Il grido che bisogna ascoltare


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Lahore - PakistanLa Stampa, 16 marzo 2015
di ENZO BIANCHI

Che dei cristiani si rechino in chiesa ogni domenica non fa notizia. Né fa notizia se continuano a farlo con coraggio anche in paesi dove è pericoloso essere cristiani: sarebbe per loro più facile e sicuro vivere in privato, di nascosto la propria fede, magari tornando nelle catacombe. Eppure questi cristiani sanno che – come dicevano i loro padri nei primi secoli – “senza domenica non possiamo vivere!”: senza celebrare insieme l’eucaristia, memoria della morte e risurrezione del Signore, la loro fede sarebbe indebolita e la loro vita perderebbe senso. E allora vanno in chiesa nonostante tutto, nonostante i rischi, le violenze, le angherie che dovranno sopportare durante la settimana. Vanno in chiesa e a volte, sempre più spesso, in chiesa vengono uccisi, solo per il fatto di essere cristiani.

Ma neanche questo fa notizia. Perché l’attenzione dei media si accenda sulle violenze subite dai cristiani non basta nemmeno l’efferatezza di crimini come quelli commessi dall’IS che sgozza ventuno operai copti: basti pensare, per esempio, che il presidente della repubblica francese è riuscito a condannare questo massacro senza dire che gli uccisi erano cristiani! Ancora una volta c’è bisogno della parresia di papa Francesco perché il complotto del silenzio venga incrinato: “Imploro dal Signore ... che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace”. Sì, la sensazione che il mondo cerchi di nascondere la persecuzione contro i cristiani è ormai palpabile: i motivi possono essere molti, da un cinico opportunismo geo-politico, a un maldestro tentativo di non riscaldare gli animi, fino allo stesso gridare alla “persecuzione” da parte di cristiani in paesi dove il rischio più grande che possono correre è quello di perdere qualche privilegio. Sta di fatto che sempre più spesso e in sempre più numerose regioni del mondo “i cristiani – come è tornato a ripetere papa Francesco – sono perseguitati e versano il sangue soltanto perché sono cristiani” e che su questo dato la tendenza generale è a minimizzarne la specifica portata di persecuzione religiosa.

Ma l’accorato appello del papa contiene anche un’altra dimensione spesso sottaciuta: a essere perseguitati sono i cristiani, senza distinzione di confessione di appartenenza. Ieri a Lahore le due chiese vittime degli attentati erano una cattolica e una protestante, non lontane l’una dall’altra. E papa Francesco, come aveva già fatto per i martiri copti, ha accomunato nel ricordo e nella preghiera i cristiani di entrambe le confessioni. Tra cristiani ci differenziamo ancora tra cattolici, ortodossi, protestanti, evangelici... ma per i persecutori non vi è alcuna differenza: questi sono tutti uguali, e come discepoli di Cristo vanno colpiti e uccisi. È “l’ecumenismo del sangue” più volte evocato in questi ultimi decenni, un ecumenismo, una comunione nella sofferenza che tanti, troppi, anche all’interno delle chiese, continuano a ignorare. Ma oggi il sangue di questi nostri fratelli e sorelle del Pakistan – così come ieri quello dei cristiani della Nigeria, dell’Orissa, della Siria, dell’Indonesia... - grida l’unica fede cristiana con una forza e una risolutezza che il mondo non può continuare a nascondere.