiesa, pare quella di identificarsi con l’occidente, di declinarsi come “religione civile” utile alla società sempre più frammentata e smarrita. Può anche darsi che in questa condizione la chiesa riesca a potenziare la propria presenza e la propria influenza sulla società, ma il prezzo da pagare sarebbe altissimo: come si manterrebbe libera di rispondere in ultima istanza solo al vangelo, come potrebbe in nome di questo, assumere posizioni coraggiose o proferire parole profetiche, anche se scomode per l’ordine regnante? Soprattutto, questo atteggiamento rischierebbe di svuotare la dimensione escatologicapropria della chiesa, il rimando agli ultimi tempi, il relativizzare ogni realizzazione all’attesa del ritorno di Cristo e all’instaurazione della sua giustizia. Questo “relativismo cristiano”, di cui già parlavo in queste pagine, è fondamentale alla chiesa per non mondanizzarsi, per non divenire cappellania dei potenti del mondo, e per mantenersi nell’obbedienza al vangelo: i cristiani sanno che la loro cittadinanza è nei cieli, che sono in cammino verso la città futura, che non hanno quaggiù una dimora permanente. Questo fa sì che essi possano inoculare diastasi salutari nei dinamismi della vita sociale, attestando la relatività di ciò che può essere ritenuto assoluto, e affermando sempre il primato della relazionee della persona.

Di certo, nell’opera di edificazione dellapolische li accomuna agli altri uomini, i cristiani non hanno certezze o ricette: il vangelo non fornisce formule magiche in base alle quali indicare la via che conduce infallibilmente alla realizzazione degli obiettivi di unapolis. Nessuno sarà mai dispensato dal portare, a proprio rischio e pericolo, giudizi pratici sui pericoli incombenti, sulle situazioni da affrontare e da analizzare, sulle scelte da fare tra le possibilità offerte. Si situa qui la responsabilità storica di ogni credente e la sua obbedienza creativa al vangelo eterno: il cristiano può vivere la propria fede solo immergendosi nella storia e nella sua opacità, nelle sue contraddizioni, nelle sue problematiche, mai evadendo dalla storia che è l’ambito del manifestarsi della presenza di Dio.

Ma in questa immersione, la comunità cristiana è chiamata a vivere una differenzanella qualità delle relazioni, divenendo quella comunità alternativa che, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprima la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco. È la “differenza” cristiana, una differenza che chiede oggi alle chiese di saper dare forma visibile e vivibile a comunità plasmate dal vangelo: in questa capacità di costruzione di una comunità, il cristianesimo mostra la propria eloquenza e il proprio vigore, e dà un contributo peculiare alla società civile in cerca di progetti e idee per l’edificazione di una città veramente a misura d’uomo. Né si può dimenticare che proprio con la capacità di originare forme di vita comunitaria, inventando strutture di governo ispirate a corresponsabilità, rapporti di autorità vissuti come servizio, il cristianesimo mostra la sua vitalità storica e svolge un’importante diaconia per la società civile.

Proprio la concezione della comunità come corpo può aiutare la chiesa a indicare agli uomini forme e modalità di comunicazione che siano umane, umanizzate e tendenti al rispetto dell’altro, del suo pensiero, della sua diversità. Se da un lato la politica abbisogna oggi di darsi spessore culturale, essa necessita anche di ricevere e darsi spessore morale ed etico. Il proprio della comunità cristiana nelle attuali contingenze, il suo compito profetico, consiste forse in un lavoro di profondità e di lungo periodo che getti le basi per una convivenza possibile e praticabile, che dia senso, che apra al futuro e che, suscitando attese e progettualità, renda vivibile l’oggi.

La differenza cristiana diviene così stimolo e fermento nella società perché ogni parola e gesto profetico hanno ricadute sulla compagine sociale. Tuttavia, se la parola della chiesa dimenticasse la propria qualità di eco della parola di Dio, se pretendesse di fornire indicazioni tecniche sul piano economico o di suggerire formule politiche, rischierebbe di introdurre germi di contrapposizione e divisione nella stessa comunità cristiana. Per questa presenza e questo annuncio profetico del vangelo occorreranno a volte grandi silenzi, a volte una parola chiara e non doppia, sempre una presenza testimoniale ispirata a dolcezza e mitezza, ma capace di fermezza e di rigore.

Viviamo un tempo che può essere favorevole alla collaborazione tra chiesa e istituzioni politiche e sociali, viviamo in una società non più confessionale e neppure laicista, né caratterizzata dalla bipolarità laici-cattolici: questo permette un’autentica collaborazione, senza asservimenti o abdicazioni. Sì, nell’opera di costruzione dellapolis, il cristiano collabora con le legittime autorità, ma conserva la sua capacità di parresia, di franchezza, di denunciare l’illegalità, l’ingiustizia, l’oppressione, nella consapevolezza che oggi occorre documentazione, competenza e acutezza di analisi per discernere i processi che sono all’origine di ingiustizie economiche, negazioni di diritti umani, ineluttabilità di guerre. Il cristiano, dunque, deve essere disposto a collaborare e a fornire il proprio contribuito positivo, ma deve assolutamente ricordare che la fede gli impone di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Negli infiniti casi in cui le scelte che si è chiamati a fare sono quotidiane e di non immediata decifrazione, il cristiano è chiamato allora a operare in coscienza, in umiltà e cercando, assieme agli uomini e alle donne che vivono, sperano e soffrono accanto a lui, il bene comune o, almeno, il male minore.

Enzo Bianchi