Convertirsi, cioè tornare a vivere


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Avvenire, 8 febbraio 2005

Negli anni dell’immediato post-concilio, grazie anche alla riscoperta della parola di Dio all’interno delle comunità cristiane e a una ritrovata freschezza del suo impatto nelle vicende quotidiane, si era fatta strada in molti credenti un’attenzione per la predicazione profetica e per la sua pregnanza negli eventi sociali contemporanei. Autenticità e non ipocrisia del culto, diffidenza se non rifiuto nei confronti di pratiche ascetiche di cui si era smarrito il senso profondo e conservata l’esteriorità del rito, attenzione alle cause nascoste più che alle manifestazioni delle situazioni di disagio, predilezione per i poveri e dure invettive verso i ricchi…  Oggi il clima è cambiato, e certi toni giudicati “sconvenienti” nel loro richiamo a una radicalità evangelica sembrano confinati a qualche irriducibile nostalgico di una stagione tramontata oppure relegati a lontani orizzonti geografici, ai margini dell’opulento occidente. Parole come quelle di Isaia – “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6) – suonano stonate oggi, eppure restano parola di Dio per noi cristiani, al pari del canto di Maria nel Magnificat che celebra il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53).

Ora la Quaresima può essere davvero il tempo propizio che ci riporta, ci fa tornare – è il senso primario della conversione – all’autenticità di una vita cristiana secondo la volontà di Dio, anche nelle sue espressioni di sobrietà e di ascesi. Così il digiuno può assumere di nuovo i suoi connotati più marcatamente biblici e cristiani: non una pur sana disintossicazione dalla bulimia generalizzata, non una semplice pratica per ritrovare il benessere fisico, ma un modo di esprimere con tutte le fibre del nostro essere il fatto che vero nutrimento per noi è ogni parola che esce dalla bocca di Dio, un reimparare la disciplina dell’oralità perché noi siamo ciò di cui ci nutriamo e la nostra bocca parla dalla pienezza del cuore. Un modo, il digiuno, anche di condividere con semplicità e immediatezza i beni di questa terra, dati a noi perché diventino di tutti e non di pochi; un modo di richiamare la nostra vigilanza sul fatto che l’astensione da praticare non è solo e tanto quella da un boccone di cibo, ma dal nutrirsi dell’ingiustizia, dall’ingrassare in potere e ricchezza a spese degli ultimi, dall’ignorare il fratello nel bisogno. Digiuno e astinenza dalle carni significano allora cessare di divorare la carne del povero, lottare perché tutti possano avere del pane, battersi perché malattie devastanti vengano debellate ovunque e non stornate dai nostri paesi verso altre regioni, come fastidiosi uragani, interrogarsi sulle ingiustizie quotidiane che avvelenano la vita degli uni e consolidano lo star bene degli altri. Oggi, come ai tempi di Isaia e di Amos, è questo il digiuno più difficile da vivere, il più raro da incontrare, ma oggi come allora è l’unico gradito al Signore.

Enzo Bianchi