Credere è bello

La Stampa, 20 agosto 2006

Un’intervista concessa da papa Benedetto XVI alle televisioni tedesche ha sorpreso per ampiezza, tono e contenuti non pochi cronisti, purtroppo in questa stagione poco attenti alle reiterate iniziative della chiesa cattolica e delle altre chiese cristiane per fermare la guerra in Libano, “peggiore soluzione per tutti, che non porta nulla di buono per nessuno” – per usare alcune espressioni del papa, che non ha perso occasione per martellare il suo invito – ma reca piuttosto un inevitabile bagaglio di uccisioni di civili, abbrutimento di profughi e incubazione di odio. Sporadica, infatti è stata la ripresa delle notizie riguardanti i numerosi appelli ai responsabili politici, gli inviti alla preghiera e al digiuno, le missioni speciali e delegazioni fraterne inviate in Medioriente: segno anche questo di una stagione in cui la pace e la sua ostinata, paziente ricerca sembra uscita dalle preoccupazioni dei più.

Di questa intervista a cuore aperto di Benedetto XVI, sono stati sottolineati e commentati quasi esclusivamente i temi che la vulgata massmediatica considera i più “scottanti” – critica verso il laicismo, ordinazione sacerdotale delle donne, dettami in campo etico... - oppure quelli più in grado di destare curiosità, come le anticipazioni sui futuri viaggi o i sentimenti provati nell’imminenza di un ritorno in Baviera. Mi preme invece che non passi inosservato un aspetto che, oltre a essere stato trattato nel merito, soggiace all’intera intervista e ne fa un testo denso di riflessioni ben al di là dell’ambito ecclesiale e delle circostanze che lo hanno originato: la “bellezza” della vita cristiana.

“Credere è diventato più difficile” - ha affermato il papa - ma al contempo e nonostante tutto, “credere è bello”! Non si tratta, tuttavia, di uno slogan a effetto o di propaganda a buon mercato, bensì di un percorso esigente delineato a partire dal necessario “coraggio di decisioni definitive” per fronteggiare un rischio tipico delle società più avanzate, quello di una cultura delle opzioni sempre reversibili: oggi sembra che l’accettazione del dover scegliere e l’assunzione delle conseguenti responsabilità – proprie dell’adulto maturo – siano procrastinate all’infinito e surrogate con emozioni, slanci, comportamenti “a tempo”, soggetti alle mode stagionali, alle opportunità passeggere o, nel migliore dei casi, alle urgenze umanitarie. La fede cristiana, ma anche la pienezza della maturazione umana, sono invece legate a una saldezza capace di dinamismo, a punti fermi che orientano e non subiscono il mutare degli eventi, a una irreversibilità di scelte di vita che sola consente di fronteggiare con duttilità e consapevolezza la dinamica insita nella vicenda umana stessa.

E in questo senso la “proposta” cristiana appare per quello che è nella sua dimensione più autentica: un tentativo di “rendere visibile il Dio con il volto umano di Gesù Cristo”. Quindi, “non un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva”, una costante ricerca “di mettere meglio in rilievo ciò che noi cristiani vogliamo di positivo”. Infatti, ed è qui che il linguaggio di Benedetto XVI si è mostrato particolarmente vivo e attuale, la testimonianza cristiana è innanzitutto annuncio di una buona notizia, troppo sovente svilito da una cattiva comunicazione. Nella nostra società plurale non serve a molto e, anzi, può finire per risultare controproducente, il rincorrere mode e sensazioni del momento, così come l’arroccarsi su posizioni che paiono frutto più di difesa di antiche consuetudini che non di obbedienza al Dio “amico degli uomini”: di fronte all’altro per lingua, etnia, religione, cultura, morale, compito primo dell’annuncio è l’apprendimento dell’alfabeto con cui rivolgersi all’altro; solo così sarà possibile poi esprimere in quel linguaggio il proprio messaggio.

Oggi ai cristiani è chiesto, attraverso un’identità chiara che non teme il confronto, di non venir meno al loro compito di annunciare il vangelo, ma questo annuncio passa innanzitutto attraverso la “parola” universalmente intesa di un comportamento limpido, una pratica cordiale dell’ascolto, del confronto e dell’alterità: si tratta di “svelare” le ricchezze di una vita autenticamente umana, così come Dio l’ha pensata per l’uomo e l’ha resa visibile in Gesù di Nazaret. E’ quello che già Paolo VI aveva tratteggiato come capacità di “farsi dialogo, conversazione, di guardare con immensa simpatia al mondo perché, se anche il mondo sembra estraneo al cristianesimo, la chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l’atteggiamento del mondo verso la chiesa”. A ben poco serve, infatti, gettare in faccia all’altro la condanna del suo pensiero e del suo comportamento, la durezza di obblighi e divieti svuotati del significato profondo che solo può giustificarli: si rischia di deturpare il volto di Dio, presentandolo gravato di un aspetto perverso che nulla ha a che fare con la sua immagine quale è consegnata dal vangelo ai credenti e, per loro tramite, all’umanità tutta.

Ecco perché occorre che i cristiani siano loro stessi “evangelizzati”, discepoli alla sequela del Signore piuttosto che militanti improvvisati: così sapranno mostrare la “differenza” cristiana. Nessuna ricerca di ostentazione a ogni costo, nessuna sovraesposizione per apparire con il pretesto di evangelizzare, nessun strumento forte per imporsi – “noi non vogliamo alcun potere politico”, ha ripetuto il papa – ma una custodia amorevole, della “parola” cristiana, una testimonianza convinta e perciò convincente di quel Gesù che ha raccontato Dio agli uomini con la sua vita umana.

Lo strumento principe dell’evangelizzazione resta allora la testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana, una vita segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione, pace, una vita giustificata dalle ragioni della speranza. Questa vita improntata a quella di Gesù potrà suscitare interrogativi, far nascere domande, così che ai cristiani verrà chiesto di “rendere conto della speranza che li abita” e della fonte del loro comportamento. Per questo servono uomini e donne che narrino con la loro esistenza stessa che la vita cristiana è “buona”: quale segno più grande di una vita abitata dalla carità, dal fare il bene, dall’amore gratuito che giunge ad abbracciare anche il nemico, una vita di servizio tra gli uomini, soprattutto i più poveri, gli ultimi, le vittime della storia?

Il cristianesimo non è solo ricerca di Dio, ma è contemporaneamente ricerca di umanità, cammino di umanizzazione: c’è una “umanità della fede” – altra espressione di Benedetto XVI – che deve apparire nei messaggi e negli interventi della chiesa e che non deve venire oscurata da un atteggiamento difensivo o addirittura offensivo nei confronti dell’umanità contemporanea. Il papa vuole che la chiesa si ponga al servizio dell’umanizzazione autentica, al servizio di valori umani minacciati o perduti: non è un tentativo di esercitare un’imposizione con abilità o con forza, non c’è in Benedetto XVI una dimensione totalitaria dell’esercizio della sua autorità, ma c’è un autorevole indirizzarsi alla libertà degli interlocutori, invitandoli a entrare in comunicazione mediante un dialogo vivo. Nessuna capitolazione, dunque, di fronte al pluralismo di valori, ma un annuncio che si serve del dialogo, dell’argomentazione, del rispetto dell’altro ritenuto capace di riflessione e di etica.

In questa luce, non sorprende che uno dei testimoni cristiani più ascoltati e compresi, soprattutto dai giovani, in questo nostro tempo sia stato fr. Roger di Taizé, di cui proprio in questi giorni ricorre il primo anniversario della morte, sopraggiunta in modo violento a conclusione di una vita rappacificata e riconciliata con se stesso, con gli altri e con Dio. Anelito di unità, appello alla riconciliazione, linguaggio universale si sono accompagnati a una salda identità cristiana, a un non tacere mai la fonte di un’infaticabile testimonianza di pace. Sì, una vita che riesce a manifestare anche la “bellezza” del vivere diviene annuncio credibile di una “buona notizia”. Una vita, semplicemente, da discepolo di Gesù: nella lotta che questi ha condotto contro ciò che è inumano, nella lotta dell’amore, c’è stato infatti spazio anche per un’esistenza umanamente bella, arricchita dalla gioia dell’amicizia, circondata dall’armonia della creazione e illuminata da uno sguardo di amore su tutte le realtà più concrete di un’esistenza umana.

Così, la vita del cristiano che vuole annunciare Gesù come “uomo secondo Dio” sarà anche, a imitazione di quella del suo Signore, una vita “felice”. Non in senso mondano e banale, non perché esente da sofferenze e prove, né perché incontaminata dalle tragedie e dagli orrori che ogni giorno ci circondano e dai quali non possiamo chiamarci fuori. No, la vita cristiana è anche un paziente “resistere durante i faticosi pellegrinaggi attraverso il quotidiano”, come ricorda Benedetto XVI, eppure resta una vita “felice” nel senso vero, profondo, perché la felicità è la risposta alla ricerca di senso. Tale dovrebbe essere la vita cristiana: liberata dagli idoli alienanti come dalle comprensioni svianti della religione, contrassegnata dalla speranza e dalla bellezza. I grandi maestri della spiritualità cristiana hanno sempre ripetuto: “O il cristianesimo è filocalia, amore della bellezza, via pulchritudinis, via della bellezza, o non è”!

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa