Un abbraccio come quello tra Pietro e Andrea


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La Stampa, 30 novembre 2014
di ENZO BIANCHI

Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartholomeos dopo la preghieraPietro, la Roccia, va da suo fratello Andrea, il “primo chiamato”. Così, usando le espressioni dei vangeli e della liturgia, potremmo descrivere l’incontro a Istanbul tra papa Francesco, successore di Pietro, e il patriarca Bartholomeos, successore di Andrea. Si sono già incontrati tre volte a Roma e una a Gerusalemme, i due pastori, e da ogni incontro esce rafforzato il loro anelito all’unità, evidenziata la loro sintonia evangelica, rinnovato il loro slancio nell’affrontare le difficoltà. A ogni incontro la memoria dei martiri di ieri e di oggi evoca quell’ecumenismo del sangue che già Giovanni Paolo II aveva saputo leggere come appello ineludibile. Dopo ogni incontro, il loro abbraccio fraterno suscita l’interrogativo: “quale sarà il prossimo passo?” e dischiude il cammino alla questione ancor più cogente: “Fino a quando le chiese saranno divise?”. Sì, fino a quando lo scandalo della divisione deturperà la testimonianza dei cristiani in mezzo ai loro fratelli e alle loro sorelle in umanità?

A una platea sempre più vasta, dentro e fuori la chiesa, è dato di cogliere che commissioni teologiche e dichiarazioni comuni sono sì importanti per rivisitare il passato e forgiare il futuro del cammino del vangelo nella storia, ma che decisivo diviene il pensare, il parlare e l’operare con amicizia e carità assoluta di chi nella chiesa ha responsabilità ultime di guida e di indirizzo. Fare cammino insieme, vivere la dimensione della “sinodalità” è fatica quotidiana che ciascuno deve affrontare a partire dal ministero che gli è stato affidato. Leggendo l’intervista che il patriarca Bartholomeos ha concesso ad Avvenire, si coglie una profonda sintonia tra il patriarca Bartholomeos e papa Francesco su tante tematiche: il rifiuto a considerare chi colpisce i cristiani come nemico contro cui coalizzarsi – “il nemico per eccellenza è colui che astutamente ha diviso le chiese e cerca di ritardare la loro unità” – il concetto che “la sofferenza non chiede a quale confessione appartiene il martire” e che “i martiri non chiedono vendetta”, la consapevolezza che “l’ecumenismo del sangue rende oggi le chiese più sensibili al cammino comune”, la lotta contro “lo spirito mondano” che è penetrato anche nella societas christiana e che “allontana dal Cristo morto e risorto”... Il patriarca Bartholomeos ha colto da subito quello che molti osservatori anche cattolici faticano a percepire o non vogliono riconoscere: “la nuova prospettiva che papa Francesco sta dando al ruolo di vescovo di Roma” appare “purificata alla luce del vangelo e della tradizione della chiesa”.

Quanti ritengono che cercare con pazienza e in obbedienza alla parola di Dio forme diverse di esercizio del ministero papale significhi attentare al primato petrino e prepararne la fine non sentono l’urgenza di un’unità visibile tra chiesa cattolica e altre chiese cristiane e non vogliono riconoscere che, come scriveva il cardinal Ratzinger, “Roma non deve pretendere dall’Oriente più di quello che è stato vissuto e formulato nel primo millennio”. Per me, come per ogni cattolico, il papa è vescovo di Roma, la “chiesa che presiede nella carità”, e come tale esercita un primato ineludibile che Gesù Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi successori. Quale “servo dei servi di Dio” – secondo la felice espressione di papa Gregorio, a giusto titolo definito “Magno” – egli deve riconfermare i fratelli nella fede quando il divisore li passa al vaglio (cf. Luca 22,31-32), presiedere il collegio dei vescovi, guidare con cuore saldo e misericordioso il cammino comune dell’intera comunità cristiana. Ma questo indispensabile ministero ha assunto nella storia le forme più diverse, e non sempre coerenti con il vangelo, dal povero pescatore di Galilea morto martire sotto Nerone al papa re dello stato pontificio, senza tuttavia che venisse meno la promessa fatta da Gesù di edificare su quella “roccia” la sua chiesa.

Per l’unità visibile con le chiese ortodosse non si tratta dunque di tornare archeologicamente al primo millennio, bensì di trovare lì ispirazione per il riconoscimento di un “primo”, un protos nella sinodalità a livello universale. Non c’è sinodalità senza protos e non c’è protos senza sinodalità: questa convinzione fa parte dell’accordo raggiunto tra chiesa cattolica e chiese ortodosse a Ravenna nel 2007, durante il pontificato di Benedetto XVI. Né si dimentichi che era stato Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint del 1994 a chiedere alle chiese non cattoliche di contribuire alla ricerca da lui auspicata di nuove forme dell’esercizio del primato petrino accettate da tutti, in vista dell’unità.

Certo, per ragioni diplomatiche, il viaggio del papa in Turchia ha anche avuto dei risvolti maggiormente legati alla politica in senso forte, alla difesa dei diritti e della libertà religiosa per tutti, alla ricerca della pace e e della cessazione di ogni violenza, soprattutto di quella esercitata nei confronti dei più deboli e indifesi, le vittime della storia, in un prolungamento ideale fino ai confini dell’Asia e alle soglie del Medioriente martoriato di quella missione di giustizia e civiltà espletata nei giorni scorsi a Strasburgo, al cuore dell’Europa. Ma non possiamo dimenticare che la motivazione primaria che ha determinato questo viaggio e ne ha fissato la sua data era ed è la volontà del papa di accogliere l’invito del patriarca Bartholomeos a celebrare insieme la festa di Sant’Andrea a Istanbul e di scrivere così un altro capitolo di quel “tomos agapis”, di quel libro dell’amore avviato cinquant’anni or sono.

Così due cristiani, due vescovi, due patriarchi nel senso forte del termine proseguono il loro cammino di fraternità, di amicizia, di sintonia e di reciproco riconoscimento che lo Spirito è all’opera. Il futuro ci dirà non quale “destino” attende il cristianesimo, ma quale ritorno al Signore e al suo vangelo le chiese d’oriente e d’occidente saranno capaci di compiere sotto la guida dei loro pastori. Il 2016 vedrà la celebrazione del tanto atteso e invocato sinodo panortodosso ma pochi mesi prima, nel dicembre del prossimo anno, ricorrerà il cinquantesimo anniversario della conclusione del concilio Vaticano II e della reciproca levata delle scomuniche comminate nel 1054. È troppo audace sognare che in quella circostanza i protagonisti del gesto epocale di riconciliazione e di pace – papa Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras – siano contestualmente proclamati santi dalle rispettive chiese che hanno guidato animati dallo zelo dell’amore, quella “carità di Cristo” che vediamo spingere i loro successori Francesco e Bartholomeos?