La lezione della vite

 

14 06 23 giunni viteQueste colline le ho nella mente, nel cuore, negli occhi, nelle viscere... Ci sono nato in mezzo, sono cresciuto sotto il loro sguardo, ci ho giocato da bambino prima e dopo aver perso mia madre, le ho viste aprirsi ad anfiteatro davanti a me ogni giorno per otto anni, quando tornavo da scuola salendo da Nizza a Castelboglione, le ho dipinte nei miei primi quadri... Chi è nato in quella terra racchiusa tra il Bormida, il Tanaro, il Po e l’Appennino ligure, su quelle colline di Monferrato e Langa coperte di vigneti, da lì ha ricevuto la postura da conservare per tutta la vita, una postura che ricorda la vite: a volte tormentata e nodosa, ma sempre capace di stare diritta, di ancorarsi nel terreno con radici profonde, di dare frutto anche se solo dopo anni.

Nelle Langhe e in Monferrato da secoli gli uomini coltivano la vite e senza una vigna un uomo non si sente veramente tale: così quelle colline aggruppate come greggi sono tutte ricoperte da vigneti. Filari ordinati, a volte inerpicati sui bricchi, filari nudi in inverno, protesi a catturare il sole, disposti come sono sui pendii in modo tale da non farsi ombra l’uno con l’altro: grande lezione di umiltà anche per noi! Filari di verdi diversi in estate, quando il vignaiolo, tra giugno e luglio, riordina e abbassa i tralci che succhiano il cielo, sistemando la trama e l’ordito di un tessuto ogni anno rinnovato. Filari che in autunno si tramutano in un’inarrivabile tavolozza di pittore, così da dipingere d’oro e rubino la festa della vendemmia e il meritato, gioioso riposo...

La vigna è frutto dell’amore per la terra, e il contadino monferrino o langarolo da sempre osserva un comandamento inciso nei solchi: “Ama la terra come te stesso”, amala anche se lavorarla è duro, se le sue coste ripide richiedono una fatica a volte eroica, se i buoi ieri e i trattori oggi procedono sbilanciati a valle, se i carri rischiano di ribaltarsi tra i filari. Ama questa terra, che da sotto la coltre magica della vigna lascia trasparire solo qualche rocca giallastra e azzurrina, impossibile da coltivare; ama queste colline che le Alpi da lontano incoronano di neve, così ben raffigurate dalle fotografie scattate con amore da Enzo Mazza, invito irresistibile ad “andar per colline”. {mospagebreak}

E i contadini l’hanno amata e la amano questa porzione di mondo, perché sanno che coltivare la vigna è come stipulare un matrimonio con la terra, è come affermare una speranza radicandola in quelle zolle, confidando che dai tralci nodosi penderanno grappoli di luce, prima ancora che acini di uva. I vignaioli amano queste colline di antichissime origini, le conoscono una ad una, l’una diversa dall’altra, l’una abbracciata all’altra in una danza di colori e di vita. Amano la vite anche quando passano tra i filari a potare, quando l’occhio esperto e il colpo secco delle forbici fa piangere il tralcio: a questo gesto che causa dolore per dare vita nuova pensava Virgilio quando scriveva “sunt lacrimae rerum”?

Credo ne fosse convinto Pavese, quando diceva che a vedere una vite ci si commuove, quando paragonava la vigna al miele dell’anima, una dolcezza da annusare passando tra i filari a settembre. I contadini amano queste colline quando in inverno, in mezzo alla neve, i falò cantano alla luna e riscaldano i cuori, le amano quando darebbero il loro stesso corpo per ripararle dalla grandine, le amano anche nelle annate in cui la vendemmia non è buona e protende la sua ombra di miseria sui mesi a venire. È forse per questo che sovente la cima della collina si prolunga nel profilo di alcuni cipressi, quasi un tempio naturale innalzato per dire grazie alla terra che chiede di essere abitata senza desiderare di abbandonarla per andare in cielo.

Sì, perché monferrini e langaroli amano la terra, la collina, la vigna prima ancora e forse più ancora del vino che pure ne è il frutto. Quante parole, quanta poesia, quanti sogni attorno al vino... e quanto silenzio distratto attorno alla vigna. Ma non importa: chi è nato nella Langa, come Pavese e Fenoglio, o in Monferrato, come Bobbio e i nonni di papa Francesco, sa che la gioia del vino si può diffondere ovunque, ma non esiste mercato dove si possa comperare l’amore per la vigna. E poi, il canto sul vino e il silenzio sulla vite sono la cifra di queste terre patrimonio dell’umanità: sono voce e silenzio entrambi da ascoltare perché da sempre qui vivono insieme. Raramente nelle Langhe e in Monferrato il lavoro rompe il silenzio o il silenzio assorbe la voce: insieme fanno segno che una terra più abitabile è possibile, basta lasciarsi abitare dal suo fascino antico.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa