Pane: bene necessario anche per il regno


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Giacono Ceruti (1698 – 1767), Pane, salame, noci e coltello, olio su tela.
Giacono Ceruti (1698 – 1767), Pane, salame, noci e coltello, olio su tela.
Avvenire, 19 aprile 2015
di ENZO BIANCHI

Sappiamo che al cuore del Padre nostro sta proprio la richiesta del pane espressa con fiducia al Padre: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Dopo le grandi richieste a favore di Dio, eccone una semplice, quotidiana, che riguarda noi esseri umani nella condizione di creature bisognose di mangiare per vivere. L’umiltà di questa domanda, se messa a confronto con l’ampio respiro delle altre sei, potrebbe stupirci ma è proprio questa che illumina tutte le altre. La domanda del pane è eminentemente contemplativa: è il modo con cui il credente afferma la signoria di Dio sulle realtà create; è l’atteggiamento di chi sa di non poter disporre della propria vita, ma riconosce di riceverla sempre e solo all’interno di una relazione; è la maniera con cui il credente elabora il suo bisogno in desiderio ponendolo davanti a Dio e sottraendosi così alla tentazione del possesso.

In Matteo e in Luca questa domanda è identica nell’essenziale, nell’oggetto richiesto, ma nella sua formulazione si registrano alcune differenze. In Luca i termini usati esprimono l’idea di un’azione durevole e contengono la precisazione «il nostro pane, quello di ogni giorno», ovvero la richiesta a Dio di rinnovare ogni giorno il dono. In Matteo invece lo stesso verbo è usato in una forma che indica un’azione puntuale, in sé compiuta, come dimostra anche la specificazione temporale «oggi».

Ma la vera difficoltà è costituita dalla comprensione dell’aggettivo con cui entrambi gli evangelisti definiscono il pane: epioúsios, termine che, stando a Origene, «non viene citato da nessun scrittore greco né da alcun filosofo e non è nemmeno usato nella lingua parlata dal popolo, ma sembra essere stato coniato dagli evangelisti». Le discussioni sul suo significato sono state molte, dall’antichità fino ai giorni nostri, ma possiamo riassumerle attorno a due possibili interpretazioni di questo pane «quotidiano»: il pane “essenziale, necessario per la sussistenza quotidiana”, oppure il pane “celeste, sovra-essenziale, il pane del Regno”.

Si chiede innanzitutto a Dio il pane di cui l’uomo ha bisogno per vivere. Anche il credente, come tutti, è abitato dal bisogno di vivere, dal bisogno degli altri, dal bisogno di non essere preda del male: sono questi i tre bisogni materiali, reali ed esistenziali che troviamo espressi nella seconda parte del Pater, primo tra tutti quello del pane. Nel nostro occidente oggi la maggioranza della popolazione non conosce più la fame né, di conseguenza, il bisogno assillante del pane. Chi però pratica almeno un poco il digiuno – pur avendo comunque la possibilità di interrompere il digiuno, poiché il pane è sempre a portata di mano – sa che cosa significhi la mancanza di cibo: tutto il nostro corpo, tutta la nostra persona è toccata da questo bisogno, è questo bisogno. Chiedere a Dio il pane è dunque innanzitutto una presa di coscienza della nostra realtà: siamo esseri che hanno bisogno di nutrirsi per vivere. Il “pane” inoltre – Gesù non dice «cibo»! – è ciò che abbiamo seminato, fatto crescere, raccolto, trasformato in farina, impastato e cotto; è frutto della terra lavorata dall’uomo, della cultura dunque, e, nel contempo, è un dono del Padre: lui ci ha dato la vita, lui ce la dona ogni giorno mediante il pane! Chiedere il pane per oggi significa allora confessarsi creatura, figlio del Padre, significa credere nella vita…

Con questa richiesta, inoltre, si inizia a pregare alla prima persona plurale: si dice «nostro pane», lo si invoca per tutti, per sé insieme agli altri, a indicare che anche il pane, soprattutto il pane deve testimoniare la nostra filialità nei confronti di Dio e la fraternità che ci accomuna. È così che nella prima comunità cristiana «i credenti tenevano ogni cosa in comune» (At 2,44; cf. 4,32) e «a ciascuno veniva dato secondo il suo bisogno» (At 4,35). Era proprio questa concreta condivisione che, unita alla fede, permetteva ai cristiani di essere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,35): e tutto trovava una sintesi proprio nel gesto della fractio panis (At 2,44), che recava in sé la valenza eucaristica ma anche quella del pane quotidianamente spezzato e condiviso.

Ma dicevamo che il pane epioúsios può essere inteso anche come «pane del Regno». Chiedendo il pane necessario per vivere si chiede infatti anche quel pane di cui l’uomo vive oltre il pane: «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). Si tratta del pane della Parola di Dio e dell’eucaristia, quel «pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6,51) che è Gesù Cristo stesso, secondo l’interpretazione dei padri della chiesa indivisa. Purtroppo fame di pane e fame di Parola di Dio nell’attuale contesto socio-culturale sono poste in concorrenza, nel senso che il soddisfacimento della prima sembra impedire la seconda, perché «l’uomo nel benessere non comprende» (Sal 49,21)! Ma un vero credente sa assumere ogni giorno la fame di pane e, nella gratitudine a Dio che lo esaudisce, sa condividerlo con gli altri; nello stesso tempo, chiedendo al Padre il pane quotidiano, si apre a leggere il proprio bisogno della sua Parola vivente, Gesù Cristo, per camminare nella fede verso il Regno.