Una bussola per la chiesa del terzo millennio


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La Stampa, 17 aprile 2005

Dopo nove giorni che dovrebbero essere stati di preghiera, di riflessione e di confronto sulla situazione della chiesa e sul divenire dell’umanità nei nostri giorni, i cardinali entrano in conclave per eleggere il nuovo vescovo di Roma che a questo titolo sarà il papa della chiesa cattolica. I cattolici di tutto il mondo, ma anche molti cristiani di diverse confessioni, pregano più intensamente lo Spirito santo affinché assista i cardinali elettori nel discernimento di chi debba essere il prossimo successore di Pietro. In realtà, l’accento dovrebbe cadere non tanto sull’invocazione dello Spirito santo – che sempre è presente e agisce nella chiesa – quanto sull’ascolto e la docilità dei cardinali al suo soffio ispiratore, perché non ci siano resistenze in nome di logiche umane non sempre derivate dal Vangelo.

Il quesito che ci si può porre in questo breve tempo di vigile attesa non è la ricorrente e un po’ insipida domanda se ci sarà qualcuno in grado di raccogliere l’eredità di Giovanni Paolo II con analogo carisma: ciascuno resta irripetibile e a ogni papa è chiesto non di imitare l’uno o l’altro dei predecessori, ma di essere se stesso, di mettere a servizio della chiesa i doni che gli sono propri, in una continuità di magistero ma anche in una novità di stile e di modalità dell’esercizio del ministero petrino. No, un cattolico che voglia vivere in modo serio e responsabile questi giorni di sede vacante non si eserciterà nella lotteria dei “papabili”, ma cercherà di cogliere cosa lo Spirito dice alla chiesa, di leggere i segni dei tempi, le attese più profonde dell’umanità, le urgenze di una chiesa che vuole essere sempre più fedele al suo Signore.

Che cosa sperare allora per la chiesa e per il mondo di oggi e di domani? A quali domande di senso che sgorgano nel cuore di milioni di uomini e di donne, a quali attese e speranze dare voce e respiro, a quali “beatitudini” fare spazio nella storia concreta dell’umanità? Quali tratti deve assumere l’annuncio del vangelo affinché sia ancora e sempre autentica “buona notizia” rivolta a tutti e a ciascuno, messaggio che parla da cuore a cuore? Credo non si possa negare che le attese odierne siano in gran parte riconducibili a quelle lette e interpretate dal concilio Vaticano II: sono già trascorsi quarant’anni dalla sua chiusura, ma quella “novella Pentecoste” chiede ancora piena ricezione e adeguata realizzazione da parte della chiesa. Ne era consapevole lo stesso Giovanni Paolo II che al culmine del suo testamento, in pieno anno giubilare del 2000, al termine di una rapida serie di annotazioni successive, si sofferma più lungamente a ribadire che il concilio è stato “un grande dono” dello Spirito che egli lascia come eredità “a quanti sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo”. D’altronde, era stato lo stesso Giovanni Paolo II con il  suo magistero pontificio a definire il Vaticano II “la grande grazia del XX secolo” e la “bussola per la chiesa del terzo millennio”.

Il prossimo papa avrà ancora come compito prioritario di proseguire la realizzazione del concilio e dovrà in particolare, ora che si sono dissolti i fantasmi di scismi nella chiesa, togliere ogni dubbio circa l’autorevolezza di quell’assise conciliare: non si può infatti sminuirne la portata attraverso un’ermeneutica riduttrice che rallenterebbe il rinnovamento della chiesa e lascerebbe in un dubbio paralizzante proprio i cristiani più esposti perché collocati alle frontiere vecchie e nuove della chiesa. Oggi non è necessario un nuovo concilio, ma occorre che le istanze suggerite dalla dinamica globale del Vaticano II siano raccolte e portate a piena maturazione, soprattutto dopo questi decenni che hanno visto un’accelerazione nei mutamenti sociali e un profondo cambiamento dello scenario planetario.

Forse oggi più che mai è richiesta al nuovo papa una dote che sempre deve accompagnare chi presiede la chiesa nella carità: ilsensus ecclesiae. Questo profondo “senso della chiesa” consente di lavorare con sollecitudine alla fondamentale compaginazione e comunione tra tutte le componenti ecclesiali. “Senso della chiesa” significa affermare l’ordooggettivo richiamato dall’ecclesiologia conciliare che fa della chiesa una comunione di chiese locali presiedute dai vescovi: in questo ordoil riconoscimento delle chiese locali deve avvenire in una logica di comunione plurale e in una sinodalità, in un “fare cammino insieme” da parte di tutti i ministeri e le componenti ecclesiali. La comunione deve diventare forma esistenziale della chiesa, senza timori e senza paure, ma assumendo tutte le fatiche e i rischi che si presentano nel tentare di realizzarla e di viverla.

Se veramente si instaura una spiritualità di comunione, allora si riuscirà anche a trovare strumenti e strutture efficaci perché questa comunione sia concreta e visibile: come rinnovare il modo di vivere il sinodo straordinario dei vescovi, o come creare uno stabile organo di comunione che possa esprimere il suo essere il soggetto, sempre con a capo il papa,   della piena potestà su tutta la chiesa e possa espletare al meglio il suo servizio di comunione. In quest’ottica, Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sintha invitato a una ricerca condivisa con le altre chiese cristiane attorno a una possibile riforma del modo di esercizio del papato. Invito rimasto finora privo di un vero e proprio confronto e di contributi e risposte significative dagli interlocutori cui era indirizzato: tuttavia l’assunzione di questa richiesta appare decisiva per il ristabilimento dell’unità delle chiese. Qui sta il nodo ecumenico: se non verrà sciolto, lascerà magari spazio a una collaborazione tra le chiese su temi riguardanti il servizio all’umanità, ma non vi sarà possibilità di comunione vera e visibile nella fede. La chiesa deve diventare “casa e scuola di comunione”, come scrisse Giovanni Paolo II nell’enciclica per l’inizio del terzo millennio: mattoni di questa casa e libri di questa scuola sono l’avere gli stessi sentimenti, la consapevolezza di costituire un unico corpo, il rispetto e la valorizzazione dei carismi e delle particolarità di ciascuno. Nutrite di questa spiritualità sinodale, le singole chiese locali saranno in grado di far fronte in prima persona alle sfide che non cessano di sorgere ai quattro angoli della terra.

Accanto a questa istanza primaria se ne possono cogliere altre, ad essa collegate, come la riforma liturgica, che chiede sì un compimento, ma anche l’audacia di correzioni dopo la lunga stagione della “novità liturgica”: un’attuazione che sia maggiormente diversificata e aderente alle chiese presenti in altri contesti culturali, ma soprattutto che faccia emergere la liturgia come il luogo primario in cui il cristiano trova identità e ispirazione per la sua presenza nel mondo.

A me sembra, inoltre, che la chiesa e l’umanità attendano dal nuovo papa che prosegua il dialogo con le religioni, con le culture, con tutti gli uomini, credenti e non credenti, e che in questo dialogo la chiesa si faccia davvero “avvocata dei poveri”, istanza che difende le vittime della violenza, dell’oppressione, dell’ingiustizia. Giovanni Paolo II, come ho più volte messo in risalto, ha impedito lo scontro di civiltà grazie al suo magistero di pace, soprattutto in occasione delle due guerre in Iraq, ma anche attraverso l’instancabile richiamo a favore dei poveri e di interi popoli afflitti dalla fame, dalle malattie e dalla perversa distribuzione delle risorse della terra destinate a tutti.

La chiesa sarà sempre più chiamata a confrontarsi con le altre religioni, in particolare con l’islam, realtà ben nota da lungo tempo ai cristiani che vivono come minoranza in paesi musulmani, ma ora conosciuta anche nelle terre di antica cristianità. Il prossimo papa, e con lui la chiesa dei prossimi decenni, potrà forse dimenticare che Giovanni Paolo II ha voluto pregare in una moschea, potrà dimenticare la sua visita alla sinagoga di Roma, il suo biglietto infilato nelle fessure del Muro del pianto, potrà dimenticare il suo impegno a incontrare tutti, il suo costante operare affinché la chiesa “si faccia dialogo” con tutte le culture, come già aveva auspicato Paolo VI?

Sì, alcuni di quelli che stilano l’agenda del prossimo papa chiedono innovazioni sui temi della sessualità, della morale, dell’ammissione delle donne al ministero presbiterale e nella chiesa attuale non vedono altro che conservazione e fondamentalismo. Ma qui va detta una parola chiara: in materia di etica sessuale la chiesa ha ricevuto un messaggio preciso da parte della parola di Dio contenuta nelle Scritture e da parte di Gesù Cristo stesso; non può pertanto mutare radicalmente il proprio indirizzo se non contraddicendo il Vangelo e la grande tradizione. Ma questo non significa ripiegamento in un fondamentalismo disumano, significa invece proclamazione della verità in modo tale da far risplendere la grandezza e la dignità dell’essere umano nella sua debolezza ma anche nella sua alta vocazione a essere conforme all’uomo e Signore Gesù Cristo. Abbiamo tutti bisogno di una chiesa ministra di misericordia, ma anche di una chiesa che con audacia ricordi come il Vangelo comporti un giudizio, come richieda sovente un esigente aut aut che è rifiuto degli idoli e accoglienza dell’unico Dio vivente. Nessuna mondanizzazione della chiesa, ma una grande capacità di stare accanto e in mezzo agli uomini, accompagnandoli sulla strada della storia con misericordia, compassione e simpatia.

Enzo Bianchi