La chiesa povera per i poveri


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La Stampa, 9 marzo 2014
di ENZO BIANCHI

Che il papa scriva la prefazione a un libro del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è cosa rara. Ma ancor più insolito è il tema affrontato, e i termini in cui è posto: interpretare la missione della chiesa sulla base del suo essere “povera per i poveri”: una chiesa non solo per i poveri, bensì dei poveri e dunque povera. Un tema, questo, emerso al Concilio Vaticano II e allora indicato da Giovanni XXIII come segno dei tempi, perché “se la chiesa è di tutti, oggi è specialmente la chiesa dei poveri”. Alla fine della prima sessione del Concilio, era stato un intervento del cardinale Giacomo Lercaro, ispirato da Giuseppe Dossetti, a spingere i padri conciliari a una vera ricerca sulla povertà quale elemento decisivo dell’incarnazione del Figlio di Dio e di conseguenza della sequela del discepolo e di tutta la chiesa. Nella sua contemplazione del mistero di Cristo, nell’evangelizzazione e nella forma della sua testimonianza, la chiesa non poteva ignorare questo mistero della povertà di Dio, manifestatosi nell’incarnazione, e della sacramentalità dei poveri, che Dio ha scelto e nei quali Cristo si è riconosciuto. Ma, in Europa e nel mondo occidentale, la ricezione postconciliare di questa profezia restò debole, si affievolì fino a non trovare più posto tra i temi ecclesiali all’ordine del giorno. Non così in America latina, dove teologi, pastori e semplici cristiani percepirono invece la necessitas di una “scelta preferenziale per i poveri”: l’episcopato stesso – nelle conferenze continentali di Medellín e Puebla – diede voce alla teologia della liberazione elaborata in quella chiesa. Una chiesa di poveri e per i poveri era infatti autorizzata a questa teologia, che aveva in Gustavo Gutiérrez un rappresentante autorevole ed eloquente tanto tra i teologi quanto tra i pastori e le comunità cristiane.

Nel 1988 Gerhard Müller, allora professore all’Università di Monaco, fu mandato a un seminario sulla teologia della liberazione presieduto da Gutiérrez a Lima in Perù. In quell’occasione il teologo comprese il valore e il significato di una teologia elaborata lontano dall’Europa e la motivazione che la animava in profondità: “Gesù da ricco che era si fece povero per noi” (2Cor 8,9), dunque Dio è dalla parte dei poveri, e la chiesa deve trovare nei poveri i primi clienti di diritto dell’annuncio evangelico. Per Müller ci fu un’immersione nella povertà e tra i poveri: egli anzitutto condivise la vita dei poveri, dei campesinos a Lima, a La Paz, a São Paulo e così poté comprendere la vera anima profetica e assolutamente evangelica della teologia della liberazione. Potremmo dire che Müller, da cattedratico di una prestigiosa università tedesca, è disceso in basso, si è fatto a sua volta povero con i poveri, ha conosciuto quotidianamente la profonda ricchezza di Cristo nella sua povertà kenotica, vissuta dagli uomini e dalle donne oppressi e spogliati dal potere politico ed economico di turno. Per questo tra lui e Gutiérrez da quel momento non vi è stato solo un confronto teologico tra colleghi, bensì un’amicizia che perdura ancora oggi, la condivisione di una passione e l’assunzione di una medesima “cura dei poveri”.

In questo senso, il pensiero espresso oggi da Müller rappresenta anche un segno di riconciliazione con tanti teologi della liberazione, tra i quali lo stesso Gutiérrez, che hanno subìto per decenni diffidenze e censure. E in questa direzione va anche il gesto più che simbolico di affidare a Gutiérrez una relazione in Vaticano alla presentazione del libro del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede con prefazione di papa Francesco. Müller ha contribuito al cammino di discernimento e di messa alla prova di questa nuova teologia, indicando con chiarezza come la liberazione sia di tutto l’uomo: non c’è infatti liberazione, se non dal peccato e dalla morte. E tuttavia la liberazione non può mai essere ridotta a ciò che appartiene all’aldilà, mai può essere spiritualizzata, perché riguarda l’alienazione conosciuta dagli esseri umani a causa del potere detenuto e della violenza esercitata dai dominatori di questo mondo.

Non sorprende allora che Müller abbia voluto accostare alle proprie riflessioni alcuni scritti di Gustavo Gutiérrez sui segni dei tempi, sull’opzione preferenziale per i poveri, sull’evangelizzazione e sulla spiritualità dell’evento conciliare: testi veramente riassuntivi dell’opera teologica del padre della teologia della liberazione, pensieri vivacissimi, parole come frecce, in cui appare tutto il pathos per il Vangelo e per il Povero per eccellenza, Gesù Cristo, e quindi per i poveri, suoi fratelli più prossimi. I “luoghi teologici” indicati come essenziali da Melchor Cano diventano per Gutiérrez – come lo erano stati per Marie-Dominique Chenu – “luoghi nella storia”, luoghi quotidiani che possono essere colti come “segni dei tempi”: è di lì che i cristiani devono partire, e in particolare da quel luogo teologico che è il volto del prossimo, il volto dei fratelli e delle sorelle in umanità, quell’umanità in cui il Figlio di Dio ha voluto incarnarsi per narrarci chi è il Dio che nessuno di noi ha mai visto né può vedere. Ciò che i padri della chiesa – basti ricordare Giovanni Crisostomo – hanno scorto nel povero, sacramento di Cristo, carne di Cristo schiavo e sofferente, viene oggi ridetto da Müller e Gutiérrez con parole che, diversamente dalle dispute di scuola, non lasciano indifferenti.

Su questa tematica della chiesa povera si innesta anche una riflessione preziosa sullo sviluppo umano secondo l’ottica biblica e sulla nuova evangelizzazione come compito che attende la chiesa tutta. Saper leggere con lucidità la fede cristiana e la sua scaturigine nel logos e nell’agape indissociabili, è oggi condizione ineludibile per affrontare le sfide, come quella del neoateismo, che il mondo contemporaneo pone ai credenti, sfide da assumere nella consapevolezza che i cristiani non sono possessori della verità ma che essa li precede e li afferra: è lei che li possiede! Perché la verità è una persona, Gesù Cristo, l’uomo per eccellenza, l’Adam nel quale è stato raccontato Dio.
Chi, come me, ha potuto essere testimone del cammino lungo, faticoso e talvolta contraddittorio della teologia della liberazione e ha frequentato nell’amicizia Gustavo Gutiérrez potrà ritrovare nell’opera di Müller la bontà di quella ricerca, la cattolicità di quelle chiese del Sud America, la fecondità di tanti testimoni che, come Oscar Romero, hanno dato la vita per i poveri e per il Cristo povero.

La Stampa, 9 marzo 2014
di ENZO BIANCHI