Quel tutto che siamo chiamati a donare


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Pietro Bernini, Carità di san Martino, 1610 circa, Certosa di san Martino; Napoli.
Pietro Bernini, Carità di san Martino, 1610 circa, Certosa di san Martino; Napoli.
L'Osservatore Romano, 19 aprile 2015
di ENZO BIANCHI

Anticipiamo l'intervento del priore di Bose in occasione della presentazione del libro, La gioia della Carità del cardinale Gualtiero Bassetti.

"Dare tutto: ecco la carità. Chi non dà tutto non è nella carità" Sono forti e provocatrici queste parole di don Primo Mazzolari che il cardinale Gualtiero Bassetti cita nell'introduzione e come conclusione al suo bel volume La gioia della carità, in cui raccoglie i suoi più significativi interventi di vent'anni di episcopato.
Parole forti come sanno esserlo quelle dei pastori che non rinunciano al linguaggio profetico per ridestare nelle persone affidate alla loro cura il desiderio della sequela di Cristo; parole che nella loro essenzialità riconducono a Cristo, «via, verità e vita», carità e misericordia del Padre per tutti e per ciascuno; parole che ci conducono per mano, ora accarezzandoci ora dandoci qualche strattone, verso la comprensione di cosa sia quel "tutto" che siamo chiamati a donare.

"Tutto" indica non tanto e non solo tutti i nostri averi, quello che abbiamo ma, più in profondità e prima di ogni cosa, tutto quello che siamo: la nostra storia umana e il nostro cammino cristiano, i doni ricevuti, i carismi custoditi e coltivati, la nostra stessa vita: non c'è infatti «amore più grande di chi dà la propria
vita per gli amici» (Giovanni, 15, 13)' Ma, come ricorda con forza il cardinal Bassetti, alle persone che incontriamo dobbiamo «rivolgerci con carità e misericordia offrendogli tutto quello che abbiamo: ovvero la povertà di Cristo sulla croce».
Ecco il "tutto" del cristiano, del pastore, del vescovo; ecco la sua unica ricchezza che è chiamato a donare interamente: la povertà di Cristo che «da ricco che era si è fatto povero per noi», che «ha dato tutto se stesso per amore degli uomini: questa è la carità», come lapidariamente afferma l'arcivescovo di Perugia.

Si resta colpiti dal ritrovare questa comprensione evangelica della carità e del dono come filigrana di tutti gli scritti raccolti in questo volume: sono infatti testi molto diversi per tematiche affrontate e per stagioni ecclesiali, parole pronunciate in occasioni e per uditori variegati, eppure sono accomunate dal loro raccogliersi attorno all'unum necessarium, a quella carità che sola «non avrà mai fine» (I Corinzii, 13,8).
Che si tratti della "Chiesa missionaria" o del ministero del "Buon pastore" al cuore di essa; oppure che ci si interroghi sul "Destino dell'umanità" e più in particolare di quello dei "Poveri" nella costante tensione tra città
dell'uomo e città di Dio" - anche i titoli dei vari capitoli sono estremamente significativi le parole del cardinal Bassetti echeggiano la gioia della carità cristiana, ci fanno toccare con mano che «c'è più gioia nel dare che nel
ricevere» (Atti degli apostoli, 20, 35).

Può apparire paradossale questa affermazione di san Paolo agli anziani di Efeso, eppure è l'esperienza quotidiana di chi spende la propria vita per gli altri, del missionario che esce incontro all'altro così come del pastore rivestito dell'odore delle pecore, del vescovo che custodisce il "buon deposito" ricevuto - che è la vita dei cristiani affidati alla sua paternità, come ha ricordato recentemente Papa Francesco - come del viaggiatore che si fa prossimo del proprio simile in pericolo di morte. È davvero la gioia della carità quella che ci viene data per grazia di sperimentare: una gioia che non viene da noi ma dall'agire dello Spirito in noi e, proprio per questa sua origine, è una «gioia che nessuno ci potrà togliere» (Giovanni, 16,23).

Ogni battezzato e ancor più ogni pastore che sia presbitero, vescovo, cardinale - nel suo annunciare la buona notizia non può che ripetere con san Paolo: «ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso»
(1 Corinzii, 2,23), il dono della vita stessa di Cristo attraverso il pane e il vino eucaristici:«vi ho trasmesso quello che a mia volta ho ricevuto», il mistero di salvezza della morte e risurrezione del Signore Gesù. Serafim di Sarov - luminoso esempio di santità che travalica i confini di appartenenza ecclesiale - amava salutare ogni persona che incontrava con l'annuncio pasquale: «Mia gioia, Cristo è risorto!». Sì, perché se la nostra gioia è la carità di Cristo, ogni essere umano che reca impressa l'immagine di Dio è per noi motivo di gioia, è l'opportunità quotidiana di sperimentare il farsi prossimo di Dio a ciascuno di noi, peccatore perdonato nella morte e risurrezione di Cristo.
Di fronte a questo dono smisurato - il Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza - il "tutto" che ciascuno di noi può donare sarebbe ben poca cosa, se non fosse la vita stessa di Cristo che per grazia abbiamo rivestito
nel battesimo. Davvero «dare tutto è la carità».