La danza del dono per cambiare il mondo


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Tuttolibri - La Stampa, 25 aprile 2014
di ENZO BIANCHI

Una domanda attraversa la riflessione contemporanea sul dono: c’è ancora posto per questa realtà nell’economia del mercato globale? Il dono riesce a essere eloquente per i cittadini, oggi tutti prostrati di fronte all’idolo del libero mercato, oppure è circoscritto alla sfera privata e può essere praticato solo dall’individuo come gratuità, generosità personale? Oggi viviamo in una società che crede di essere un mercato, soltanto un mercato, nel quale non c’è posto per l’arte del donare, perché regna il primato assoluto della libertà dello scambio.

La fiducia va tutta al mercato, e di fronte a situazioni di ingiustizia e di grave disuguaglianza si ricorre alla filantropia, alle azioni che tendono a una giustizia distributiva. Perché invece non mettere fiducia nel donare? Il dono possiede infatti un’efficacia profetica, essendo capace di innestare una dinamica nella quale il donare può causare nell’altro la capacità di dare a sua volta agli altri. Siamo tutti testimoni di come a volte si operi un sorprendente ribaltamento: quello che a prima vista sembrerebbe il pensiero dominante – il cinismo del mercato, la ricerca del proprio interesse, il pensare a cavarsela a dispetto degli altri, il monetizzare ogni attività, il pesare gli altri in base alla ricchezza posseduta... – lascia talvolta spazio alla gratuità, al prevalere del bene comune sul vantaggio personale, con un effetto di salutare contagio. Il dono deve trovare posto e pratica anche nell’economia e nella politica, ma a patto che si riconosca come fondamento della società la fraternità, che ha sempre il bene comune quale obiettivo a cui tendere per essere realizzata.

 Non concordo con Jeremy Bentham, secondo il quale “la comunità [umana] è un corpo fittizio, composto dalle singole persone considerate come sue membra e l’interesse della comunità è la somma degli interessi dei vari membri che la compongono”. La società va invece considerata come communitas di fratelli, uguali nella dignità e diversi tra loro, e il bene comune deve essere perseguito come bene dell’essere “insieme”, condizione essenziale per una vera humanitas, per un cammino di umanizzazione sempre più avanzata. 

 Solo così la logica del mercato rientra nei suoi limiti, non invade tutta la vita di uomini e donne ma resta nel suo ambito preciso, lasciando posto al primato delle persone e delle loro relazioni costantemente rese feconde dalle azioni del donare e del ricevere. Se, al contrario, la logica del mercato è lasciata alla sua dinamica propria, senza argini, allora finirà per determinare anche le relazioni umane, e le persone stesse finiranno per essere “cosificate”, pensate come cose (non si parla forse ormai comunemente di persone come risorse, esuberi, esodati…?). In quest’ottica la giustizia è vista solo come osservanza delle regole del mercato e, tra gli uomini, semplicemente come commutativa.

Quale tessuto sociale, quale convivenza può essere generata da una tale visione? Proprio la cultura del dono può invece dare origine non a semplici correttivi del sistema del mercato globale ma a una forza sovversiva, perché posta al servizio del riconoscimento della persona attraverso una relazione segnata da gratuità. Nel donare c’è il riconoscimento della singolarità dell’altro, della sua dignità, del mettersi “in relazione” con l’altro, in qualche misura del celebrarlo, senza misurare quanto lo meriti. Ecco perché non ci può essere giustizia senza dono: non è sufficiente una giustizia che retribuisce ciascuno secondo il merito, una giustizia che distribuisce secondo equità, ma è necessario che anche nell’economia e nella politica possa emergere la gratuità del donare.

Questo è forse un cammino nuovo, faticoso da esplorare e percorrere, ma la giustizia non può essere solo un ministero delle istituzioni sociali: abbisogna di una partecipazione da parte di ogni cittadino, per giungere a una politica che conosca anche l’arte del dono, a livello mondiale, nelle relazioni tra popoli e genti. Il bene comune o è sentito, pensato e perseguito come bene di tutta l’umanità – anzi, direi di tutta la terra, il nostro pianeta, la nostra matrice – oppure non è bene comune ma bene di qualche popolo, di qualche terra, che non riconoscono né sentono un legame di communitas con altri. 

A questo proposito occorre un vero e proprio cambio di cultura: dalla beneficenza, dalla stessa solidarietà alla prassi di azioni gratuite e generose che non obbediscano alla legge del tornaconto personale, alla logica dello scambio interessato, ma attestino la libertà di ogni donatore, la dignità di ogni destinatario del dono, la fraternità responsabile che è generata dalla prossimità con gli altri, dall’incontro del proprio volto con il volto dell’altro. Soprattutto i cristiani devono operare una conversione della loro diakonía, ben attestata nella storia: dall’elemosina e dalla beneficenza alla gratuità del dono nella prossimità, laddove è possibile che nel dono ci sia effettivamente la presenza del donatore.

Come scriveva Lutero, infatti, “non satis est habere donum nisi sit et donator praesens”, “il dono non è sufficiente se non è presente anche il donatore”. Nel donare autentico, immanente alla giustizia, non c’è allora scambio ma “cambio”, cambiamento sì! Perché, come la vicenda di Gesù di Nazareth ha insegnato, il dono precede la conversione, dunque può mutare chi lo riceve. Una società potrà entrare nella “danza del dono” solo se disposta a cambiare e apprenderne l’arte.

 

ENZO BIANCHI